C’è un filo rosso che attraversa crisi climatica, perdita di biodiversità, aumento delle malattie croniche e disuguaglianze sociali. Non riguarda un singolo settore industriale, ma un sistema nel suo complesso: quello alimentare. Un sistema che continua a occupare una posizione ambigua ed è riconosciuto come uno dei principali fattori di pressione ambientale, ma raramente trattato come una vera leva strutturale di cambiamento economico.
È quanto emerge con chiarezza dal Rapporto EAT-Lancet 2025 che evidenzia come i sistemi alimentari globali siano responsabili di circa un terzo delle emissioni di gas serra, della maggior parte della perdita di biodiversità terrestre e marina e di un uso crescente e insostenibile di suolo e risorse idriche. Lo stesso sistema contribuisce all’aumento delle malattie non trasmissibili legate alla dieta, con ricadute significative sulla spesa sanitaria e sulla produttività economica, con dati paradossali: oltre 800 milioni di persone soffrono la fame, mentre miliardi convivono con sovrappeso, obesità e malattie non trasmissibili legate alla dieta.

Il punto centrale non è solo cosa mangiamo, ma come il cibo viene prodotto, trasformato, distribuito e consumato. L’attuale modello dominante è fortemente lineare: input elevati di energia e risorse naturali, agricoltura intensiva, filiere lunghe, sprechi diffusi. Un’impostazione che esternalizza i costi ambientali e sanitari e che risulta sempre più vulnerabile agli shock climatici e geopolitici.
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Dal modello lineare al metabolismo circolare del cibo
Secondo l’Università di Stoccolma, una transizione verso sistemi alimentari più sani e sostenibili potrebbe ridurre in modo significativo la pressione sugli ecosistemi e prevenire milioni di morti premature ogni anno, generando benefici ambientali e sociali simultanei.
Come sottolinea FoodBev Media, il rapporto EAT- Lancet 2025 richiama l’urgenza di una trasformazione sistemica che includa la rigenerazione dei suoli, la riduzione dell’uso di fertilizzanti e pesticidi, la valorizzazione delle biomasse e il contenimento delle perdite alimentari lungo tutta la catena del valore. In questa prospettiva, l’economia circolare offre un quadro operativo utile: non solo riduzione degli impatti, ma riconfigurazione del sistema alimentare come metabolismo rigenerativo.
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Diete sostenibili: una leva sottovalutata
Una parte rilevante della trasformazione riguarda però la domanda. Il rapporto EAT – Lancet e le analisi che lo accompagnano indicano che modelli alimentari più ricchi di alimenti vegetali – legumi, cereali integrali, frutta, verdura e frutta secca – e con un consumo ridotto di carne rossa e prodotti ultra-processati sono compatibili con i limiti ecologici del pianeta e allo stesso tempo migliorano la salute pubblica. Una dieta sostenibile, quindi, non è una rinuncia, ma una riorganizzazione delle priorità sanitarie, con benefici ambientali misurabili.
Le stime indicano che l’adozione su larga scala di questi modelli alimentari potrebbe prevenire fino a 15 milioni di morti premature all’anno, riducendo al contempo le emissioni climalteranti legate al cibo e la pressione sugli ecosistemi.
Il fattore economico (e politico)
Il sistema attuale ha un costo elevatissimo a livello macroeconomico: aumento delle spese sanitarie, instabilità delle filiere, vulnerabilità climatica dell’agricoltura, perdita di capitale naturale. Al contrario, investire in sistemi alimentari circolari significherebbe ridurre rischi sistemici e creare valore nel lungo periodo. L’impatto potenziale sarebbe rilevante. La riduzione dei costi sanitari porterebbe maggiore stabilità delle filiere agroalimentari, minore esposizione a rischi climatici e di mercato.

Tuttavia questi benefici restano in larga parte inespressi a causa di un disallineamento tra politiche pubbliche, incentivi economici e obiettivi di sostenibilità. Questa trasformazione non può però essere demandata esclusivamente alle scelte individuali. È una questione economica e politica. Oggi una parte significativa dei sussidi agricoli e delle politiche fiscali continua a sostenere modelli produttivi ad alto impatto ambientale, mentre le filiere più sostenibili faticano a diventare competitive.
Equità e accesso al cibo
Un ultimo nodo, tutt’altro che secondario, riguarda la giustizia sociale. L’accesso a cibo sano e sostenibile resta profondamente diseguale, sia a livello globale sia all’interno delle economie avanzate. Senza politiche pubbliche mirate – dalla ristorazione collettiva agli appalti verdi, dalla fiscalità alimentare all’educazione – la transizione rischia di accentuare le disuguaglianze anziché ridurle.
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Una leva strategica per la transizione ecologica
Il cibo rappresenta uno dei banchi di prova più concreti della transizione ecologica perché rende visibili le interconnessioni tra ambiente, economia e società. Continuare a trattare la questione alimentare come un tema secondario significa ignorare uno dei principali motori della crisi attuale. Affrontarla come leva strutturale, invece, può contribuire a riportare l’economia entro i limiti del pianeta, senza rinunciare a salute, sicurezza alimentare e coesione sociale.
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