Il conflitto in corso in Medioriente, con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele e la risposta dell’Iran, ha confermato lo stato di guerra permanente in cui è caduto il mondo o, per dirla con l’efficace espressione usata da papa Francesco, la “guerra mondiale a pezzi”. Come ogni guerra, e come ha confermato anche la vicenda del Venezuela che ha inaugurato l’anno, al di là delle motivazioni ideologiche e di quelle fornite all’opinione pubblica, anche questo conflitto in Iran è chiaramente dovuto all’approvvigionamento delle risorse naturali. Non è un caso che i prezzi di petrolio e gas siano già schizzati alle stelle oggi – anche se in realtà tale rialzo è più dovuto alle tensioni degli scorsi giorni, il vero effetto del conflitto si paleserà tra qualche giorno nei mercati.
In questo clima di geopolitica del conflitto vale la pena ricordare che tra le risorse naturali più ambite dagli Stati non ci sono solo gli idrocarburi ma anche le materie prime critiche, cioè i minerali e i metalli (come litio, cobalto, terre rare) che sono fondamentali per vari settori strategici, dalla difesa alle energie rinnovabili. Lo scorso 4 febbraio il dipartimento di stato statunitense ha convocato una riunione ministeriale sulle materie prime critiche a Washington, riunendo rappresentanti di 54 Paesi e della Commissione europea. Gli sforzi profusi dall’amministrazione Trump sono stati ben sintetizzati dal segretario di stato Marco Rubio nella conferenza messa online (qui), ma in realtà già dalla precedente amministrazione Biden gli Stati Uniti avevano deciso di rafforzare il protezionismo e provare a rompere il monopolio della Cina, che su questo versante copre tutta la filiera dall’estrazione alla lavorazione fino alla commercializzazione dei prodotti realizzati con le materie prime critiche.

La differenza reale tra gli Usa di Biden e quelli di Trump è appunto nell’atteggiamento. Trump è pronto a muovere guerre reali per rafforzare gli interessi statunitensi, ed è pronto a sottomettere gli alleati invece di stabilire cooperazioni comunque basate sui rapporti di forza. Già il 23 febbraio, quindi ben prima dell’escalation bellica in Iran, un post del Center for Global Development – il think tank indipendente che mira a ridurre la povertà globale e la disuguaglianza – aveva posto il tema di un possibile “scontro in arrivo” sulle materie prime critiche.
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Gli sforzi USA sulle materie prime critiche
Negli scorsi giorni il vicepresidente USA JD Vance ha annunciato la creazione di una zona commerciale preferenziale, allo scopo di provare a mantenere un livello dei prezzi accettabile per le materie prime critiche attraverso una serie di “dazi regolabili”, allo scopo, tra gli altri, di combattere il dumping da parte cinese. Tuttavia la recente bocciatura della politica sui dazi da parte della Corte suprema rimette anche questa strategia in discussione. Come sottolinea il Center for Global Development, alcune analisi hanno comunque elogiato l’approccio statunitense, osservando che tale strategia avrebbe potuto stabilizzare i prezzi e aumentato la cooperazione tra gli Stati Uniti, i suoi alleati e i Paesi ricchi di minerali e metalli.
Quel che è certo è che l’amministrazione Trump si è mossa in maniera aggressiva anche su questo tema, e il timore che possa avviare un nuovo conflitto su questo tipo di risorse non è poi così lontano. Nella riunione del 4 febbraio il governo statunitense ha scritto che “sta mobilitando risorse senza precedenti per garantire catene di approvvigionamento minerario critiche, sostenendo progetti con più di 30 miliardi di dollari in lettere di interesse, investimenti, prestiti e altro sostegno negli ultimi sei mesi, in collaborazione con il settore privato”. Soltanto il dipartimento della guerra, ad esempio, ha investito in questo campo ben due miliardi di dollari. Inoltre dall’inizio del 2026 gli Stati Uniti hanno già siglato circa una quarantina di memorandum d’intesa – noti anche con la sigla anglofona MoU, che sta per Memorandum of Understanding – con altrettanti Paesi, dall’Argentina al Regno Unito.
