Perché la transizione alimentare è il nodo sistemico del nostro tempo

Le connessioni tra cibo, salute e giustizia sociale sono fondamentali per la transizione ecologica. Lo dimostra il rapporto EAT-Lancet 2025, che evidenzia come i sistemi alimentari globali siano responsabili di circa un terzo delle emissioni di gas serra. Le diete sostenibili sono solo una parte della soluzione

Alessandro Bernardini
Alessandro Bernardini
Nella redazione del progetto di podcasting Sveja, ha scritto per la rivista di letteratura Arti & Mestieri Laspro e per la cooperativa editoriale Carta. Per il quotidiano online Giornalettismo ha tenuto una rubrica settimanale sul conflitto Palestina-Israele. Ha collaborato con Lettera Internazionale e lavorato in Medio Oriente come videomaker. Si occupa di comunicazione, educazione e formazione in ambito formale e non formale per il Terzo Settore. Fa parte dell’area Formazione di A Sud Ecologia e Cooperazione. Autore dei romanzi “La vodka è finita” (Ensemble) e ’“Nonostante febbraio. Morire di lavoro” (Red Star Press)

C’è un filo rosso che attraversa crisi climatica, perdita di biodiversità, aumento delle malattie croniche e disuguaglianze sociali. Non riguarda un singolo settore industriale, ma un sistema nel suo complesso: quello alimentare. Un sistema che continua a occupare una posizione ambigua ed è riconosciuto come uno dei principali fattori di pressione ambientale, ma raramente trattato come una vera leva strutturale di cambiamento economico. 

È quanto emerge con chiarezza dal Rapporto EAT-Lancet 2025 che evidenzia come i sistemi alimentari globali siano responsabili di circa un terzo delle emissioni di gas serra, della maggior parte della perdita di biodiversità terrestre e marina e di un uso crescente e insostenibile di suolo e risorse idriche. Lo stesso sistema contribuisce all’aumento delle malattie non trasmissibili legate alla dieta, con ricadute significative sulla spesa sanitaria e sulla produttività economica, con dati paradossali: oltre 800 milioni di persone soffrono la fame, mentre miliardi convivono con sovrappeso, obesità e malattie non trasmissibili legate alla dieta.

cibo del futuro

Il punto centrale non è solo cosa mangiamo, ma come il cibo viene prodotto, trasformato, distribuito e consumato. L’attuale modello dominante è fortemente lineare: input elevati di energia e risorse naturali, agricoltura intensiva, filiere lunghe, sprechi diffusi. Un’impostazione che esternalizza i costi ambientali e sanitari e che risulta sempre più vulnerabile agli shock climatici e geopolitici.

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 Dal modello lineare al metabolismo circolare del cibo

Secondo l’Università di Stoccolma, una transizione verso sistemi alimentari più sani e sostenibili potrebbe ridurre in modo significativo la pressione sugli ecosistemi e prevenire milioni di morti premature ogni anno, generando benefici ambientali e sociali simultanei.

Come sottolinea FoodBev Media, il rapporto EAT- Lancet 2025 richiama l’urgenza di una trasformazione sistemica che includa la rigenerazione dei suoli, la riduzione dell’uso di fertilizzanti e pesticidi, la valorizzazione delle biomasse e il contenimento delle perdite alimentari lungo tutta la catena del valore. In questa prospettiva, l’economia circolare offre un quadro operativo utile: non solo riduzione degli impatti, ma riconfigurazione del sistema alimentare come metabolismo rigenerativo.

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Diete sostenibili: una leva sottovalutata

Una parte rilevante della trasformazione riguarda però la domanda. Il rapporto EAT – Lancet e le analisi che lo accompagnano indicano che modelli alimentari più ricchi di alimenti vegetali – legumi, cereali integrali, frutta, verdura e frutta secca – e con un consumo ridotto di carne rossa e prodotti ultra-processati sono compatibili con i limiti ecologici del pianeta e allo stesso tempo migliorano la salute pubblica. Una dieta sostenibile, quindi, non è una rinuncia, ma una riorganizzazione delle priorità sanitarie, con benefici ambientali misurabili.

Le stime indicano che l’adozione su larga scala di questi modelli alimentari potrebbe prevenire fino a 15 milioni di morti premature all’anno, riducendo al contempo le emissioni climalteranti legate al cibo e la pressione sugli ecosistemi.

Il fattore economico (e politico)

Il sistema attuale ha un costo elevatissimo a livello macroeconomico: aumento delle spese sanitarie, instabilità delle filiere, vulnerabilità climatica dell’agricoltura, perdita di capitale naturale. Al contrario, investire in sistemi alimentari circolari significherebbe ridurre rischi sistemici e creare valore nel lungo periodo. L’impatto potenziale sarebbe rilevante. La riduzione dei costi sanitari porterebbe maggiore stabilità delle filiere agroalimentari, minore esposizione a rischi climatici e di mercato.

Food for Soul, lotta allo spreco alimentare

Tuttavia questi benefici restano in larga parte inespressi a causa di un disallineamento tra politiche pubbliche, incentivi economici e obiettivi di sostenibilità. Questa trasformazione non può però essere demandata esclusivamente alle scelte individuali. È una questione economica e politica. Oggi una parte significativa dei sussidi agricoli e delle politiche fiscali continua a sostenere modelli produttivi ad alto impatto ambientale, mentre le filiere più sostenibili faticano a diventare competitive.

Equità e accesso al cibo

Un ultimo nodo, tutt’altro che secondario, riguarda la giustizia sociale. L’accesso a cibo sano e sostenibile resta profondamente diseguale, sia a livello globale sia all’interno delle economie avanzate. Senza politiche pubbliche mirate – dalla ristorazione collettiva agli appalti verdi, dalla fiscalità alimentare all’educazione – la transizione rischia di accentuare le disuguaglianze anziché ridurle.

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Una leva strategica per la transizione ecologica

Il cibo rappresenta uno dei banchi di prova più concreti della transizione ecologica perché rende visibili le interconnessioni tra ambiente, economia e società. Continuare a trattare la questione alimentare come un tema secondario significa ignorare uno dei principali motori della crisi attuale. Affrontarla come leva strutturale, invece, può contribuire a riportare l’economia entro i limiti del pianeta, senza rinunciare a salute, sicurezza alimentare e coesione sociale.

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