Movopack è uno dei pionieri italiani dell’imballaggio riutilizzabile. Un numero per avere il polso della situazione: finora le buste riutilizzabili “Movo” della start up milanese sono state impiegate in oltre un milione di spedizioni, in Italia e in Europa. Con questi imballaggi pensati per l’e-commerce, il retail e la distribuzione, sia al pubblico che business to business, le imprese non acquistano un contenitore per i loro prodotti, ma un servizio: packaging-as-a-service. E probabilmente vi sarà capitato di vedere e utilizzare Movo per i vostri acquisti da Decathlon o Yamamay.
Dato il pallino del nostro magazine per tutte le fasi dell’economia circolare, e non solo per il riciclo, abbiamo raccontato Movopack tempo fa, ma torniamo da Alberto Cisco, uno dei fondatori della start up e Chief Commercial Officer (CCO) di Movopack, per un aggiornamento e per capire qualcosa in più dei questo modello di business.
Alberto Cisco, perché brand come Legami, Decathlon, Prénatal vi hanno scelto?
Ci possono essere diversi punti di vista. Il primo è sicuramente legato ad una questione di sostenibilità: come vi abbiamo già raccontato, il nostro packaging è una delle soluzioni più sostenibili per ciò che riguarda le spedizioni e-commerce, proprio grazie al riutilizzo. Abbiamo fatto predisporre un’analisi LCA comparativa preliminare per dimostrarlo.
E poi, partendo dai risultati dell’LCA, ad ogni cliente mettiamo a disposizione una dashboard che in tempo reale mostra il tasso di rientro del packaging e calcola il risparmio di acqua, energia e CO2 rispetto allo status quo delle spedizioni del brand. La dashboard mostra l’impatto migliorativo che ogni singolo cliente ottiene grazie al nostro servizio. Poi i clienti possono decidere se comunicarlo, ad esempio nei report di sostenibilità.
Se la sostenibilità è la prima delle ragioni per cui un brand ci sceglie, la seconda è consentire al cliente finale un’esperienza di acquisto migliorativa.

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I vostri clienti, i brand, quando scelgono di collaborare con voi hanno diverse opzioni, che cambiano il rapporto tra l’utente finale e l’imballaggio, giusto?
Esatto. Sono possibili due tipologie di collaborazione coi brand che spediscono i loro prodotti. La prima è una spedizione diretta: il brand paga per il servizio Movopack e il cliente finale riceve il packaging direttamente con l’ordine e-commerce. Questo tipo di collaborazione rappresenta circa il 70% dei nostri clienti. Tutti gli altri, offrono un’opzione riutilizzabile in checkout: concludendo l’acquisto, è il cliente finale che seleziona il nostro packaging in alternativa ad uno usa e getta, e riceve il suo ordine in un packaging riutilizzabile.
Pagando qualcosa in più per l’imballaggio riutilizzabile.
Consideri che oggi nel 99% degli acquisti online il cliente finale non paga il packaging: il cui prezzo è semplicemente assorbito nel costo della spedizione. Quindi è il brand che paga il packaging e ribalta il costo su chi acquista i suoi prodotti. Poi ci sono brand che decidono invece di investire sul packaging riutilizzabile, ribaltando solo in parte il costo sui clienti finali: parte del costo del packaging riutilizzabile viene assorbita dal brand e-commerce, parte del cliente finale.
E veniamo alla differente esperienza di acquisto.
Alcuni marchi ci scelgono per dare ai clienti finali una user experience, possiamo definirla in questo modo: da un lato volta alla sostenibilità, ma che migliori anche l’esperienza dell’unboxing. Immagini un cliente che riceve un normale pacco Amazon e vive un’esperienza di unboxing standard. E poi c’è un cliente che invece riceve un packaging riutilizzabile, più sostenibile, brandizzato: con un’esperienza di unboxing migliorativa rispetto allo status quo.
