Mentre affrontiamo una crisi idrica alla volta, la scienza si interroga sull’effettiva salute dei bacini idrici italiani, quelli che scorrono vicino alle nostre città e quelli che non vediamo. L’ultimo monitoraggio nazionale condotto dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) delinea un quadro complesso. Sebbene, infatti, si registrino passi avanti nella conoscenza e nel monitoraggio dei corpi idrici, il Paese si trova oggi a dover affrontare una duplice pressione: da un lato l’inquinamento di origine antropica e dall’altro una riduzione strutturale della risorsa dovuta alla crisi climatica.
I dati, che riportano una valutazione sullo stato qualitativo e quantitativo delle risorse idriche italiane, sono stati elaborati a partire delle informazioni provenienti dal reporting WISE (Water Information System for Europe) alla Commissione Europea dei dati relativi ai Piani di Gestione del terzo ciclo della Direttiva Quadro sulle Acque del 2000.
Il ciclo di gestione è un modello operativo introdotto dalla Direttiva Quadro sulle Acque (DQA) che impone agli Stati membri dell’Unione Europea di pianificare e attuare misure per proteggere e migliorare lo stato dei corpi idrici. Il processo si articola in cicli di monitoraggio e pianificazione della durata di sei anni. Attualmente l’Italia si trova nel pieno del terzo ciclo di gestione, relativo agli anni 2021-2027, e i dati più recenti del report ISPRA 2026 derivano proprio dalle attività di reporting alla Commissione Europea relative ai Piani di Gestione di questo terzo ciclo.
È dunque un momento cruciale perché, mentre la raccolta dei dati per il prossimo aggiornamento sono già in corso, il sistema si sta misurando con la sfida di raggiungere gli obiettivi di qualità, cioè raggiungere il “buono stato” per tutti i corpi idrici entro il 2027.
Acque superficiali: come stanno fiumi e laghi?
Il monitoraggio di 7.763 corpi idrici superficiali — fiumi, laghi, acque marino-costiere e di transizione — rivela che solo il 43,6% (cioè 3381) raggiunge attualmente lo stato ecologico “buono” o “elevato”. Questo dato indica che oltre la metà degli ecosistemi acquatici italiani soffre di alterazioni biologiche o morfologiche.
Rispetto al ciclo di gestione precedente, la percentuale di corpi idrici superficiali in “stato sconosciuto” per lo stato/potenziale ecologico è diminuita, passando dal 17% a circa il 10%.
Ricordiamo che in Italia la gestione delle acque è organizzata attraverso i Distretti Idrografici, che non seguono i confini amministrativi ma quelli geografici dei bacini dei fiumi. Attualmente sono sette: Distretto del fiume Po, Distretto delle Alpi Orientali, Distretto dell’Appennino Settentrionale, Distretto dell’Appennino Centrale, Distretto dell’Appennino Meridionale, Distretto della Sardegna e Distretto della Sicilia.

Dalla mappa si può osservare che i pochi corpi idrici in stato ecologico elevato sono distribuiti principalmente nel distretto della Sardegna, dove sono stati identificati in questa classe il 44% dei corpi idrici marino-costieri e il 10% di quelli di transizione. Nel distretto delle Alpi Orientali sono stati classificati in classe elevata l’11% dei corpi idrici fluviali e il 3% di quelli lacustri. Infine, nel distretto del Fiume Po solo il 5% di corpi idrici fluviali sono stati classificati in stato elevato.
D’altra parte, è da sottolineare anche la totale assenza di corpi idrici marino costieri in stato scarso o cattivo in tutti i distretti.
Lo stato chimico delle acque superficiali
Lo strumento legislativo principale dell’Unione Europea per la protezione e gestione sostenibile delle risorse idriche è la Direttiva Quadro sulle Acque (DQA) adottata nel 2000, con la quale si è istituito un “quadro comunitario” aderendo a obiettivi, principi e misure di base comuni per tutti i Paesi dell’Unione europea, con l’obiettivo di proteggere le acque superficiali e sotterranee.
La valutazione dello stato chimico dei corpi idrici superficiali, proprio secondo le misure della Direttiva Quadro sulle Acque, è effettuata in base alle concentrazioni di alcune sostanze chimiche individuate a livello europeo, ritenute prioritarie o già disciplinate da precedenti direttive, che presentano rischi significativi per o attraverso l’ambiente acquatico. Per queste sostanze, la norma comunitaria fissa standard di qualità ambientali (SQA), ovvero limiti per le concentrazioni nelle matrici ambientali acqua e biota delle acque superficiali interne e delle altre acque di superficie.
