L’Unione Europea sta riscontrando difficoltà nell’assicurare l’approvvigionamento di materie prime critiche di cui ha bisogno per raggiungere i propri obiettivi in materia di energia e clima. A sostenerlo, con dovizie di dati e di analisi, è la nuova relazione pubblicata dalla Corte dei conti europea sul proprio sito. Il documento dei magistrati contabili, più precisamente la relazione speciale 04/2026, ha un titolo evocativo: “Le materie prime critiche per la transizione energetica – Una politica non certo solida come una roccia”.
Che l’UE sia in ritardo nelle sfide globali per l’accaparramento di minerali e metalli come litio, cobalto, rame e terre rare è un dato noto da tempo. In questo senso l’elemento “di novità” delle valutazioni della Corte dei conti europea è l’aver scelto di focalizzarsi sul legame tra materie prime critiche ed energie rinnovabili, escludendo dall’analisi altri settori come la difesa e il digitale.
Vale la pena ricordare, infatti, che le materie prime critiche si definiscono in tal modo perché sono importanti dal punto di vista economico e, appunto, difficili da reperire. L’elenco più recente, incluso nel regolamento sulle materie prime critiche del 2024, identifica 34 materie prime critiche, 26 delle quali sono necessarie per tecnologie di energie da fonti rinnovabili essenziali e 17 sono materie prime strategiche. Alla luce dell’impegno dell’UE di ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 e di conseguire l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050, il ruolo delle materie prime critiche diventa dunque fondamentale per decarbonizzare con successo il sistema energetico.
“Senza le materie prime critiche non ci sarà transizione energetica, né competitività, né autonomia strategica. Purtroppo, al momento siamo pericolosamente dipendenti da un ristretto gruppo di Paesi al di fuori dell’UE per l’approvvigionamento di questi materiali” ha dichiarato Keit Pentus-Rosimannus, il membro della Corte responsabile dell’audit. “È pertanto essenziale che l’UE si rimbocchi le maniche e riduca la propria vulnerabilità in questo settore”.
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Cosa non funziona nella corsa UE per le materie prime critiche
Sono particolarmente fitte le 82 pagine della relazione della Corte dei conti europea. In particolare a essere messa sotto accusa non è tanto la strategia in sé della Commissione quanto piuttosto l’esito della stessa: i magistrati scrivono infatti che “la diversificazione delle importazioni non sta producendo risultati tangibili, le strozzature ostacolano la produzione interna e il riciclaggio è ancora agli albori”. Secondo la Corte, in questo contesto è probabile che è attualmente concentrata in uno o in un ristretto gruppo di paesi non-UE come la Cina, la Turchia e il Cile. Per superare questa vulnerabilità l’UE ha adottato nel 2024 il regolamento sulle materie prime critiche, che tuttavia da una parte stabilisce solo obiettivi non vincolanti per il 2030 e dall’altra opera un restringimento sulle materie prime critiche, individuando le materie “strategiche”. Col forte rischio che entro la fine del decennio, almeno stando alle valutazioni dei giudici contabili, sarà molto difficile per le istituzioni europee raggiungere anche un approvvigionamento sicuro delle materie prime strategiche.

Ad esempio l’Unione Europea ha sottoscritto 14 partenariati strategici sulle materie prime negli ultimi cinque anni, sette dei quali in Paesi con scarsi punteggi di governance. Le importazioni da tali Paesi partner sono diminuite tra il 2020 e il 2024 per circa la metà delle materie prime esaminate. Altre azioni dell’UE sono a un punto morto, come i negoziati con gli Stati Uniti che sono stati sospesi nel 2024, mentre altre devono ancora concretizzarsi, come il discusso accordo UE-Mercosur con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay (tutti Paesi ricchi di materie prime critiche), che non è ancora stato ratificato da tutti i 27 Stati membri dell’UE.
Il regolamento sulle materie prime critiche prevede inoltre che almeno il 25% del consumo di materie prime strategiche dell’UE provenga da fonti riciclate entro il 2030. Ma le prospettive non sono rosee: allo stato attuale, 7 dei 26 materiali necessari alla transizione energetica hanno tassi di riciclaggio compresi tra l’1% e il 5%, mentre 10 di essi non sono riciclati affatto.
