Qual è l’impatto reale di un intervento di restauro dei beni culturali? È da questa domanda che prende avvio lo studio condotto da un gruppo di esperte ed esperti, e che affronta per la prima volta in modo sistematico l’applicazione dell’LCA (Life Cycle Assessment) nel settore del restauro dei beni culturali.
“Per poter parlare di impatto ambientale in modo concreto”, spiega Andrea Macchia, uno degli autori dello studio, “è necessario conoscere l’impatto dei singoli prodotti e delle metodologie utilizzate. Ma nel nostro settore queste informazioni semplicemente non esistono, o sono estremamente lacunose”.
I database LCA oggi disponibili, infatti, sono fortemente strutturati su ambiti come l’energia, l’agricoltura o l’industria, mentre il settore dei beni culturali resta ai margini. Se poi i database lavorano principalmente su sostanze pure, nel restauro si utilizzano quasi sempre miscele commerciali, spesso con formulazioni non completamente note.
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Il caso studio
“Non potendo partire da una standardizzazione di un intervento di restauro”, chiarisce Benedetta Paolino, restauratrice, “ci siamo resi conto che avevamo bisogno di un caso studio reale, concreto”. La scelta è ricaduta su un intervento eseguito su un dipinto a olio su tela, articolato in cinque fasi di restauro considerate comuni nella prassi: disinfezione, consolidamento del supporto tessile, pulitura per la rimozione della vernice invecchiata, stuccature, ritocco pittorico, verniciatura finale.
L’analisi si è concentrata solo sui materiali, escludendo volutamente il consumo energetico e prendendo in considerazione i prodotti comunemente utilizzati in laboratorio.

Le difficoltà
Uno dei principali ostacoli è emerso subito: molti materiali comunemente utilizzati nel restauro, sono prodotti brevettati. Paolino racconta che “conosciamo solo le componenti maggioritarie, quindi non possiamo calcolare l’LCA del prodotto. Abbiamo dovuto ricostruire un LCA per approssimazione, partendo da ciò che era noto”.
In altri casi, alcuni solventi o materiali di nicchia non erano affatto presenti nei database disponibili, per quanto aggiornati al 2024. Questo ha costretto i ricercatori a ricorrere a sostituzioni con precursori o materiali simili per composizione chimica e funzione, ma presenti nei database.
Come si misura l’impatto
Un altro nodo cruciale riguarda il modo in cui si misura l’impatto. Macchia osserva che “molti studi confrontano i materiali per chilogrammo ma nel settore dei beni culturali questo approccio può essere fuorviante”. Un materiale apparentemente più impattante potrebbe essere molto più performativo e quindi utilizzato in quantità minime.
Macchia fa un esempio: “Un chilo di solvente può bastare per diverse opere, mentre un chilo di gel magari serve per una sola”. Sebbene anche questo studio sia basato sul chilogrammo, unità di misura necessaria per alcune categorie LCA, gli autori e le autrici evidenziano come sia necessario il rapporto a quantitativi realistici di utilizzo.

I cinque indicatori di impatto analizzati
L’analisi si è concentrata su cinque categorie di impatto ambientale: cambiamento climatico, tossicità per la salute umana, inquinamento delle acque, produzione di rifiuti pericolosi, occupazione del suolo. Da quest’ultima categoria si è ottenuto uno dei risultati più sorprendenti “da un materiale che non avremmo mai sospettato: il cotone”.
È proprio il cotone a mostrare un impatto molto alto in termini di consumo del suolo e di acqua, collocandosi su una scala completamente diversa rispetto a solventi e altri materiali considerati più pericolosi. Questo dato ha portato a una riflessione più ampia sulla sostenibilità: “Ci fermiamo spesso ai pittogrammi di pericolo, ma un materiale può essere sicuro per l’uomo e avere comunque un impatto enorme sugli ecosistemi. Il concetto di green diventa improvvisamente molto più complesso”, dice Paolino.
Spostare l’impatto non significa ridurlo
Lo studio ha messo in evidenza un altro aspetto cruciale: spesso, nel tentativo di rendere un processo più sostenibile, si finisce solo per spostare l’impatto. “Riduciamo la tossicità per l’uomo ma magari aumentiamo l’impatto sui rifiuti o sulle risorse naturali. Se non consideriamo l’intero sistema, non possiamo dire di essere davvero green”, conclude Macchia.
LCA: uno strumento necessario, ma imperfetto
Macchia e Paolino concordano su un punto: l’LCA è oggi l’unico strumento realmente in grado di definire l’impatto di un prodotto sugli ecosistemi, ma non è un metodo privo di limiti. I dataset sono incompleti, in continuo aggiornamento e altamente sensibili alle categorie di impatto selezionate. Cambiare database può significare cambiare completamente il giudizio su una sostanza.
Nel settore del restauro, il problema delle miscele e delle formulazioni ignote rende la scelta consapevole ancora più difficile. Ma nonostante i limiti, il lavoro apre una strada nuova: una riflessione scientifica tra ricercatori, restauratori e professionisti per interrogarsi su cosa significhi davvero sostenibilità nel mondo della restaurazione.
“Ogni opera è un caso a sé”, ricordano gli autori dello studio sentiti da EconomiaCircolare.com, “ma oggi è sempre più necessario dotarsi di strumenti e consapevolezza per fare scelte informate”. Perché non è solo la scelta del materiale meno pericoloso ciò che rende una scelta “green”, è tenere conto dell’intero ciclo di vita delle nostre azioni.
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