Merijn Tinga non ha dubbi: anche in Italia va introdotto il Sistema di Deposito Cauzionale (DRS) per bottiglie di plastica e lattine. EconomiaCircolare.com ha incontrato e intervistato l’attivista olandese durante il lancio italiano della spedizione Nizza-Roma, un attraversamento di circa 700 km che avrà luogo tra aprile e maggio 2026.
L’iniziativa è realizzata in Italia con il supporto della campagna nazionale “A Buon Rendere – molto più di un vuoto” e di Marevivo, che affiancano il team di Plastic Soup Surfer nelle attività di coordinamento.
Come è iniziato il tuo attivismo e come si è evoluto nel tempo?
Sono un biologo e un surfista. Circa dieci o quindici anni fa praticavo windsurf e kitesurf lungo la costa dei Paesi Bassi. Spesso percorrevo lunghe distanze su spiagge deserte, dove ho iniziato a notare grandi quantità di plastica sulla riva. All’epoca, l’inquinamento da plastica stava appena emergendo come problema globale. Come biologo sapevo già che era dannoso per la natura, anche se non ne conoscevamo ancora tutti gli effetti a lungo termine.
Era comunque evidente che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato. Avevo uno studio dove potevo costruire oggetti e decisi di realizzare una tavola da surf con la plastica raccolta sulla spiaggia. Non l’avevo mai fatto prima: la tavola era pesante e il tentativo fallì, ma da quel fallimento nacque il soprannome “Plastic Soup Surfer”, e da lì iniziò tutto.
Sei passato dall’azione simbolica all’impegno politico. Come?
All’inizio il movimento contro l’inquinamento da plastica era molto piccolo, soprattutto nei Paesi Bassi. Questo permetteva di entrare rapidamente in contatto con ONG, scienziati, attivisti e decisori politici. Un anno dopo, durante una navigazione, vidi enormi quantità di bottiglie di plastica in mare. Molte erano bottiglie olandesi, arrivate a oltre 1.500 chilometri di distanza, in Paesi che avevano già un sistema di deposito cauzionale. Nello stesso periodo, nei Paesi Bassi si discuteva se abolire il sistema esistente. Fu allora che capii che un sistema di deposito completo era indispensabile.
Decisi di attirare l’attenzione attraverso un’azione forte: la traversata del Mare del Nord in kitesurf. Era una sfida personale, ma anche uno strumento di comunicazione. In parallelo lanciai una petizione che raccolse oltre 50 mila firme. Da quel momento le cose cambiarono. I sistemi di deposito sono strumenti politici e finanziari, e entrando in quel terreno iniziai a dialogare direttamente con i politici. Si aprì una rete completamente nuova.
Quale strategia ti ha permesso di costruire consenso tra partiti politici diversi?
Invece di chiedere direttamente il deposito cauzionale, mi sono concentrato su un obiettivo condiviso: meno rifiuti abbandonati. Ho scritto una risoluzione che chiedeva il 90% in meno di dispersione dei rifiuti nell’ambiente entro tre anni. Nessun partito avrebbe potuto opporsi a una riduzione dei rifiuti ma tutti sapevano che un risultato del genere poteva essere raggiunto solo con il deposito cauzionale. Trovare il linguaggio giusto è stato fondamentale.
Che risultati ha prodotto questo approccio nei Paesi Bassi?
I partiti conservatori chiesero all’industria di dimostrare che fosse possibile ridurre i rifiuti del 90% senza il deposito, ma non ci riuscirono. A piccoli passi, il sistema è stato introdotto. La lezione è che i cambiamenti pragmatici funzionano meglio delle grandi promesse astratte.
Perché oggi scegli l’Italia?
Dopo aver surfato dai Paesi Bassi a Nizza e con l’introduzione della legge in Spagna, l’Italia è il passo successivo. A maggio navigherò da Nizza a Roma lungo la costa, incontrando organizzazioni locali. Chiederò loro di raccogliere dati sui rifiuti, fotografie e informazioni che analizzeremo con l’intelligenza artificiale e condivideremo con giornalisti e politici.

Pensi che un Paese complesso come l’Italia – da un punto di vista burocratico e geografico – possa adottare un sistema di deposito cauzionale?
Sì, assolutamente. Il sistema di deposito cauzionale richiede cambiamenti nei sistemi di responsabilità estesa del produttore e nel ruolo dei Comuni, ma altri Paesi lo hanno già fatto. Per avere un’economia davvero circolare, i produttori devono essere responsabili degli imballaggi per tutto il loro ciclo di vita.
Viviamo una fase di profonda crisi della diplomazia internazionale, che sta influenzando anche la lotta all’inquinamento da plastica, come dimostra il fallimento del trattato di Ginevra lo scorso settembre. Nonostante questo, è ancora possibile essere ottimisti sul futuro del riciclo della plastica? Perché?
Guardando la Terra dallo spazio è facile diventare pessimisti. Ma quando sei in azione e circondato da persone motivate, trovi energia. Ogni obiettivo concreto raggiunto dimostra che il cambiamento è possibile, ed è questo che ti spinge a continuare.

Come può la società civile contrastare l’influenza delle lobby del petrolio nella lotta all’inquinamento da plastica?
Prima di tutto, dobbiamo fare lobby anche noi ma con i dati. L’industria porta numeri, occupazione e argomenti economici. Le ONG spesso portano solo argomenti morali. Quando presenti dati oggettivi – trend, numeri misurabili, prove concrete – i politici iniziano ad ascoltare. I dati trasformano le preoccupazioni in decisioni politiche.
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