Per quanto riguarda i corpi idrici superficiali, su un totale di 7.763 corpi idrici, il 75,1% è in stato chimico buono. Rispetto al ciclo precedente il numero di corpi idrici superficiali in stato sconosciuto per lo stato chimico è diminuito dal 20% a circa il 9%.

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Sostanze ubiquitarie, persistenti, bioaccumulabili e tossiche
Sul piano chimico la situazione appare quindi più rassicurante, ma il problema resta per le sostanze “ubiquitarie”. Tra le sostanze maggiormente responsabili del fallimento del buono stato chimico dei corpi idrici, figurano infatti le sostanze che si comportano come ubiquitarie, persistenti, bioaccumulabili e tossiche (PBTu), che destano notevoli preoccupazioni anche a livello comunitario.
A causa delle loro caratteristiche non si degradano facilmente nell’ambiente acquatico, si accumulano negli organismi viventi e risultano altamente dannose per la salute umana e per gli ecosistemi.
Possono inoltre propagarsi a distanza notevole, permanere nei corpi idrici per decenni, anche dopo l’implementazione di misure significative per eliminare o ridurre le loro emissioni. Il rilevamento di queste sostanze nei corpi idrici in concentrazioni superiori agli standard stabiliti dalla Direttiva Quadro, dunque, non solo preclude il raggiungimento del buono stato chimico, ma rischia di compromettere il raggiungimento degli obiettivi di qualità anche nel lungo periodo.
La maggiore criticità è rappresentata dal mercurio e suoi composti, con superamenti degli standard di qualità ambientali in 524 corpi idrici.
Il distretto più colpito è l’Appennino Settentrionale, con 217 corpi idrici in cui si registrano superamenti degli standard stabiliti. Anche il Benzo(a)pyrene e il Piombo e i suoi composti fanno registrare un elevato numero di corpi idrici che falliscono il buono stato chimico (rispettivamente, 300 e 272 in totale), con il distretto dell’Appennino Meridionale come area più critica per entrambe le sostanze. Altre due sostanze responsabili di un elevato numero di fallimenti (251 e 248) sono l’acido perfluorooctano solfonico (PFOS) e suoi derivati e il Nichel e suoi composti: entrambe, risultano critiche in particolare per il distretto del Fiume Po e dell’Appennino Settentrionale.
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E i fiumi?
La categoria di corpi idrici più rilevante, perché più numerosa, è quella dei fiumi, che rappresenta l’89% del totale generale dei dati: ne deriva che la qualità dell’acqua dei fiumi ha un impatto notevole sulla classificazione generale dei corpi idrici.
Nello specifico, il 78% dei fiumi è classificato in stato chimico buono, e contribuisce in modo significativo al totale dei corpi idrici in buono stato (circa il 75%); lo stesso per le percentuali di stato “non buono” e “sconosciuto” che sono contenute e in linea con i dati complessivi per tutte le categorie di acque.
Nella maggior parte dei distretti idrografici la percentuale di corpi idrici fluviali in stato chimico non buono è relativamente bassa; tuttavia, le quote attribuibili a sostanze ubiquitarie sono talvolta significative. Per esempio nel distretto dell’Appennino Settentrionale, a fronte di un 29% di corpi idrici in stato chimico non buono, la quasi totalità dei corpi idrici che falliscono l’obiettivo (28%) presenta superamenti dovuti a sostanze ubiquitarie.
La fragilità delle riserve sotterranee
Lo stato quantitativo delle acque sotterranee descrive lo stato di equilibrio di un corpo idrico in termini di bilancio tra risorsa idrica disponibile e prelievi nel lungo termine per usi antropici, la cosiddetta water balance. È un parametro spesso sottovalutato nella narrazione della salute della acque ma è fondamentale per comprendere il grado di sfruttamento di un corpo idrico rispetto alla sua capacità di ravvenamento naturale, cioè il ripristino naturale che avviene quando piove o la neve si scioglie e l’acqua penetra nel terreno.
Per il conseguimento del buono stato quantitativo, secondo la Direttiva Quadro, il livello delle acque sotterranee nel corpo idrico deve essere tale che la media annuale dell’estrazione a lungo termine non esaurisca le risorse idriche sotterranee disponibili. Inoltre, il livello delle falde non deve subire alterazioni di origine antropica tali da compromettere il raggiungimento degli obiettivi ecologici delle acque superficiali connesse, né deve comportare un deterioramento significativo della qualità di queste ultime o arrecare danni significativi agli ecosistemi terrestri che dipendono direttamente dal corpo idrico sotterraneo.
