Le città sono il fulcro della transizione verso l’economia circolare. Qui si concentrano attività economiche, servizi essenziali e infrastrutture che, se ripensati in chiave circolare, possono ridurre drasticamente sprechi, emissioni e dipendenze da materie prime. È un fatto noto e più volte esaminato negli studi sulla materia e che quest’anno è stato al centro anche della fiera della sostenibilità Ecomondo e, all’interno di questa cornice, della conferenza organizzata da ISIA Roma Design ed EconomiaCircolare.com. Tra gli ospiti, Oriana Romano dell’OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che su questo tema è un autorevole punto di riferimento.
È infatti responsabile dell’unità Governance delle acque ed economia circolare, politiche urbane e divisione Sviluppo sostenibile del Centro per l’imprenditorialità, le pmi, le regioni e le città dell’OECD e lavora quotidianamente su questi argomenti. Nel corso della conferenza internazionale *Cities go circular”, Oriana Romano ha fatto un quadro della situazione dal suo osservatorio. I benefici dei centri urbani per lo sviluppo dell’economia circolare sono enormi: dall’efficienza energetica alla creazione di nuovi posti di lavoro nel riuso e nella riparazione, fino alla possibilità di tagliare fino al 70% delle emissioni da materiali entro il 2050.
C’è, però, un grosso problema. La circolarità nelle città resta un’eccezione: solo l’11% delle città europee si può definire circolare e l’intera Unione Europea utilizza appena il 12% di materiali riciclati, come ha ricordato Romano citando un recente studio dell’OECD. A rallentare la transizione sono costi elevati, modelli di business inadeguati e un delicato equilibrio tra benefici e costi della decarbonizzazione. Per questo, ha insistito Oriana Romano, servono scelte politiche chiare: tassare le materie prime vergini, premiare il riuso, rafforzare gli appalti verdi e garantire una governance più coordinata tra Stato, Regioni e Comuni.
I tre pilastri delle città circolari secondo Oriana Romano
La referente per la circolarità dell’OECD ha cominciato il suo intervento ricordando come l’economia circolare nelle città si regga su tre pilastri. “Il primo sono le attività economiche che hanno luogo nelle città dove la maggior parte della popolazione globale vive e vivrà nel futuro e devono essere ‘bonificate’ in modo da ridurre gli sprechi e garantire un utilizzo più efficiente delle risorse“. L’altro pilastro sono i servizi: “Stiamo parlando di contesti decentralizzati in cui servizi come acqua, energia, rifiuti vengono gestiti da città e regioni”, e devono “assolutamente essere gestiti in maniera più efficiente“.
L’ultimo pilastro per una città circolare, infine, sono le infrastrutture, che devono essere ripensate in chiave circolare: “Le infrastrutture vanno progettate per far sì che si creino sinergie“, ad esempio “un’infrastruttura per la gestione dell’acqua che produce energia e materiali” oppure “un’infrastruttura per il trattamento dei rifiuti capace di generare materie prime e seconde”. L’obiettivo è integrare tra loro i tre pilastri: “attività economiche, servizi e infrastrutture”.
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Disegnare le città circolari del futuro
Se questi tre pilastri sono presenti, è possibile passare alla fase del design urbano circolare, che secondo Oriana Romano si sviluppa intorno a quattro dimensioni principali. La prima è la rigenerazione, intesa come “recuperare aree dismesse e trasformarle in quartieri vitali, dove materiali, energia e acqua circolano in cicli chiusi”. Anche se questo “al momento non è ancora una realtà, possiamo lavorare nella giusta direzione”, ha precisato, portando l’esempio di “Groninga, nei Paesi Bassi, che ha riconvertito un’intera ex area industriale in un quartiere circolare, con più di 50 progetti in fase di implementazione, dal riutilizzo dell’acqua e dell’energia fino al riuso dei materiali”.
La seconda dimensione è il design partecipativo: “Non si tratta solo di progettare con le persone, ma anche per le persone“, perché questo approccio consente di “modificare i comportamenti urbani e costruire una cultura della circolarità attraverso il coinvolgimento attivo delle comunità“. Il terzo punto riguarda invece gli spazi pubblici adattivi, pensati per cambiare funzione in risposta ai mutamenti climatici e sociali. Ad esempio, “esistono sistemi di gestione delle acque che possono contribuire – come nel caso delle soluzioni basate sulla natura – a ridurre gli impatti negativi”, ad esempio quelli legati alle inondazioni.
