Quale plastica si ricicla e quale no: la guida per una raccolta differenziata senza errori

La raccolta differenziata è un gesto semplice che richiede però attenzione: i nostri errori possono infatti inficiare la qualità dei processi di riciclo. È allora utile fare un ripasso di cosa si butta nella plastica e cosa no: senza mai dimenticare che ridurre è la strada migliore

Valeria Morelli
Valeria Morelli
Content Manager e storyteller 2.0. Fa parte del network di Eco Connection Media. Si occupa di strategie di comunicazione web, gestione social, consulenza 2.0 e redazione news e testi SEO. Per Green Factor, all’interno dell’ufficio stampa, si occupa delle relazioni istituzionali.

Partiamo da un dato: la raccolta differenziata è fondamentale, ma non si può pensare di essere ecologisti contribuendo in maniera sconsiderata al riciclo dei materiali, specie se si parla di plastica. Meno del 10% della plastica prodotta a livello globale viene effettivamente riciclata. Un dato drammatico, diffuso dall’OCSE nel suo rapporto “Global Plastics Outlook“, che fotografa la vera dimensione di un’emergenza ambientale ed economica. Di fronte a questa realtà, la prima azione è e resta la riduzione del consumo, soprattutto quello usa e getta. Quando ciò non sia possibile, entra in gioco il nostro ruolo di cittadini attivi attraverso una corretta raccolta differenziata. Un gesto che, se fatto con consapevolezza, può fare un’enorme differenza, ma, in caso di errori, rischia di vanificare gli sforzi e compromettere l’intera filiera del riciclo. Capire quali sono gli oggetti in plastica riciclabili è il primo, fondamentale, passo per trasformare un rifiuto in una risorsa. Come vedremo, il segreto (anche per non cadere nel wish-cycling) si nasconde in una parola chiave: imballaggi.

La regola d’oro della differenziata: nella plastica solo e soltanto gli imballaggi

La regola fondamentale è una: nel contenitore della plastica vanno conferiti soltanto gli imballaggi. Non si tratta di pignoleria, ma di rispondere ad un requisito tecnico preciso: in Italia il sistema di raccolta e riciclo, gestito principalmente dal consorzio COREPLA (Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica), è progettato e finanziato per trattare specificamente questa tipologia di rifiuto.

Cos’è un imballaggio?

Un imballaggio è, per definizione, qualsiasi manufatto progettato per contenere, proteggere, trasportare o presentare una merce: dalla bottiglia dell’acqua al sacchetto della pasta al barattolino dello yogurt. Tutto il resto, anche se realizzato in plastica, non è un imballaggio e segue percorsi diversi. Dimenticare questa regola è l’errore più comune e costoso per il sistema, perché costringe gli impianti di selezione a un lavoro extra per separare i materiali estranei che finiranno comunque per essere smaltiti come rifiuto indifferenziato, aumentando i costi per la collettività.

Se butti il pezzo di plastica (non imballaggio) nella differenziata per “salvarlo” stai incappando nel wishcycling

Il “wishcycling” è la pratica, mossa da buone intenzioni, di gettare oggetti non riciclabili nella raccolta differenziata nella speranza che vengano recuperati. Nel caso della plastica, questo comportamento si traduce nel buttare nel sacco dedicato qualsiasi oggetto – come giocattoli rotti, penne, spazzolini o utensili da cucina – pensando (erroneamente) “è pur sempre plastica, qualcuno la riciclerà”. In realtà, la raccolta differenziata domestica è pensata esclusivamente per gli imballaggi (bottiglie, flaconi, vaschette, film). I piccoli oggetti “estranei” non solo non sono riciclabili con tale processo, ma contaminano il flusso del materiale, possono danneggiare i macchinari di selezione e, nel peggiore dei casi, compromettere un intero carico di materiale, altrimenti recuperabile, che finirà così in discarica o all’inceneritore. Il wishcycling, quindi, più che aiutare, danneggia concretamente il sistema di riciclo.

plastica raccolta differenziata impianti

Cosa mettere nel sacco della plastica: esempi pratici per non sbagliare più

Una volta compreso che la parola magica è “imballaggio”, orientarsi diventa più semplice. La famiglia degli imballaggi in plastica è vasta e comprende oggetti di uso quotidiano che spesso generano dubbi. Ecco una lista, basata sulle indicazioni di COREPLA, per non sbagliare. 

Vanno nella raccolta i seguenti imballaggi di plastica:

  • Bottiglie di acqua, bibite, latte e olio; 
  • Flaconi e dispenser di detersivi, shampoo, bagnoschiuma e saponi;
  • Vaschette per alimenti, come quelle per carne, formaggio, frutta, uova o gelato (incluse quelle in polistirolo);
  • Piatti e bicchieri monouso, purché privi di residui di cibo e non compostabili (né di carta ovviamente);
  • Film, pellicole e buste, come quelle che avvolgono le confezioni di bottiglie, i sacchetti delle merendine, della pasta, delle patatine o dei surgelati;
  • Buste e sacchetti per la spesa o per il trasporto di merci;
  • Reti per frutta e verdura;
  • Grucce appendiabiti (solo quelle “usa e getta” che accompagnano un capo acquistato); 
  • Piccoli imballaggi, come i vasetti dello yogurt e i blister dei medicinali (la parte in plastica, separata dall’alluminio).