A livello nazionale, la causa principale dello stato quantitativo scarso dei corpi idrici sotterranei è dovuta al water balance (79%) mentre la seconda causa è l’intrusione salina (16%), quando cioè l’acqua salata del mare penetra nel sottosuolo, mescolandosi con l’acqua dolce delle falde acquifere o risalendo l’imboccatura dei fiumi. Naturalmente è possibile che più cause possano concorrere a determinare uno stato quantitativo scarso.
I dati dell’Ispra dicono che su un totale di 1.007 corpi idrici sotterranei, il 79% è in stato quantitativo buono. E rispetto ai dati del ciclo precedente, diminuisce notevolmente il numero di corpi idrici sotterranei in stato sconosciuto che passa da quasi il 25% a meno del 2%.
Per lo stato chimico, la principale causa del non raggiungimento del buono stato è dovuta alla presenza di inquinanti nel corpo idrico (79%). Anche per lo stato chimico, l’intrusione salina è la seconda causa (9%).
Ma cosa causa questo deterioramento della qualità delle acque sotterranee? I siti contaminati e i siti industriali abbandonati risultano essere l’attività antropica che maggiormente impatta sui corpi idrici sotterranei, a livello di pressioni di tipo puntuale − cioè di scarichi che avvengono attraverso una condotta, un canale o un punto preciso di immissione nel corpo idrico − mentre per la pressione di tipo diffuso è prevalente l’agricoltura. Anche il dilavamento delle superfici urbane − processo per cui l’acqua piovana, scorrendo sopra le superfici impermeabili della città, “lava” letteralmente le strade e trascina con sé ogni tipo di inquinante accumulato − influisce in percentuale elevata.
Riguardo ai prelievi, questi sono dovuti principalmente e in ugual misura agli usi agricolo e civile.
Il principale impatto significativo sui corpi idrici sotterranei è dovuto all’inquinamento chimico (CHEM): solo il 58% delle falde presenta uno stato chimico a norma, con contaminazioni diffuse da nitrati e residui di fitosanitari legati alle pratiche agricole intensive.

L’impatto del cambiamento climatico: i dati del 2025
L’analisi dei dati idrologici più recenti conferma una tendenza allarmante. Nel 2025 la disponibilità idrica annua si è attestata sui 128 miliardi di metri cubi, segnando un calo del 7% rispetto alla media storica degli ultimi settant’anni. Questa riduzione è alimentata da una contrazione delle precipitazioni (-9%) e da un aumento dell’evapotraspirazione: le temperature più alte “rubano” acqua al suolo prima che questa possa defluire nei fiumi o ricaricare le falde.
Non si tratta di una problematica temporanea: ad esempio, secondo il Rapporto Dati climatici e risorse idriche 2025, elaborato dall’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale (AUBAC), la scarsità idrica nel Distretto dell’Appennino Centrale rappresenta ormai una tendenza strutturale, e non più una sequenza di eventi eccezionali. Nel Distretto il dato più allarmante riguarda la neve, il principale serbatoio stagionale che alimenta falde e corsi d’acqua estivi. Nel 2025 le precipitazioni nevose sono risultate inferiori alla media dell’81%, segnando il secondo anno consecutivo di deficit gravissimo dopo il −83% del 2024. In alcune aree montane dell’Abruzzo il deficit ha toccato il −99%.
L’impatto sui corpi idrici è stato immediato e misurabile: si è stimato che la quota di precipitazione che ha effettivamente raggiunto le falde nel 2025 ha subito un calo del 30% rispetto alla media storica.
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Le determinanti del degrado: scarichi, agricoltura e infrastrutture
Tuttavia, come anticipato, la situazione attuale è il risultato di concause: da una parte la crisi climatica, dall’altra la mano dell’uomo che inquina e preleva senza pensare al domani. L’analisi delle pressioni antropiche rivela infatti una gerarchia precisa nelle cause di deterioramento dei corpi idrici italiani. Per quanto riguarda gli impatti puntuali, gli scarichi urbani si confermano come l’attività più impattante, evidenziando le carenze persistenti nei sistemi di depurazione. Sul fronte dei prelievi, invece, la pressione maggiore deriva dal settore agricolo e dalla produzione di energia elettrica, che sottraggono volumi critici alla rigenerazione naturale dei bacini.
L’agricoltura gioca un ruolo da protagonista anche nelle pressioni di tipo diffuso, arrivando a compromettere oltre un terzo dei corpi idrici superficiali della penisola attraverso il rilascio di nutrienti e pesticidi.
Oltre all’impatto chimico, pesano le modificazioni fisiche dei corsi d’acqua, come la cementificazione degli argini e la frammentazione dovuta a dighe e sbarramenti. Queste trasformazioni, pur nate spesso per esigenze di sicurezza o produttività, comportano una perdita fisica di habitat che impedisce agli ecosistemi di mantenere le loro funzioni vitali.
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