Infine, costruire nuovi modelli di città-servizio per accompagnare l’evoluzione della dinamiche sociali: dallo smart working ai nuovi usi degli edifici, fino a nuove forme di mobilità. Di fronte a questi cambiamenti la città, ha spiegato, va intesa “non come un semplice contenitore di edifici, ma come una piattaforma di servizi condivisi per il riuso, la riparazione e la mobilità sostenibile”, servizi che “riducono il consumo di risorse e aumentano la qualità della vita“. Un esempio sono i distretti circolari di Berlino, spazi in cui “si possono sperimentare pratiche concrete di economia circolare”: “si stabiliscono regolamentazioni, come il divieto totale della plastica monouso, la presenza di centri di riuso, bonus per la riparazione e spazi multifunzionali per comunità e imprese che operano in modo circolare”.
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Oriana Romano: “Attenzione anche ai costi dell’economia circolare”
La parola d’ordine, secondo Romano, è sperimentazione: “L’obiettivo è sperimentare; noi diciamo start small but scale up“, ovvero partire in piccolo ma creare le condizioni per replicare questi modelli “in modo tale che non restino un’eccezione”. Al tempo stesso, però, Romano ha fatto notare come l’economia circolare non vada presentata come “la panacea per tutti i mali“.
I dati sui benefici della circolarità nelle città sono innegabili. “Acciaio, cemento e plastica producono il 60% delle emissioni globali” e intervenire con pratiche circolari su edifici, trasporti ed energia può ridurre le emissioni del 40-70% entro il 2050. A questo si aggiungono gli effetti economici: “Oggi nell’Unione Europea importiamo metalli e il 70% di combustibili fossili”, e le pratiche circolari possono ridurre questa dipendenza e creare posti di lavoro legati al riuso, al riciclo e alla riparazione.
Tuttavia la transizione ecologica comporta una serie di costi da considerare. Il primo trade-off è quello tra “decarbonizzazione e dematerializzazione“. Un esempio concreto è l’elettrificazione dei trasporti: “È un classico esempio di decarbonizzazione, ma non implica automaticamente una riduzione della quantità di materie prime utilizzate”, ha spiegato Romano. Nel caso della completa sostituzione del parco auto europeo, “ciò implicherebbe il consumo di circa il 3,5% di tutte le materie prime utilizzate nell’Unione Europea”.
A questo si aggiunge un altro ostacolo: i costi della trasformazione. “L’economia circolare ha un costo ed è per questo che oggi rappresenta un’eccezione e non la regola“, osserva. È un costo che riguarda “il cambiamento di regolamentazione, investimenti, un cambiamento di modelli di business per le imprese”, con “costi di transizione grandissimi” che non possono essere assorbiti in tempi rapidi.
Infine, ha fatto notare Romano, la transizione non porta benefici uniformi: “Le regioni e le città non sono vincitori netti di questa transizione”. La trasformazione, ha sottolineato, comporta anche delle perdite: “ci sono posti di lavoro che andranno persi e industrie, così come modelli di business, che risulteranno profondamente diversi da quelli a cui siamo abituati”. Da qui emerge una domanda inevitabile: “Chi paga il costo di questa transizione?”.
Quali strategie per diffondere la circolarità nei centri urbani
Per questo, secondo Romano, è essenziale “intervenire a livello territoriale e comprendere i bisogni locali, così da accompagnare – anche attraverso un’azione nazionale – i processi che si sviluppano nei contesti locali”. Le evidenze raccolte sul campo dall’OECD lo dimostrano: “Abbiamo lavorato con più di 60 città e regioni a livello europeo“, ha raccontato alla platea. L’ultimo report, pubblicato nel 2025, mostrava che “l’11% di queste città e regioni si definiva avanzato nell’ambito dell’economia circolare, perché erano state sviluppate strategie dedicate, implementate alcune attività e avviate azioni di monitoraggio“.
Il nodo principale, ha spiegato, è “fare in modo che esistano le condizioni adatte perché tutto questo possa avvenire”. Nel report, infatti, “abbiamo raccomandato di tassare l’uso di materie prime vergini per rendere più conveniente l’impiego di materiali riciclati, aumentare la tassa sulle discariche, rimuovere i sussidi dannosi e introdurre una tassa sull’incenerimento“.
A queste misure si sono affiancati strumenti operativi: “introdurre un sistema di pay as you throw, cioè pagare in base alla quantità di rifiuti prodotti, incentivare il riuso e la riparazione, rafforzare gli appalti pubblici verdi“. Ma, soprattutto, è emersa la necessità di un cambiamento nella governance: “ridurre la frammentazione tra i livelli di governo, perché serve una governance più coordinata tra Stato, Regioni e Comuni, con ruoli chiari, strumenti condivisi e una visione comune orientata alla circolarità delle città”.
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