sabato, Gennaio 24, 2026

Fotovoltaico di notte: sogno o realtà? Così la tecnologia sta cambiando le regole del gioco

Per superare il più grande limite del fotovoltaico, cioè l'intermittenza nella fornitura di energia, la tecnologia sta facendo passi da gigante. Il segreto non risiede nella cattura della luce, ma nel suo esatto contrario: la dispersione di calore. Intanto, però, oggi serve puntare con forza sui sistemi di accumulo

Valeria Morelli
Valeria Morelli
Content Manager e storyteller 2.0. Fa parte del network di Eco Connection Media. Si occupa di strategie di comunicazione web, gestione social, consulenza 2.0 e redazione news e testi SEO. Per Green Factor, all’interno dell’ufficio stampa, si occupa delle relazioni istituzionali.

Immaginate, per un istante, un pannello solare: cosa vi viene in mente? Sole, luce, energia prodotta durante il giorno. Cosa accade, però, di notte? Buio, produzione ferma e, quindi, si ricorre a quella accumulata grazie alle batterie. Un limite fisico, un dato di fatto che ha sempre rappresentato la sfida maggiore per l’energia solare, rendendo indispensabili i sistemi di accumulo per garantire continuità o un cambio di abitudini per sfruttare i raggi solari. Sapete, però, che esiste una tecnologia in grado di produrre energia elettrica dal fotovoltaico anche dopo il tramonto?

Non è fantascienza, ma il frutto di ricerche scientifiche all’avanguardia che stanno letteralmente ribaltando il paradigma. Se, fino a ieri, l’idea di un “pannello solare notturno” apparteneva al regno delle utopie, oggi è un campo di studio concreto con prototipi funzionanti. Come è possibile generare energia senza la luce del sole? Scopriamolo insieme, analizzando i principi fisici, le potenzialità e i limiti di questa affascinante innovazione.

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Il principio opposto: il raffreddamento radiativo

Il segreto di questa tecnologia rivoluzionaria non risiede nella cattura della luce, ma nel suo esatto contrario: la dispersione di calore. Il concetto chiave è il cosiddetto raffreddamento (o raffrescamento) radiativo. Durante la notte, la superficie terrestre (e in generale una molteplicità di oggetti che si trovano sopra di essa come gli edifici o le auto parcheggiate), che ha accumulato calore per tutto il giorno, inizia a rilasciarlo verso l’alto sotto forma di radiazione infrarossa

Chiunque abbia notato la formazione di brina su un’auto in una notte serena, anche quando la temperatura dell’aria è sopra lo zero, ha assistito ad una manifestazione di questo fenomeno: la superficie dell’auto si è raffreddata più velocemente dell’aria circostante proprio perché ha irradiato calore verso il cielo.

I ricercatori hanno iniziato a chiedersi se fosse possibile intercettare questo flusso di energia termica in uscita e convertirlo in elettricità. La risposta è stata positiva grazie ad un dispositivo noto come generatore termoelettrico che produce una differenza di potenziale (e quindi corrente elettrica) quando i suoi due lati si trovano a temperature diverse.

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“L’anti-pannello solare” della Stanford University

A dimostrare concretamente questa possibilità è stato un team di ricercatori della Stanford University che, nel 2019, ha sviluppato un prototipo che, posto sotto un cielo notturno sereno, è riuscito a generare elettricità.

Il loro dispositivo è concettualmente semplice ed è composto da:

  1. una superficie nera, esposta verso il cielo, che agisce da emettitore radiativo. Questa superficie è progettata per disperdere calore sotto forma di infrarossi nel modo più efficiente possibile, diventando così più fredda dell’aria circostante;
  2. un generatore termoelettrico (TEG) posizionato sotto questa superficie;
  3. una parte inferiore del generatore, che assorbe calore dall’aria esterna, rimanendo quindi a una temperatura più alta rispetto alla superficie radiante.

Questa differenza di temperatura tra la faccia superiore (fredda) e la faccia inferiore (calda) del generatore termoelettrico è sufficiente per produrre una (per ora) piccola, ma misurabile, quantità di energia elettrica. I risultati, pubblicati sulla rivista Applied Physics Letters, hanno aperto un filone di ricerca affascinante i cui risultati sono stati approfonditi anche da testate specializzate.

Quanta energia si produce? La (dura) realtà dei numeri

A questo punto, la domanda sorge spontanea: questa tecnologia può alimentare le nostre case? La risposta, al momento, è negativa. È fondamentale essere chiari sui numeri per non creare false aspettative: il prototipo della Stanford ha raggiunto una densità di potenza di circa 50 milliwatt per metro quadrato (mW/m²).

Per fare un confronto, un pannello fotovoltaico tradizionale durante il giorno produce tra i 150 e i 200 watt per metro quadrato (W/m²). Parliamo, quindi, di una produzione circa 3.000-4.000 volte inferiore. Con questa potenza, per accendere una singola lampadina a LED da 5 watt, servirebbe una superficie di ben 100 metri quadrati di questi speciali pannelli notturni.

Tuttavia questo non rende la tecnologia inutile, anzi, apre a scenari applicativi di grande interesse, specialmente in contesti off-grid o per alimentare dispositivi a basso consumo. Pensiamo a sensori per il monitoraggio ambientale, sistemi di illuminazione di emergenza, dispositivi IoT (Internet of Things) in aree remote dove la sostituzione delle batterie è complessa e costosa. In questi casi, una fonte di energia continua, anche se minima, può fare un’enorme differenza.

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L’evoluzione: il fotovoltaico “ibrido” che funziona 24 ore su 24

La vera svolta potrebbe arrivare dall’integrazione di questa tecnologia con i sistemi fotovoltaici tradizionali. L’idea è quella di creare un pannello “ibrido” ovverosia in grado di funzionare 24 ore su 24: di giorno, sfruttando la luce solare con le celle fotovoltaiche standard e, di notte, convertendo il calore irradiato in elettricità tramite il sistema termoradiativo.

Questo approccio è stato esplorato anche da altri gruppi di ricerca come quello dell’University of New South Wales (UNSW) in Australia. I ricercatori australiani – come raccontato da Rinnovabili – hanno lavorato su un “diodo termoradiativo” in grado di compiere la stessa funzione, convertendo la radiazione infrarossa in energia. Il loro obiettivo è proprio quello di integrare questa capacità all’interno delle celle solari convenzionali.

Il ruolo cruciale dell’accumulo, oggi e domani

Mentre la ricerca sul fotovoltaico notturno prosegue (e va di pari passo con lo sviluppo degli eliostati), è essenziale rimanere con i piedi per terra. Ad oggi, la soluzione più efficace e matura per avere energia solare di notte rimane l’abbinamento di un impianto fotovoltaico tradizionale con un sistema di accumulo a batterie. Questa combinazione permette infatti di immagazzinare l’energia prodotta in eccesso durante il giorno per poi utilizzarla quando il sole non c’è, massimizzando l’autoconsumo e l’indipendenza dalla rete elettrica.

Le tecnologie di accumulo stanno facendo passi da gigante, con batterie al litio sempre più performanti, sicure e con un ciclo di vita più lungo. In un’ottica di economia circolare, la ricerca si sta concentrando anche su batterie realizzate con materiali più sostenibili e su processi di riciclo a fine vita sempre più efficienti. Tutto questo sarà di supporto alle rinnovabili già esistenti e a quelle del futuro.

Leggi anche: È vero che per fabbricare un pannello solare si usa più energia di quanta ne produrrà mai?

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