Inoltre, scrive ancora la Corte, “la maggior parte degli obiettivi di riciclaggio dell’UE non è specifica per ciascuna materia prima. Di conseguenza, detti obiettivi non incentivano il riciclaggio dei singoli materiali, specie quelli di più difficile estrazione come gli elementi delle terre rare nei motori elettrici o il palladio nell’elettronica, e non riescono neppure a incoraggiare l’uso di materiali riciclati”. La stessa Corte dei conti europea sottolinea che i riciclatori europei patiscono il peso di alti costi di trattamento, limitate quantità disponibili e ostacoli tecnologici e normativi che ne compromettono la competitività.
L’UE mira inoltre a potenziare l’estrazione interna di materiali strategici al fine di coprire il 10% del proprio consumo. Ma su questo fronte, oltre alle opposizioni dei territori individuati per le nuove miniere, va registrato che l’esplorazione mineraria in Europa è un settore che arranca pressoché ovunque. E anche quando vengono individuati nuovi depositi, ci possono volere fino a 20 anni perché un progetto minerario dell’UE diventi operativo.
Analoghe difficoltà, infine, si registrano sugli impianti di trattamento, per i quali l’UE ambisce addirittura a raggiungere una produzione in grado di coprire il 40 % del proprio consumo entro il 2030. La verità è che molti impianti di trattamento stanno chiudendo, in parte a causa degli alti costi dell’energia. Per questi motivi, avverte la Corte, l’UE rischia di essere intrappolata in un circolo vizioso, in quanto la mancanza di approvvigionamento ostacola lo sviluppo di progetti di trasformazione, il che a sua volta riduce lo slancio verso la ricerca di un approvvigionamento sicuro.
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Le risposte della Commissione
Come avviene spesso, alla relazione della Corte dei conti è allegata la risposta della Commissione. In questo l’organo esecutivo dell’UE impiega 10 pagine per rispondere alle cinque raccomandazioni dei magistrati contabili. La Commissione scrive che “negli ultimi anni sono stati compiuti progressi significativi” ma, in fondo, usa tanti giri di parole per dire, in sostanza, che l’unico miglioramento finora è l’estensione del regolamento, che però al momento, come abbiamo visto, non ha fatto registrare risultati pratici.
“La Commissione – si legge nel documento di risposta – concorda sul fatto che dati affidabili, una valutazione del rischio solida, strumenti di finanziamento efficaci e procedure di autorizzazione più efficienti da parte della pubblica amministrazione sono essenziali per affrontare le sfide individuate. Essa si impegna a dare seguito alle raccomandazioni ritenute più pertinenti e realizzabili per migliorare la governance e la resilienza della strategia dell’UE in materia di materie prime critiche”.
Viene poi riconosciuto che la mancanza di finanziamenti adeguata alla portata di sfida è un altro problema al momento irrisolto. “Le strozzature di natura finanziaria – sostiene ancora la Commissione – possono ritardare lo sviluppo dei progetti strategici e limitare la capacità dell’Europa di competere con gli attori globali. Per affrontare il problema della mancanza di finanziamenti sufficienti, la Commissione sta promuovendo strumenti di finanziamento innovativi e incoraggiando le sinergie con i fondi e i programmi dell’UE esistenti, tra cui InvestEU, Orizzonte Europa e il Fondo per l’innovazione”. Viene poi ricordato che “un altro tipico ostacolo risiede nella scarsa esperienza e nella riluttanza delle istituzioni finanziarie al momento di assumere rischi nel settore minerario”.

La speranza, infine, è nell’accenno all’economia circolare e alle cosiddette miniere urbane. Lo scopo è principalmente di “ridurre la domanda di materie prime primarie e accrescere l’uso di materie prime secondarie nell’UE. Tra le iniziative recenti e future in tale ambito figurano il regolamento sulla progettazione ecocompatibile di prodotti sostenibili, il regolamento sulle batterie, la prossima revisione della direttiva sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche e il futuro atto legislativo sull’economia circolare. Tali iniziative mirano tutte a: i) migliorare la sostenibilità dei prodotti e l’efficienza delle risorse; e ii) contribuire alla creazione di sistemi di circolarità in cui le materie prime siano recuperate, riutilizzate e riciclate all’interno dell’UE”. In ogni caso, però, servirà anche qui sbloccare ingenti risorse finanziarie.
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