venerdì, Febbraio 27, 2026

L’ossessione UE per la competitività. CAN Europe: “La deregolamentazione non è una strategia industriale”

Dopo il voto del Consiglio, il pacchetto Omnibus I sta per entrare in vigore, con la semplificazione dei requisiti di rendicontazione di sostenibilità e di due diligence. La coalizione di ong CAN Europe scrive che “il rischio reale oggi non è la rilocalizzazione delle emissioni ma la perdita di decarbonizzazione”

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista glocal, ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane per poi specializzarsi su ambiente, energia ed economia circolare. Redattore di EconomiaCircolare.com. Per l'associazione A Sud cura l'Osservatorio Eni

Competitività è probabilmente la parola più ripetuta in questi (quasi) due anni che sono intercorsi dalle elezioni europee del giugno 2024. La “nuova” Commissione europea, presieduta come quella precedente da Ursula von der Leyen, ha cominciato a usarla prima nelle note stampa, poi in sempre più documenti ufficiali, e da allora è diventato il mantra di questa legislatura UE. I vari pacchetti Omnibus, il Clean Industrial Deal, il RESource UE e l’ex ReArm Europe (ora Readiness 2030) sono atti accomunati, appunto, dall’inseguimento di un concetto tanto vago quanto inafferrabile.

L’ultimo in ordine di tempo è la semplificazione dei requisiti di rendicontazione di sostenibilità e di due diligence per le imprese, approvata dal Consiglio europeo il 24 febbraio, ovviamente “al fine di rafforzare la competitività dell’UE”. Il provvedimento in questione, in particolare, semplifica le direttive sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale (CSRD) e sulla due diligence sulla sostenibilità aziendale (CS3D) riducendo l’onere di segnalazione e limitando l’effetto di riduzione degli obblighi sulle aziende più piccole. E rientra nel pacchetto di semplificazione Omnibus che, come spiega ancora lo stesso Consiglio, “riduce la complessità e le barriere inutili, taglia la burocrazia, migliora l’efficienza e introduce maggiore flessibilità per le aziende che rimangono soggette al suo ambito con l’obiettivo di potenziare la competitività dell’UE, soprattutto in un quadro geopolitico in costante cambiamento”.

Come si nota, la parola competitività rientra due volte nei primi due paragrafi. La terza e la quarta citazione si trovano nella dichiarazione successiva di Marilena Raouna, viceministra per gli affari europei della Repubblica di Cipro (alla presidenza del Consiglio secondo il noto meccanismo della turnazione tra i 27 Stati membri dell’UE. “La semplificazione costituisce una priorità assoluta per la presidenza di Cipro – ha affermato Raouna – Con la decisione di oggi, stiamo rispettando il nostro impegno per un’Unione europea più competitiva. Attraverso il pacchetto adottato, stiamo riducendo gli oneri inutili e sproporzionati per le nostre imprese, con regole più semplici, mirate e più proporzionate, sia per le nostre aziende che per i nostri cittadini. Per un’Unione più autonoma, che significa anche un’Unione più competitiva”. 

Non c’è che dire, quella per la competitività è una vera e propria ossessione.

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Cosa prevedono le semplificazioni del Consiglio europeo

L’ambito di applicazione del CSRD (la direttiva sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale) è ridotto aumentando le soglie alle aziende con oltre 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di fatturato annuo netto. Per quanto riguarda le imprese di Paesi terzi, i requisiti aggiornati si applicheranno solo alle società con un fatturato netto superiore a 450 milioni di euro per l’impresa madre all’interno dell’UE e superiore a 200 milioni di euro fatturato generato per la filiale o la succursale.

L’ambito di applicazione del CS3D (la direttiva sulla due diligence sulla sostenibilità aziendale) è ridotto: in questo caso si aumentano le soglie per l’applicazione alle aziende con oltre 5.000 dipendenti e oltre 1,5 miliardi di  euro di fatturato netto, considerando che le grandi aziende hanno la maggiore influenza sulla loro catena del valore e sono meglio equipaggiate per avere un impatto positivo e assorbire i costi e gli oneri dei processi di due diligence.

