La Commissione europea sta aprendo al riciclo chimico, in particolare quello del PET, principalmente per far crescere le tecnologie. È questa la lettura che Michele Modesti, ordinario di chimica industriale e tecnologica presso il Dipartimento di ingegneria industriale dell’Università di Padova dà del progetto di decisione di esecuzione nel quale l’esecutivo UE ha incluso appunto il PET riciclato chimicamente ai fini del raggiungimento degli obiettivi di contenuto minimo riciclato previsti della direttiva sulla plastica monouso (SUP).
Professor Modesti, il riciclo chimico viene aggiunto a quello meccanico per raggiungere gli obiettivi di contenuto riciclato nel PET: che cosa ne pensa?
Una breve premessa generale: il riciclo meccanico è importante ma ha dei limiti oltre ai quali non si può andare, per cui se si vuole raggiungere un elevato grado di circolarità delle plastiche nei prossimi anni va per forza abbinato al riciclo chimico. Si parla infatti spesso di complementarietà tra riciclo meccanico e quello chimico.
Nel progetto di decisione di esecuzione presentato dalla Commissione si parla di tutta la bottiglia: quindi non solo il corpo in PET, ma anche tappo ed etichetta, che sono in genere a base di poliolefine.
Altra premessa: quando si parla di riciclo chimico, si intende generalmente la pirolisi, che è attualmente la tecnologia più diffusa a livello mondiale. Mentre per le poliolefine, costituenti per esempio i tappi, ha senso utilizzare questo processo, per il PET la pirolisi non è adatta, in quanto produrrebbe composti aromatici e ossigenati che dovrebbero essere poi rimossi dall’olio di pirolisi prima del processo di steam cracking – con costosi processi di purificazione. Per il PET, invece, risulta più adatto un altro processo di riciclo chimico: la depolimerizzazione chimica via glicolisi o metanolisi.
In ogni caso preciso che la bozza non cita un processo specifico, ma parla solo di ‘riciclo chimico’ in generale.
Leggi anche: Riciclo del PET, per gli obiettivi della SUP si va verso made in Europe e riciclo chimico
Qual è la capacità produttiva europea di riciclo chimico del PET?
Che io sappia in Europa non c’è nessun impianto industriale che ricicli chimicamente, tramite depolimerizzazione, il PET. Ce n’è uno molto grande in America, della Eastman, che col marchio Renew commercializza PET 100% riciclato chimicamente.
In Europa ci sono diversi impianti pilota che stanno studiando la depolimerizzazione del PET, necessaria per tornare ai monomeri, purificarli, e poi polimerizzarli nuovamente a PET. Ne abbiamo anche in Italia, come quello Garbo – Saipem: ma il passaggio dall’impianto pilota all’impianto industriale richiede anni.
Il riciclo meccanico in Europa è già in difficoltà. Se si usasse anche PET riciclato chimicamente, per di più importato, questo non rischierebbe di andare in competizione con quello riciclato meccanicamente?
Il riciclo meccanico del PET funziona bene, non ci sono dubbi. Però ci sono dei PET a fine vita che creano problemi al processo di riciclo meccanico, per esempio quelli colorati, sporchi o molto contaminati. In questi casi il riciclo meccanico non è adeguato, perciò ha senso considerare quello chimico, piuttosto della termovalorizzazione del rifiuto.
A punto 32 dei Considerata del documento della Commissione, è scritto chiaramente che i rifiuti che possono essere riciclati meccanicamente non dovrebbero, in linea di principio, essere sottoposti a riciclaggio chimico, se il riciclaggio meccanico è in grado di produrre materiali riciclati con caratteristiche qualitative o prestazionali simili. Quindi si conferma che il riciclo chimico deve entrare come un supporto complementare al meccanico.
Leggi anche: Veillard (ZWE): “Bassa efficienze e alto impatto ambientale: quello chimico non è riciclo”
Secondo alcune associazioni ambientaliste il metodo di calcolo del bilancio di massa a livello di impianto con esclusione dei carburanti (indicato dalla Commissione) è piuttosto opaco e non garantisce la necessaria trasparenza e tracciabilità dei materiali riciclati. Che ne pensa?
Sul bilancio di massa il testo della Commissione non è ancora chiarissimo poiché non si specifica quale tipo di riciclo chimico sia previsto per i vari componenti costituenti la bottiglia.
Nell’articolo 7, relativo proprio al calcolo del bilancio di massa, si sottolineano a mio parere 2 elementi principali: in primis che la quantità di materiale idoneo dev’essere determinata su dati operativi ‘process-specific’, quindi bisognerà far riferimento allo specifico tipo di riciclo chimico che verrà messo in opera; in secondo luogo si parla sempre di steam cracker, quindi sembra che al momento ci si riferisca al riciclo chimico limitatamente alla pirolisi delle componenti poliolefiniche della bottiglia, senza citare minimamente il riciclo chimico del PET via depolimerizzazione.
Mi sento quindi di dire che forse allarmarsi sul metodo di calcolo è prematuro, visto che non sono ancora stati dettagliati i diversi processi di riciclo chimico.
A questo punto le chiedo che senso potrebbe avrebbe, secondo lei, un’apertura al riciclo chimico del PET se in Europa non ci sono impianti che potrebbero produrlo e se le tecnologie non sono ancora mature?
La mia impressione è che nel testo sia stato introdotto anche il riciclo chimico perché solo se la plastica riciclata chimicamente viene conteggiata ai fini degli obblighi di contenuto riciclato, allora ci saranno investimenti e verranno costruiti impianti. Se il riciclo chimico non fosse conteggiato si bloccherebbe tutto. Credo sia questo il motivo. Tecnologia e mercato non sono ancora maturi ma solo così potranno diventarlo.
Leggi anche: Davvero il riciclo chimico della plastica è un’altra falsa soluzione dell’industria petrolifera?
© Riproduzione riservata