Ma chi sceglie Movopack ha anche motivazioni che hanno a che fare con marketing e comunicazione: usare le nostre buste riutilizzabili permette al brand di comunicare un’iniziativa più sostenibile.
A proposito di esperienza, avete immaginato un sistema di ritorno semplicissimo per le vostre buste. Oltre ai prodotti acquistati, nella busta si trova anche una lettera di vettura prepagata: si piega la busta (realizzata con PET o PP riciclati), la si chiude col velcro e si imbuca il tutto in una delle cassette postali in tutta Europa – se non sapete dove trovarla, un QR code sulla facciata della busta vi indicherà quella più vicina. A questo punto la busta torna a Movopack, che si occupa di verificare e sanificare il packaging e poi rimetterlo in circolo.
E adesso abbiamo aggiunto anche la possibilità di rientro del packaging direttamente negli store dei brand nostri clienti. In questo caso andiamo effettivamente noi a raccogliere il packaging nei negozi, lo sanifichiamo e lo rimettiamo in circolo. Questo crea anche un’esperienza omnicanale utile al brand: chi ha comprato attraverso e-commerce poi può andare in uno store per riconsegnare il packaging.
Per gestire questa logistica inversa abbiamo inserito all’interno Movopack una figura dedicata: è la nostra Head of Product Return, che ha l’obiettivo trasversale di aumentare sempre di più il tasso di rientro dei nostri packaging. È trasversale alle vendite, al marketing, al prodotto: noi facciamo packaging riutilizzabile, ed è fondamentale che il nostro tasso di rientro, cioè la quota di imballaggi che torna indietro dopo l’utilizzo, aumenti sempre di più.
Con specifici brand abbiamo introdotto degli incentivi affinché il cliente finale riconsegni il packaging. Yamamay, ad esempio: chi acquista e poi riconsegna il packaging (o attraverso il sistema postale o direttamente negli store) riceve ogni volta “30 punti loyalty” sulla propria carta. Il rientro del packaging è un win-win per tutti i player: noi abbiamo un packaging che continua ad essere riutilizzato ed è quindi più sostenibile; per il brand è un cliente che effettivamente torna in uno store o riconsegna un packaging ricevendo un incentivo, e che quindi sarà portato a ricomprare. E il cliente può avere degli sconti.

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Quanti sono i vostri clienti che scelgono la doppia opzione per la riconsegna, sia quella postale che quella presso lo store fisico?
Sono quelli che hanno una presenza capillare sul territorio. Al di là di clienti per i quali il servizio deve partire a breve, di cui per ovvi motivi non posso fare i nomi, il 5 febbraio abbiamo iniziato con OVS, che offre appunto la riconsegna sia attraverso il sistema postale che direttamente negli store. L’anno scorso siamo partiti con una fase test anche con Decathlon.
Movopack muove beni in tutta Europa, giusto?
Esattamente. A novembre 2024 abbiamo fatto un round d’investimento, raccogliendo 2,3 milioni di euro: l’obiettivo principale di questo round è stato proprio l’espansione a livello internazionale. Oggi abbiamo un ufficio Gran Bretagna per gestire il packaging su tutto il territorio britannico, con tre persone che lavorano alle vendite e un hub per la ricezione. Poi abbiamo un ufficio in Spagna, e otto hub europei per ricevere indietro gli imballaggi.
Cosa succede negli hub?
Sono i centri che gestiscono il ritorno del packaging, la sanificazione e la rimessa in circolo. Gli hub sono posizionati per coprire in maniera più strutturata ed efficiente possibile tutto il territorio europeo. In questo momento ne abbiamo uno fuori Milano, che gestisce il territorio italiano; uno in Portogallo, che copre la penisola iberica; poi uno in Germania, uno in Francia, uno in UK, come dicevo, poi uno in Estonia, uno nella Repubblica Ceca e uno in Romania.
Parlava di investimenti. Ci racconta come l’economia circolare muove l’economia? Quanti fondi avete ricevuto dagli investitori?
