Anche in Italia è iniziata la ricerca degli inquinanti eterni (PFAS) nell’acqua di rubinetto. Dopo il rinvio di sei mesi dell’entrata in vigore della direttiva europea sul monitoraggio dei PFAS nelle reti idriche, il 12 giugno scorso sono entrate in vigore le restrizioni che impongono il controllo delle molecole riconosciute come cancerogene e pericolose, come il PFOA e il PFOS, e anche di altre sigle che indicano sostanze di sintesi in grado di interferire con il nostro organismo.
Cosa accadrà adesso? Gli enti gestori devono prevedere campionamenti periodici sull’acqua potabile indagando alcuni valori specifici che riguardano gli inquinanti eterni: in particolare, la somma dei quattro Pfas considerati pericolosi non dovrà superare i 20 ng/l. Dovranno essere rispettati anche i limiti relativi ai PFAS totali e alla somma di altre trenta sostanze, come per esempio l’ADV, prodotto di sintesi di nuova generazione che negli anni ha sostituito i vecchi polimeri tossici. Ma cosa accadrà in caso di superamento di uno dei parametri?
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Le misure da adottare in caso di contaminazione
La direttiva impone un’informazione tempestiva, chiara e capillare. Chi gestisce la rete idrica e le amministrazioni locali hanno l’obbligo di rendere pubblico, leggibile e accessibile ogni dato sugli inquinanti presenti nell’acqua che scorre dai rubinetti. E se si superano le soglie critiche? Con questa normativa scattano la chiusura dei pozzi, procedimenti per la riduzione dei PFAS negli acquedotti e restrizioni dell’uso dell’acqua potabile finché persiste la contaminazione.
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L’Umbria arriva in anticipo
Se si escludono il Veneto e alcuni comuni piemontesi, dove il monitoraggio dei PFAS nell’acqua è da anni una misura necessaria per continuare a capire i livelli di tossicità dei crimini ambientali commessi dal comparto chimico, è nel cuore d’Italia che è iniziata l’indagine sugli inquinanti eterni nelle reti idriche. Infatti, la regione Umbria è arrivata in anticipo sull’adozione della nuova direttiva europea. Una scelta che, secondo il direttore generale di Arpa Umbria, Alfonso Morelli, “ha consentito di verificare sia l’efficacia del sistema di sorveglianza sia l’elevato livello tecnico dei laboratori regionali, oggi attrezzati per proseguire le attività di controllo con strumentazioni avanzate e personale altamente specializzato”.
La campagna di screening condotta tra ottobre e dicembre 2025 ha coinvolto l’intero territorio regionale attraverso 385 campionamenti. Di questi, 72 sono stati effettuati dalle aziende sanitarie locali, con particolare attenzione ai punti di erogazione della rete idrica, mentre altri 313 controlli sono stati realizzati direttamente dai gestori del servizio idrico lungo tutta la filiera, dalle captazioni ai serbatoi di distribuzione.
Dai dati raccolti non sono emersi superamenti, tutti i campioni prelevati sono risultati conformi ai parametri normativi, con concentrazioni di PFAS nettamente inferiori sia al limite previsto per la somma totale dei composti monitorati, sia a quello stabilito per il gruppo dei quattro PFAS considerati prioritari.
Da questo primo monitoraggio “non emergono elementi che facciano ipotizzare un’esposizione significativa della popolazione regionale a questi contaminanti”, hanno evidenziato le autorità sanitarie. Allo stesso tempo, considerando che per molti punti di campionamento la serie storica dei dati è ancora limitata, c’è la necessità di proseguire con una campagna di monitoraggio estesa e duratura.
I laboratori italiani sono pronti?
Ora toccherà alle altre regioni, alle società che gestiscono questo bene comune, alle autorità sanitarie e alla politica locale. Quello che è accaduto in Umbria sarà possibile in altre zone d’Italia? Quanti laboratori sono pronti a misurare i Pfas nell’acqua?
Dopo l’attenzione e l’impegno da parte della ricerca e delle organizzazioni ecologiste, ora inizia una stagione diversa per gli inquinanti eterni. Finisce così il tempo delle proroghe, adesso segnalare la presenza dei PFAS nell’acqua che beviamo è diventato un dovere istituzionale.
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