“Per quanto riguarda l’identificazione e la valutazione degli impatti negativi – scrive il Consiglio  – le aziende possono concentrarsi sulle aree delle loro catene di attività in cui è più probabile che si verifichino impatti negativi effettivi e potenziali. Per fornire alle aziende flessibilità, quando un’azienda ha identificato impatti negativi altrettanto probabili o altrettanto gravi in diverse aree, a questa società viene data la possibilità di dare priorità alla valutazione degli impatti negativi che coinvolgono partner commerciali diretti. Le aziende dovrebbero anche basare i loro sforzi su informazioni ragionevolmente disponibili, che ridurranno l’effetto rivolo delle richieste di informazioni sui partner commerciali più piccoli”.

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Inoltre, fatto particolarmente grave,  è stato rimosso l’obbligo per le aziende di adottare un piano di transizione per la mitigazione dei cambiamenti climatici nell’ambito del CS3D. In più le norme aggiornate eliminano anche il regime di responsabilità armonizzato dell’UE e l’obbligo per gli Stati membri di garantire che le norme di responsabilità siano di applicazione obbligatoria prevalente nei casi in cui la legge applicabile non è il diritto nazionale dello Stato membro.

Quando si tratta di sanzioni, dunque, le imprese saranno responsabili soltanto a livello nazionale per la mancata applicazione corretta delle regole, con la Commissione che dovrà emanare le linee guida necessarie al riguardo. Infine le modifiche del Consiglio rinviano di un altro anno il termine di recepimento del CS3D da parte degli Stati membri al 26 luglio 2028. Limite che per le aziende diventa invece il mese di luglio 2029.

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Qual è il vero senso della competitività?

Al principio fu Draghi, inteso come Mario. L’ex premier italiano e l’ex presidente della Banca Centrale Europea nel 2024 parlò di competitività nella sua relazione alle istituzioni europee che appunto si intitolava “Il futuro della competitività europea”. Da allora, come abbiamo visto, la parola è diventata sempre più utilizzata. E contrassegna anche il testo finale dell’Omnibus I, appena pubblicato sul diario ufficiale dell’UE. “È importante sottolineare che solo questa versione è legalmente vincolante – scrive su LinkedIn il professore Andreas Rasche, tra i più apprezzati esperti europei di sostenibilità – Dopo mesi di circolazione di bozze, proposte e testi quasi finali, questa distinzione è importante. L’intero processo è durato esattamente un anno (la Commissione ha presentato la sua proposta il 26 febbraio 2025)”.

Poco dopo, tuttavia, nel suo commento Rasche aggiunge quella che definisce una “verifica della realtà”, e cioè che “mentre i politici possono semplificare le leggi, non possono semplificare i massicci problemi ambientali e sociali che le imprese europee devono affrontare. Questi esistono indipendentemente da quanti Omnibus vengano adottati”. Una stilettata affilata, con un messaggio chiaro: la competitività è qualcosa che non si può perseguire allentando la presa a livello normativa, lasciando che le imprese europee siano libere di inquinare perché altrimenti non reggono la sfida con le aziende cinesi e statunitensi.

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La sfida, semmai, si gioca su altri versanti: maggiori investimenti, maggiore innovazione, e norme che vadano invece in questa direzione. È il senso della lettera che CAN Europe ha inviato al Consiglio Competitività (ovviamente) del 24 febbraio. L’appuntamento dell’Omnibus I è giunto un anno dopo la presentazione del Clean Industrial Deal: e se il rilancio industriale dell’Unione Europea è ancora in stallo – lo dimostrano soprattutto Stati come Germania e Italia – si continua a insistere sulle semplificazioni come unica via. Come ricorda la stessa Climate Action Network (CAN) Europe, la principale coalizione di ong in Europa che combatte il cambiamento climatico, la stessa relazione Draghi richiedeva ben altro: investimenti massicci, una politica industriale coordinata e una chiara direzione strategica a livello europeo. 

“L’industria europea è sotto pressione reale, dalla volatilità dei prezzi dell’energia, dall’eccesso di capacità globale e dall’invecchiamento delle attività – scrive CAN Europe – Ma la deregolamentazione non è una strategia industriale. Il rischio reale oggi non è la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, ma la perdita di decarbonizzazione : perdere investimenti industriali puliti verso le regioni che si muovono più velocemente e in modo più deciso. La politica industriale deve quindi fornire chiarezza nella direzione di marcia. La competitività a lungo termine dell’Europa dipende dalla riduzione delle dipendenze strutturali dai combustibili fossili e dalle materie prime importate, dall’ampliamento dei modelli di produzione circolari e dall’accelerazione dell’elettrificazione. La neutralità climatica non è un vincolo alla resilienza industriale, è il suo fondamento”.

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