L’Europa stringe le maglie sui cosiddetti “inquinanti eterni” ma l’Italia proroga di sei mesi. È la contraddizione che emerge in questi giorni sul dossier PFAS: da una parte l’Unione europea che impone limiti e controlli stringenti sull’acqua potabile, dall’altra il governo italiano che sceglie di rinviare l’applicazione delle nuove regole con un emendamento alla Legge di bilancio, posticipando di sei mesi un obbligo che avrebbe dovuto entrare in vigore a gennaio 2026.
Come ha già raccontato EconomiaCircolare.com, dal 12 gennaio scorso le nuove norme europee sulla qualità dell’acqua potabile obbligano gli Stati membri a monitorare e rispettare valori limite precisi, con i due parametri “PFAS totale” e “somma di PFAS”. La norma ha introdotto, per un gruppo di 4 PFAS, il limite di 20 nanogrammi per litro e un’altra soglia di 100 ng/l per un insieme di 30 PFAS, perché queste sostanze chimiche persistenti sono associate a effetti sanitari gravi come disturbi endocrini, problemi riproduttivi e aumento del rischio di alcune patologie oncologiche.

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La scelta italiana: rinviare e ridimensionare
La Commissione europea è stata chiara: il controllo dei PFAS nell’acqua destinata al consumo umano è uno strumento essenziale di prevenzione sanitaria, una misura di tutela immediata della salute pubblica. L’Italia, però, ha optato per tempi meno stringenti per attuare l’obbligo. Con i commi 622 e 623 della Legge di Bilancio 2026, il governo e la maggioranza hanno posticipato l’applicazione del parametro relativo alla “somma di PFAS” prevista dall’articolo 24 del d.lgs. 18/2023: non più dal 13 gennaio 2026, ma dal 13 luglio 2026. La motivazione è quella di “dare tempo ai gestori di adeguarsi ai requisiti previsti dal decreto legislativo”, gli stessi gestori che in passato si sono spesso dichiarati pronti a fare controlli efficaci e a rispettare il nuovo obbligo.
“La formulazione di un limite era giù un risultato importante, anche se 100 ng/l è un valore troppo alto, scientificamente inadeguato per proteggere la salute umana, come affermato dalle agenzie europee per la salute e l’ambiente” commenta l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Cristina Guarda. E inoltre “ben 6 Pfas vengono ora tagliati fuori dal limite, che era stato ampliato a 30 a seguito di valutazioni tecniche e scientifiche sulla pericolosità delle sostanze”. Il riferimento è al comma 623 che “nelle more della decorrenza dei termini di cui al comma 622” stabilisce che le molecole ADV-N2, ADV-N3, ADV-N4, ADVN5, ADV-M3, ADV-M4, di cui all’Allegato III, parte B del decreto legislativo 18/2023, non concorrono al rispetto del valore di parametro della “somma di PFAS”.
La lettera della Regione Veneto
Colpisce poi che il 15 gennaio scorso sia stata proprio la Giunta regionale del Veneto – regione pesantemente colpita dallo scandalo Miteni – a inviare una lettera al Ministero della Salute con la quale chiedeva un “urgente aggiornamento” del differimento dei controlli sui PFAS, fotografando bene il cortocircuito istituzionale. Le Regione prende atto del rinvio deciso a livello nazionale e chiede di formalizzarlo, richiamando esplicitamente la Legge di Bilancio e il decreto legislativo 102/2025.
Il punto politico, evidenzia la vicecapogruppo M5S alla Camera Ilaria Fontana, è che il rinvio non è una necessità tecnica inevitabile, ma una scelta. La deputata pentastellata parla senza mezzi termini di un colpo di penna che sacrifica la salute pubblica sull’altare dell’inerzia e delle pressioni di chi non vuole assumersi responsabilità. “Ogni giorno di ritardo significa esposizione prolungata, rischi accumulati e costi sanitari futuri che qualcuno dovrà pagare” spiega Fontana. “E a pagare saranno, come sempre, i cittadini. L’Europa ha fatto dei passi avanti su cui l’Italia, invece, fa marcia indietro avallando uno slittamento che mette a rischio la salute pubblica”. La deputata annuncia “iniziative parlamentari e azioni nei prossimi provvedimenti utili per ripristinare senza deroghe i limiti sui PFAS, rafforzare i controlli e garantire trasparenza totale. L’acqua è un bene comune non negoziabile e deve essere sicura oggi, non tra sei mesi”.
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