Eppure questi notevoli sforzi potrebbero non bastare. “Per garantire che siano in grado di mantenere più valore delle loro risorse all’interno delle loro frontiere, i Paesi sono sempre più alla ricerca di misure commerciali restrittive in grado di controllare meglio il prezzo dei minerali o di forzare la trasformazione industriale di queste risorse all’interno dei propri confini – scrive il CfD – Negli ultimi anni il numero di Paesi che hanno imposto diverse misure restrittive su minerali e metalli critici è aumentato notevolmente. Lo Zimbabwe ha imposto divieti di esportazione al litio non trasformato per costringere a una maggiore lavorazione al proprio interno. Il Congo ha imposto un divieto di esportazione di cobalto nel febbraio 2025 e, anche se lo ha revocato in ottobre, ha mantenuto in vigore una restrizione sulle esportazioni di cobalto. Nel 2020 l’Indonesia ha vietato le esportazioni di nichel non trasformato, costringendo in ultima analisi i produttori a spostare la lavorazione del nichel al proprio interno. In più i Paesi stanno spingendo per ottenere una sorta di campo di gioco comune, cioè con livelli di standard e trasparenza che siano uniformi a livello globale”.
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Sulle materie prime critiche si torna al nazionalismo?
La domanda dunque sorge spontanea: anche sulle materie prime critiche stiamo tornando a una fase di nazionalismi, in cui gli Stati provano a far prevalere i propri interessi piuttosto che provare ad agevolare una cooperazione globale? La risposta è sì per il Center for Global Development. E i motivi sono tanti. Innanzitutto perché “l’approccio degli Stati Uniti è focalizzato sulla garanzia di un accesso preferenziale alle catene di approvvigionamento minerali che escludono qualsiasi tipo di presenza per la Cina lungo l’intera catena del valore” scrive il think tank. E dunque, aggiungiamo noi, una cooperazione che intenda escludere – specie se l’escluso in questione è il Paese messo meglio sulle materie prime critiche – non può intendersi come tale ma va considerata piuttosto come un’alleanza. In cui, comunque, gli Stati Uniti provano a imporre gli interessi nazionali.
“L’amministrazione Trump – sostiene ancora il Center for Global Development – ha dimostrato di essere meno interessata agli obiettivi di sviluppo sostenibile, ma ha chiaramente espresso interesse per il commercio e gli investimenti nei Paesi in via di sviluppo per rafforzare la sicurezza nazionale ed economica dell’America. Per i Paesi dotati di ricchezze minerarie, tuttavia, il supporto richiesto va indirizzato alla capacità di gestire e commercializzare queste risorse in modo responsabile. Ciò significa garantire che il settore privato investa con elevati standard ambientali, sociali e di governance che proteggano la salute e la sicurezza della forza lavoro, nonché relazioni forti e positive con le comunità locali. Significa fornire assistenza tecnica ai governi per assicurarsi che i negoziati sulle concessioni minerarie e altri investimenti associati siano condotti in condizioni di parità. Il quadro del G20 sui minerali critici è un buon punto di partenza”.

Ma gli attuali Stati Uniti, che sempre più si muovono come uno Stato canaglia (la controversa espressione che gli stessi USA applicavano alle nazioni considerate minacce alla pace mondiale, sostenitrici del terrorismo, violatrici dei diritti umani o produttrici di armi di distruzione di massa), vorranno rispettare tali esigenze? Al di là della capacità di siglare accordi bilaterali, infatti, il timore è che gli Stati Uniti non siano interessati a nient’altro che non sia l’estrazione di risorse. Invece, come conclude l’articolo del Center for Global Development, “affrontare queste sfide aiuterebbe a garantire catene di approvvigionamento e contribuirebbe a soddisfare il crescente coro di voci in tutti i Paesi in via di sviluppo che chiedono molto di più rispetto alla semplice estrazione delle risorse”.
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