venerdì, Gennaio 23, 2026

No ai latticini vegetali, così il governo Meloni tutela l’industria della carne

Il disegno di legge “Tutela agroalimentare”, in discussione in Parlamento, introduce sanzioni per “il milk sounding”, penalizzando le alternative vegetali e tutelando la filiera zootecnica. Una norma che ignora dati ambientali e consumi vegetali in crescita, col rischio di ostacolare innovazione e transizione

Enrica Muraglie
Enrica Muraglie
Giornalista indipendente, ha scritto per il manifesto, Altreconomia, L'Espresso. Fa parte della rete FADA.

Ci sono delle priorità: per il ministro Francesco Lollobrigida – e il governo Meloni – l’inserimento della cucina italiana nella lista del patrimonio immateriale dell’Unesco è stato decisivo perché “rafforzerà la competitività delle nostre produzioni, dagli agricoltori ai trasformatori, alla ristorazione fino agli istituti alberghieri”, oltre a favorire “il turismo collegato ai nostri prodotti”. Un racconto rassicurante di italianità ribadito dal ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste alla trasmissione “Cinque Minuti” di Bruno Vespa, lo scorso mercoledì.

Ma mentre si promuove un immaginario culinario tradizionale, meno spazio viene dato alla verità del settore agroalimentare. In Italia si stimano circa 200mila lavoratrici e lavoratori irregolari in agricoltura, “un comparto che vale 73,5 miliardi di euro e in cui imperversano sfruttamento e lavoro nero”, ci ricorda l’ultimo rapporto 2024 Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil. E nella ristorazione, i lavoratori stranieri superano il 28%, secondo il rapporto di FIPE, la Federazione italiana pubblici servizi: un settore che di “italiano” nel senso etnico del termine ha ben poco ed è piuttosto un corpo multietnico, in cui il marchio di italianità non sempre è positivo. 

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Le sanzioni sul “milk sounding”

Il richiamo all’italianità più stereotipata riemerge anche nel nuovo Ddl “Tutela agroalimentare”, approvato dal Senato lo scorso 29 novembre e ora in esame alla Camera. Il provvedimento, presentato dal governo come un passo avanti nella difesa del sistema agroalimentare italiano, introduce i nuovi reati di frode alimentare e agropirateria, ma prevede anche pesanti sanzioni per l’uso di terminologie cosiddette “milk sounding”: l’impiego di parole come “latte”, “burro”, “formaggio” e altre denominazioni lattiero-casearie per prodotti di origine vegetale.

Secondo l’articolo 9 del Ddl “tale comportamento, ingannevole per il consumatore, crea confusione tra prodotti appartenenti a categorie alimentari distinte e altera il funzionamento del mercato, a danno di tutta la filiera lattiera nazionale in un comparto, come quello lattiero-caseario, che è il primo dell’industria alimentare nazionale”. Le sanzioni vanno da 4mila a 32mila euro, o fino al 3% del fatturato annuo dell’azienda, anche quando l’origine vegetale del prodotto è chiaramente indicata sull’etichetta.

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La contestazione della LAV

Secondo la LAV, la Lega Antivivisezione, questa norma presentata come tutela del Made in Italy finirà per danneggiare soprattutto i piccoli produttori indipendenti italiani. “Ancora una volta si difende un modello produttivo che ogni anno imprigiona e uccide oltre 630 milioni di animali, mascherandolo da tutela della italianità”, osserva l’associazione.

“Le misure previste mirano apertamente a ostacolare produzione, commercio e consumo di alternative vegetali ai latticini. Un obiettivo privo di reali motivazioni, se non quella di proteggere l’industria zootecnica. I consumatori che scelgono consciamente prodotti vegetali sono infatti in crescita: secondo YouGov Shopper, nel 2024 l’acquisto di prodotti plant-based ha coinvolto più di 15 milioni di famiglie, raggiungendo una penetrazione del 59,3%”, spiega Domiziana Illengo, responsabile Area Alimentazione Vegana di LAV.

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La scelta di alternative vegetali è anche una questione di salute pubblica: secondo rilevazioni ISPRA, gli allevamenti intensivi in Italia causano ogni anno circa 50 mila morti premature, a causa delle emissioni correlate. 

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Il quadro europeo e la transizione ostacolata 

Il nuovo Ddl si inserisce in un contesto politico che vede l’Italia allineata alle spinte più conservatrici presenti in Europa. Dopo il voto del Parlamento UE dello scorso ottobre – che chiede restrizioni sull’uso di denominazioni di origine animale per i prodotti plant-based – il governo rafforza il fronte a tutela della zootecnia, ignorando la crescente domanda di alternative sostenibili e gli impatti ambientali del settore animale

Il rischio è evidente: il Ddl potrebbe frenare lo sviluppo di un comparto vegetale in piena crescita, limitando la concorrenza e penalizzando proprio quelle realtà produttive più piccole e innovative che potrebbero contribuire alla transizione ecologica del sistema alimentare.

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Una transizione che milioni di consumatrici e consumatori stanno già mettendo in pratica, e che la politica sembra voler rallentare in nome di un’italianità sempre più evocata e sempre meno aderente alla realtà della produzione agroalimentare. E che tende la mano, ancora una volta, alla lobby della carne. 

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