Cosa vuol dire depaving: togliere l’asfalto per far respirare le città

E se la rigenerazione urbana passasse dal sottrarre anziché dall'aggiungere? Alla scoperta del depaving, la pratica che rompe la barriera di asfalto e cemento e promette di riscrivere il rapporto tra spazio urbano, gestione delle acque e verde urbano

Valeria Morelli
Valeria Morelli
Content Manager e storyteller 2.0. Fa parte del network di Eco Connection Media. Si occupa di strategie di comunicazione web, gestione social, consulenza 2.0 e redazione news e testi SEO. Per Green Factor, all’interno dell’ufficio stampa, si occupa delle relazioni istituzionali.

Immaginate le nostre città, soffocate da colate di asfalto e cemento che si estendono a perdita d’occhio. Superfici nere e impermeabili che d’estate si trasformano in vere e proprie griglie roventi, contribuendo a quel fenomeno sempre più opprimente delle “isole di calore”. Cosa fare (oltre a provare a scappare dalla città nei mesi più torridi)?

Una delle opere diffuse in questo ambito prende il nome di depaving (o deimpermeabilizzazione) e rappresenta un’azione che sta ridisegnando il volto di metropoli in tutto il mondo (in particolar modo di quelle che ambiscono a diventare “città spugna”), Italia compresa, con l’obiettivo di renderle più resilienti, verdi ed a misura d’uomo.

Cos’è il depaving 

Il termine depaving significa letteralmente “rimuovere la pavimentazione”. Si tratta di un processo strategico di rigenerazione urbana che consiste nel rimuovere strati di asfalto e cemento da aree come strade, parcheggi, piazze e cortili scolastici, per riportare alla luce il suolo sottostante. Non si tratta “solo” di sostituire l’asfalto con un altro manto, ma di lavorare per innescare una serie di benefici a catena indispensabili per affrontare le sfide del cambiamento climatico.

Le nostre città, infatti, sono in gran parte impermeabilizzate. Ciò significa che l’acqua piovana, invece di essere assorbita naturalmente dal terreno, scorre in superficie, sovraccaricando i sistemi fognari e causando allagamenti sempre più frequenti e disastrosi. Fermatevi a guardare una strada accanto ad un parco per notare la differenza tra le due aree.

Allo stesso tempo, queste superfici scure assorbono e trattengono un’enorme quantità di calore, innalzando le temperature urbane di diversi gradi rispetto alle aree rurali circostanti, un fenomeno noto come “isola di calore urbana”.

Il depaving è una delle strategie che consente di intervenire su questi due fronti. Rimuovendo l’asfalto, si ripristina la permeabilità del suolo, permettendo all’acqua di infiltrarsi, ricaricare le falde acquifere e ridurre il rischio idrogeologico. Al posto del grigio, si creano spazi verdi, si piantano alberi e arbusti che, con la loro ombra e il processo di evapotraspirazione, contribuiscono a rinfrescare l’ambiente, mitigando le ondate di calore. Ovviamente non basta intervenire su una singola area, ma è fondamentale prevedere interventi a macchia di leopardo un po’ in tutti i contesti urbani che “non lasciano traspirare” il terreno.

I vantaggi di una “città spugna”

L’obiettivo finale del depaving è contribuire a trasformare le nostre metropoli in “città spugna”, capaci di assorbire, gestire e riutilizzare l’acqua piovana in modo naturale ed efficiente.

I vantaggi, però, non si fermano qui.

  • Miglioramento della qualità dell’aria e della biodiversità: piante e alberi assorbono CO2 e filtrano gli inquinanti atmosferici. Le nuove aree verdi – se ben studiate – diventano inoltre habitat preziosi per la fauna selvatica, favorendo un aumento della biodiversità urbana (basti pensare agli insetti impollinatori); 
  • Creazione di nuovi spazi di socialità: aree prima occupate da parcheggi o strade trafficate si trasformano in parchi, giardini pubblici, orti urbani e aree gioco, migliorando la qualità della vita e promuovendo l’interazione sociale;
  • Benessere psicofisico: numerosi studi dimostrano l’impatto positivo del verde sulla salute mentale dei cittadini, riducendo lo stress e incoraggiando uno stile di vita più attivo;
  • Risparmio energetico: città più fresche richiedono un minor utilizzo di condizionatori, con una conseguente riduzione dei consumi energetici e delle emissioni.

depaving parigi

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L’Italia che “depavimenta”: gli esempi virtuosi di Milano e Roma

Anche in Italia, seppur con un ritmo più lento rispetto ad altre realtà europee, la pratica del depaving sta prendendo piede. Milano e Roma hanno recentemente messo in campo progetti ambiziosi che hanno l’obiettivo di cambiare il volto di alcune aree.

A Milano, l’amministrazione comunale ha indicato la depavimentazione come uno dei pilastri del suo “Piano Aria e Clima”. Sono molteplici gli interventi avviati per trasformare la città in una “città spugna”. Tra i progetti più recenti figurano la riqualificazione di via Toce nel quartiere Isola, dove 1.800 mq di asfalto sono stati sostituiti con pavimentazione drenante e 720 mq di nuovo verde, con la messa a dimora di 35 alberi.