Ad oggi, senza considerare i grant, i bandi pubblici, abbiamo raccolto 3 milioni di euro circa. E poi abbiamo vinto anche tanti bandi: devo ad esempio dire che in Italia c’è un grande aiuto per ciò che è innovativo e sostenibile.
Qual è il vostro fatturato?
Preferiamo non parlare di fatturato. Siamo nati nel febbraio 2021, siamo ancora una start up: una start up che sta crescendo molto bene, ma non siamo ancora in fase di break even. Il nostro obiettivo è arrivare al break even l’anno prossimo.
Quante persone lavorano a Movo?
Al momento siamo 18, considerando i diversi mercati e le diverse funzioni. 18 interni, assunti da Movopack.
E gli esterni? Logistica, sanificazione, riparazione ad esempio?
Siamo una struttura molto lean, molto snella. Tutto ciò che è rientro postale viene gestito dagli operatori postali: abbiamo dei contratti con tutti i sistemi postali europei e li paghiamo per gestire il rientro. Anche pulizia e sanificazione sono servizi esternalizzati, che altre aziende fanno per noi. Ovviamente noi abbiamo condiviso tutta la parte di know how su come effettivamente pulire il packaging in modo efficace e sostenibile al tempo stesso.
Che tipo di azienda sono queste ultime?
In generale possono essere delle cooperative che, ad esempio, offrono diverse tipologie di servizi e che per noi sanificano le buste riutilizzabili.
Parlava di know how: a queste aziende fate anche una sorta di formazione, immagino?
Assolutamente sì. Abbiamo un know-how sulla pulizia che abbiamo condensato in un volumetto di spiegazioni su come effettivamente si fa la sanificazione di ciascun singolo tipo di packaging. Oggi, con un centinaio di clienti, abbiamo tantissime tipologie di packaging: le nostre buste sono di fatto su misura per ciascun singolo brand.
Quanti formati di packaging avete realizzato?
Al momento abbiamo circa 20 famiglie di packaging diversi, 20 tipologie: le pochette, le pochette imbottite, … Abbiamo buste protettiva o no, buste con una chiusura zip o velcro. E poi abbiamo introdotto anche packaging riutilizzabile per il retail.
Non per le spedizioni ma per gli acquisti direttamente in negozio?
Sì. Il primo cliente col quale abbiamo attivato questo servizio è Yamamay: eravamo partiti con l’e-commerce e poi abbiamo introdotto anche una store bag riutilizzabile che viene venduta in cassa ai clienti. Quando non gli serve più può riconsegnarla, inserendola nella cassetta postale o portandola in negozio. E ogni volta che riconsegna ottiene un incentivo loyalty.
Qual è in questo caso il tasso di ritorno?
Con Yamamay siamo partiti da poco più di un mese: ad oggi abbiamo circa un 10% di persone che l’hanno utilizzata e riconsegnata in uno store. Un dato parziale ma credo molto alto.

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Qual è il cliente più “atipico” che vi ha contattato?
Un brand UK che affitta abiti da cerimonia: noi gli vendiamo l’utilizzo del packaging, loro spediscono il packaging dal loro hub centrale ai singoli store, dove poi noi andiamo a collezionarlo, lo sanifichiamo e lo riportiamo all’hub centrale. È un’altra applicazione della riutilizzabilità del packaging.
I brand con cui lavorate fanno comunicazione e informazione verso il cliente finale per spiegare come funzionano i vostri packaging?