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I falsi amici della plastica: cosa non va assolutamente nella raccolta differenziata

La lista è potenzialmente infinita, ma il principio guida rimane lo stesso: se non è un imballaggio, non va nella plastica. L’errore peggiore è conferire i cosiddetti beni durevoli ovverosia oggetti in plastica progettati per durare nel tempo. Qualche esempio?

  • Giocattoli (o loro componenti);
  • Articoli di cartoleria (penne, pennarelli ed evidenziatori); 
  • Spazzolini da denti e rasoi usa e getta;
  • Accendini, custodie di CD e DVD;
  • Oggetti più ingombranti come secchi, bacinelle, stendibiancheria, sedie e tavoli da giardino, sottovasi, annaffiatoi e tubi per l’irrigazione. 

Nessuno di questi oggetti è un imballaggio e, quindi, alla fine della loro vita, il loro posto diventerà il contenitore del rifiuto secco indifferenziato. Per gli oggetti più voluminosi, la destinazione corretta è l’isola ecologica (o centro di raccolta comunale) dove possono essere avviati a specifici percorsi di recupero o smaltimento. Gettarli nella differenziata della plastica, ribadiamo, significa quindi creare un “rifiuto sporco” che abbassa la qualità del materiale raccolto.

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Bioplastica e compostabile: perché non va mai confusa con la plastica tradizionale

Una specifica fondamentale riguarda la bioplastica. Il termine è generico e può creare grande confusione. Non tutte le bioplastiche sono uguali: quelle che ci interessano ai fini della raccolta differenziata sono le bioplastiche certificate compostabili secondo la norma europea UNI EN 13432. Questi prodotti, realizzati solitamente con materiali quali il Mater-Bi o il PLA, sono progettati per biodegradarsi e disintegrarsi in impianti di compostaggio industriale. Li riconosciamo (o, almeno, dovremmo farlo) perché riportano diciture come “compostabile” e specifici simboli di certificazione. Esempi comuni sono i sacchetti per la spesa riutilizzabili per la raccolta dell’umido (ma non per la differenziata della plastica!), alcuni tipi di stoviglie monouso o le capsule del caffè. La loro destinazione finale è una sola: la raccolta dell’organico (umido). Gettarli nella plastica è un errore gravissimo perché contaminano il flusso di riciclo dei polimeri tradizionali che hanno tempi e processi di fusione completamente diversi.

plastica raccolta differenziata bottiglia

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Pulire o non pulire? Il dilemma degli imballaggi sporchi e come risolverlo

È una delle domande più frequenti: gli imballaggi vanno lavati prima di essere gettati? Consorzi come il COREPLA confermano che vanno svuotati, ma non per forza lavati. Non è quindi necessario sprecare acqua potabile e sapone per pulire a fondo un vasetto di yogurt o una vaschetta usata per conservare il prosciutto. Gli impianti di riciclo prevedono una fase di lavaggio intensivo per eliminare etichette, residui e impurità. L’importante è che l’imballaggio sia privo di residui “grossolani”. Se ci sono residui o se la raccolta porta a porta non prevede il ritiro immediato, una sciacquata veloce, magari con acqua di recupero, è più che sufficiente. Evitare lo spreco di acqua potabile per pulire i rifiuti è una pratica circolare tanto quanto quella di un corretto riciclo. Un imballaggio ben svuotato occupa anche meno spazio e riduce i cattivi odori, ma forme ostinate di igienismo sono controproducenti sia per l’ambiente che per le nostre bollette.

Perché ridurre è meglio che riciclare: il vero volto del problema plastica

La raccolta differenziata, per quanto fondamentale, non è la soluzione definitiva al problema della plastica. È uno strumento di gestione del “dopo”, ma la vera partita si gioca “prima”. La gerarchia europea dei rifiuti, stabilita dalla Direttiva 2008/98/CE, parla chiaro: al primo posto c’è la prevenzione ovverosia la riduzione alla fonte. Ogni imballaggio che non viene prodotto è un rifiuto evitato in partenza. Scegliere prodotti sfusi, utilizzare borracce e contenitori riutilizzabili, preferire imballaggi realizzati con materiali più facilmente riciclabili o riciclati sono tutte azioni che incidono a monte.

plastica bottiglia

L’attuale crisi del riciclo della plastica

Tutto ciò ha ancora un maggiore valore se pensiamo al fatto che la crisi del riciclo della plastica è ormai una realtà ammessa da governi e operatori che hanno superato la fase della negazione. Le cause sono chiare: costi energetici proibitivi che rendono il processo antieconomico, il prezzo della plastica vergine così basso da renderla più conveniente di quella riciclata e una forte concorrenza internazionale. Questa tempesta perfetta ha portato, già dalla fine del 2025, al rallentamento e allo stop di molti impianti, creando un “ingorgo” che paralizza l’intera filiera. Tale crisi sistemica, quindi, non è solo un problema industriale, ma un segnale inequivocabile per enti pubblici e cittadini: il riciclo, da solo, non può gestire la sovrapproduzione. Prima ancora di pensare a come gestire il rifiuto, è quindi urgente porre la riduzione alla fonte come priorità assoluta.

Il nostro potere di consumatori e cittadini sta quindi in una doppia consapevolezza: ridurre il più possibile e differenziare al meglio quel che resta.

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