Altri interventi significativi riguardano Piazza Imperatore Tito, i giardini di via Giovanni da Cermenate e il parcheggio del cimitero di Bruzzano, dove oltre 2.000 mq di superficie sono stati deimpermeabilizzati e rinaturalizzati in collaborazione con il Parco Nord Milano. L’obiettivo complessivo è quello di liberare dall’asfalto oltre 100.000 mq di suolo urbano.

Anche Roma sta puntando con decisione sulla rinaturalizzazione degli spazi urbani. Uno degli esempi più emblematici è il nuovo parco di via Ipponio, vicino a Porta Metronia: quella che, per anni, è stata un’area di cantiere per la Metro C, è stata trasformata in un’oasi verde. [16] Grazie ai lavori di depavimentazione, sono stati rimossi strati di asfalto per far posto a 960 mq di pavimentazione stabilizzata e oltre 1.000 mq di superfici verdi, con la messa a dimora di 14 nuovi alberi e centinaia di arbusti e piante. L’area è stata chiusa diversi anni per il cantiere metro e, invece di riportarla allo stato in cui si trovava in precedenza, è stata riqualificata a verde con un intervento che mira a migliorare il microclima e la capacità drenante del suolo, restituendo al contempo ai cittadini uno spazio pubblico attrezzato con giochi e sedute.

Altri progetti importanti sono in corso a Piazzale Clodio, dove 2.300 mq di asfalto saranno sostituiti da prati e 22 nuovi alberi, e in viale Palmiro Togliatti ove la rimozione dei vecchi autodemolitori consentirà di ampliare il Parco Archeologico di Centocelle. Queste azioni si inseriscono nel più ampio “Piano del Verde e della Natura” attraverso cui l’amministrazione della Capitale mira a rendere la capitale più resiliente al cambiamento climatico.

Uno sguardo al mondo: le città pioniere del depaving

Se, negli ultimi 2-3 anni, questo termine si sta diffondendo anche nel Belpaese, va detto che in alcune nazioni questa attività viene praticata da quasi 2 decenni. Il movimento del depaving è nato a Portland, in Oregon (USA), nel 2008, grazie all’organizzazione no-profit Depave che ha iniziato a mobilitare i cittadini per rimuovere volontariamente l’asfalto e creare spazi verdi. Da allora, l’esempio di Portland ha ispirato città in tutto il mondo.

In Europa, i paesi del Nord sono all’avanguardia. A Lovanio, in Belgio, il programma “Ontharden” ha portato alla rimozione di vaste aree asfaltate per migliorare la gestione delle acque e creare spazi più vivibili. Ad Amsterdam, l’iniziativa “Tegelwippen” (letteralmente “salto della piastrella”) incentiva i cittadini a rimuovere le piastrelle dai loro giardini per sostituirle con piante e terra. Parigi sta portando avanti un ambizioso progetto per trasformare Place de Catalogne in una foresta urbana, rimuovendo 4.000 mq di cemento per piantare quasi 500 alberi. In generale in Francia, il governo ha stanziato fondi significativi per la rinaturalizzazione delle città.

Fuori dall’Europa, un caso notevole è quello di Seul, in Corea del Sud, dove è stata addirittura rimossa una strada urbana per riportare alla luce un fiume, il Cheonggyecheon, con enormi benefici per il microclima e la qualità della vita.

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Come si realizza un intervento di depaving: un processo per fasi

Rimuovere l’asfalto non è un’operazione improvvisata (né improvvisabile), ma, come spiegato da NonSprecare, segue un processo ben definito che si suddivide in sei fasi:

  1. Analisi dell’area. Si studiano la tipologia di pavimentazione, la composizione del sottosuolo, le pendenze e il futuro utilizzo dello spazio;
  2. Rimozione della pavimentazione. L’asfalto o il calcestruzzo vengono demoliti e rimossi. Spesso i materiali inerti vengono recuperati e riciclati, in un’ottica di economia circolare;
  3. Preparazione del sottofondo. Si interviene sullo strato compatto di ghiaia e stabilizzati che si trova sotto l’asfalto, rimuovendolo o decompattandolo per renderlo permeabile;
  4. Ripristino del suolo. Si ricostruisce il terreno con terra vegetale e materiali drenanti, per riattivare la sua porosità e vitalità biologica.
  5. Nuova destinazione d’uso. L’area viene infine trasformata in giardino, parco, orto o semplicemente in una superficie permeabile (come un parcheggio), a seconda del progetto.

Rinunciare a qualche metro quadro di asfalto – a volte a qualche strada o posto auto – non vuol dire tornare indietro o immaginare di vedere passare per strada le diligenze trainate dai cavalli, ma fare un passo deciso verso un futuro più sostenibile o, quanto meno, far fronte agli effetti del cambiamento climatico. 

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