Sì. Dipende poi da brand a brand, ovviamente, ma la formazione\informazione in generale è fondamentale: perché la prima volta che ricevi un packaging riutilizzabile non lo sai e non sai come comportarti. Il primo strumento è il packaging stesso: “Ricordati che sono un packaging riutilizzabile” e poi “Riconsegnami, non gettarmi via” sta scritto sulle nostre buste. Questo è un primo sistema. Abbiamo poi dei clienti che mandano delle email dirette ai consumatori in aggiunta alla mail della transazione (o lo scrivono nella mail transazionale stessa): “Hai ricevuto il tuo ordine In un packaging riutilizzabile. Riconsegnami e otterrai uno sconto” piuttosto che “farai del bene al pianeta”. Abbiamo dei clienti che all’interno del pacco inseriscono dei piccoli flyer, anche se effettivamente ci rendiamo conto non essere queta la maniera più sostenibile per farlo. E abbiamo anche clienti che inviano email ricorrenti: ricevi l’ordine e ti arriva l’email transazionale, e dopo un mese ti viene rimandata un’altra email: “Ehi, ti ricordi di aver ricevuto il tuo prodotto in un imballaggio riutilizzabile? Che fine ha fatto? Se lo riconsegni abbatterai l’impatto ambientale della spedizione”. E ci sono anche dei clienti che lo comunicano anche negli store: hanno magari un flyer dietro la cassa in cui spiegano l’iniziativa e quanto sia importante riutilizzare il packaging.
In base alla vostra esperienza, cosa sarebbe utile mettere in campo dal punto di vista istituzionale e normativo per far sì che esperienze di riutilizzo degli imballaggi diventino più diffuse?
Ottima domanda. A livello europeo abbiamo il PPWR, il regolamento imballaggi, che spinge verso il riutilizzo degli imballaggi: ma non sappiamo se verrà mantenuto così com’è fino al 2030, data per cui darà i primi risultati importanti.
Punto secondo: la legislazione italiana sul riutilizzo è molto indietro, non esistono norme dedicate al riutilizzo del packaging. Oggi, quando ricevo a casa un acquisto effettuato online contenuto in un cartone, nel momento stesso in cui lo apro, quel cartone diventa un rifiuto. E dal punto di vista legislativo quel rifiuto deve essere trattato dalle aziende che gestiscono i rifiuti, per arrivare al riciclo. Manca la parte normativa relativa al riutilizzo. Quello che sottrae Movopack a queste dinamiche è l’aver creato un sistema: un sistema di packaging-as-a-service in cui noi siamo proprietari del packaging e ne affittiamo l’utilizzo ai brand. E questo che ci dà modo di far girare il packaging senza che venga considerato un rifiuto.
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La sostenibilità ambientale non vive un periodo roseo, tra i passi indietro della Commissione europea e la disinformazione e i sabotaggi dell’amministrazione Trump. Accusate questo nuovo clima non proprio favorevole?
Movopack lavora principalmente con clienti nel mondo e-commerce e retail. Che non vivono un buon momento. Detto questo, noi offriamo un sistema che ha come mission la sostenibilità, ma che al tempo stesso offre vantaggi tangibili: dal punto di vista del marketing, dell’aumento della redemption dei clienti che tornano effettivamente a riconsegnare il packaging, piuttosto che dal punto di vista dell’esperienza cliente. Forse per questo anche nell’ultimo anno, come ha potuto vedere, abbiamo avuto un’ottima crescita. Quindi sono assolutamente d’accordo: non è un buon momento dal punto di vista della sostenibilità, a partire dagli Stati Uniti di Trump ma con ripercussioni anche in Europa. Però Movopack non ne ha risentito, forse proprio perché abbiamo creato un sistema che offre vantaggi in termini di sostenibilità ambientale, ma anche vantaggi economici.
Ad alcuni clienti, ad esempio, abbiamo fatto risparmiare fino al 30-40% dei costi di spedizione: con la riduzione dell’overpackaging (che tra pochi anni sarà vietato dal regolamento imballaggi). Tutto grazie ad una nostra busta dotata di velcro centrale che permette di minimizzare il volume di spedizione.
Sono quindi convinto che senza la flessione nel retail e nell’e-commerce e senza i passi indietro nelle politiche ambientali la nostra crescita sarebbe stata ancora maggiore.
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