L’economia circolare è uno dei pilastri della transizione ecologica del futuro. Ma oltre la prospettiva di sostenibilità, innovazione e crescita verde si nasconde un’insidia pericolosa: senza un riconoscimento esplicito del lavoro umano dei riciclatori che oggi regge il sistema del riciclo e della riparazione, la circolarità rischia di rafforzare, anziché ridurre, le disuguaglianze globali. È la tesi sostenuta da Sebastián Carenzo, ricercatore dell’università di Quilmes in Argentina, in un articolo pubblicato su Nature e dal titolo “The circular economy is leaving the workers behind” che mette in discussione la narrativa dominante dell’economia circolare.
Una prospettiva che, avverte l’autore, entra in conflitto con il modo in cui la circolarità viene oggi raccontata e promossa su scala globale. Secondo Carenzo, infatti, “la narrativa virtuosa dell’economia circolare è promossa da grandi imprese, governi, organizzazioni non governative, accademici e ong allo stesso modo”. Una narrativa che “favorisce il riuso e il riciclo per valorizzare materiali scartati attraverso il design sostenibile di nuovi prodotti o processi” e che “sembra avere un impulso globale inarrestabile”. Eppure, nel sistema, non tutto funziona come dovrebbe.
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La narrativa dietro l’economia circolare fra realtà e utopia
Per prima cosa Carenzo si chiede come mai questa visione positiva è così potente e convincente. “A mio avviso – scrive l’autore – il suo vigore deriva da quattro caratteristiche interconnesse”. La prima è che “promette allo stesso tempo crescita economica e sostenibilità socio-ambientale”, anche mentre il mondo attraversa il Capitalocene, “l’età del capitale, in cui gli accordi globali di base non vengono solo messi in discussione, ma smantellati”.
La seconda caratteristica è il ruolo centrale attribuito alla tecnologia. L’economia circolare, osserva Carenzo, “promuove l’uso delle tecnologie digitali per progettare o riprogettare la produzione e rimodellare i modelli di consumo e di welfare”: “Molte iniziative di economia circolare – spiega – coinvolgono intelligenza artificiale, big data e blockchain per migliorare la tracciabilità del ciclo di vita, progettare la logistica di raccolta o fornire informazioni chiave ai consumatori e agli altri attori coinvolti”. Iniziative che, aggiunge Carenzo, “sono anche altamente ‘trasmissibili’ sui social media”, perché parlano a “un pubblico sempre più desideroso di investire in prodotti più verdi ma dall’aspetto intelligente”.
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Il terzo elemento riguarda il livello di concretezza: “promette trasformazioni specifiche nei sistemi di consumo attuali”, distinguendosi così “da obiettivi globali più intangibili e difficilmente traducibili in pratiche immediate”. Infine, la narrativa circolare “è sostenuta da casi empirici di successo, localizzati per lo più in paesi potenti e che coinvolgono grandi corporation”.
È proprio questa combinazione che rende l’economia circolare così persuasiva per manager, politici e mondo accademico. Perciò, “l’economia circolare viene promossa come uno dei principali asset che l’umanità possiede per affrontare gli effetti globali di un lungo secolo di estrattivismo, consumismo e cultura dell’usa e getta”. Eppure, nota Carenzo, la combinazione delle quattro caratteristiche distintive dell’economia circolare conferiscono alla narrativa dominante una natura fortemente contraddittoria: è allo stesso tempo utopica ma credibile, universale ma precisamente situata in un’area geografica, frammentata e dirompente”.
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Ridare centralità al mondo del lavoro
Infatti, prosegue Carenzo nel ragionamento, “le brillanti promesse dell’economia circolare stanno oscurando la pietra angolare del sistema attuale di riciclo: il lavoro umano”. Un lavoro svolto in larga parte da riciclatori informali e di base, il cui contributo è sistematicamente sottovalutato, ma centrale. “Attualmente – fa un esempio l’autore – i lavoratori del riciclo di base forniscono fino al 60% di tutta la plastica raccolta per il riuso o il riciclo”, e in alcuni contesti urbani dei paesi a basso e medio reddito “questa percentuale può arrivare fino al 90%”. Il loro lavoro “devia milioni di tonnellate di materiali preziosi dalle discariche” e “riduce in modo significativo l’impronta ambientale del consumo globale”.
Non solo. Questi lavoratori “offrono conoscenze specializzate e innovazioni a bassa tecnologia per gestire materiali difficili o atipici”, contribuendo a rendere “l’intero sistema di gestione dei rifiuti più resiliente ed efficace”. In pratica, osserva Carenzo, “forniscono una rete di raccolta dei materiali riciclabili altamente efficiente, a basso costo e agile”. Eppure, nella catena del valore del riciclo, il loro ruolo resta marginalizzato. “Nella maggior parte dei casi – scrive l’autore – questi lavoratori ottengono guadagni minimi dai ricavi generati lungo la catena del valore del riciclo”, operano “in condizioni di precarietà” e “non ricevono alcun riconoscimento ufficiale del loro contributo alla circolarità e alla sostenibilità dei sistemi di gestione dei rifiuti”.
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Le difficoltà affrontate dai riciclatori e riparatori
Negli ultimi anni non sono mancati tentativi di correzione. “Sia nel Sud globale sia nel Nord globale – osserva Carenzo – abbiamo assistito a progressi significativi nel riciclo inclusivo”, con “migliori regolamentazioni e forme di co-gestione dei sistemi municipali dei rifiuti insieme alle organizzazioni dei riciclatori di base”. Tuttavia, le difficoltà strutturali restano numerose. Come evidenziato dall’International Alliance of Waste Pickers, “la gentrificazione urbana allontana i siti di raccolta dei materiali riciclabili”, mentre “le autorità recintano discariche e altre infrastrutture urbane comuni, impedendo l’accesso” a queste persone.
Una situazione peggiorata dalla volatilità dei mercati: “I prezzi dei materiali riciclabili fluttuano, aumentando la precarietà dei lavoratori”, e in molti casi “le politiche pubbliche che richiedono la raccolta differenziata vengono interrotte”. Di contro, nel frattempo, “fioriscono iniziative imprenditoriali orientate al mercato”, come gli inceneritori o i broker privati di materiali riciclabili. Si tratta di iniziative che, scrive Carenzo, “possono contare su migliori contatti politici, maggiori risorse finanziarie e infrastrutture logistiche e produttive” per occupare nuove quote di mercato dell’economia circolare togliendole ai riciclatori e riparatori.
Il paradosso è evidente. “I riciclatori di base sono la spina dorsale della catena del riciclo – conclude l’autore – eppure l’attuale modello di economia circolare oscura il loro contributo”. Il rischio concreto è quello di “una transizione esclusiva, in cui i profitti vengono privatizzati dalle grandi corporation, mentre i lavoratori più poveri e vulnerabili, che forniscono servizi circolari da decenni, vengono lasciati indietro”. C’è ancora tempo per invertire questa tendenza, sostiene Carenzo. A patto che “l’economia circolare del futuro riconosca finalmente il valore del lavoro umano su cui si è sempre fondata”.
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