giovedì 26 Marzo 2026

Troppo acciaio? Più dazi: così l’UE prova a correre ai ripari

Per uscire dal declino di un settore cruciale, la Commissione ha lanciato la proposta di dimezzare le importazioni di acciaio e raddoppiare i dazi, in quella che vuole essere una risposta alla sovrapproduzione asiatica. Ma il caso dell’ex Ilva di Taranto dimostra che sono necessarie politiche lungimiranti

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Redazione EconomiaCircolare.com

In un’Unione Europea e un’Italia che arrancano nella produzione industriale, come dimostrano i dati degli ultimi anni, una delle cartine di tornasole a cui guardare è l’acciaio. L’industria siderurgica è cruciale per diversi settori produttivi, specie per quelli dove si concentrano le maggiori attenzioni politiche: dall’edilizia all’automotive, dall’energia alla difesa. Proprio per questi motivi la Commissione europea ha presentato negli scorsi giorni una proposta per proteggere il settore siderurgico dell’UE dagli impatti iniqui di sovraccapacità globale. La Commissione lo definisce “un passo fondamentale per garantire la redditività a lungo termine di un’industria strategicamente cruciale”.

La proposta giunge dopo il Piano d’azione per l’acciaio e i metalli, reso noto lo scorso marzo, col quale si provava già a rispondere ai dazi minacciati, e poi attuati dalla scorsa estate, dagli Usa di Donald Trump. La proposta di questi giorni, che sostituirà la misura di salvaguardia dell’acciaio che dovrebbe scadere entro giugno 2026, rafforza l’impegno con i partner globali per affrontare la sovraccapacità, e si propone di:

  • limitare i volumi delle importazioni senza tariffe a 18,3 milioni di tonnellate l’anno (una riduzione del 47% rispetto al 2024 contingenti di acciaio),
  • raddoppiare il livello del dazio fuori quota al 50% (contro il 25% sotto la salvaguardia);
  • rafforzare la tracciabilità dei mercati dell’acciaio introducendo un requisito di fusione e versamento per prevenire l’elusione.

von der leyen

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato che “un settore siderurgico forte e decarbonizzato è vitale per la competitività, la sicurezza economica e l’autonomia strategica dell’Unione europea. La sovraccapacità globale sta danneggiando il nostro settore. Dobbiamo agire ora”.

Leggi anche: Il riciclo degli imballaggi in acciaio in Italia spiegato coi numeri

I numeri europei dell’acciaio

L’appello di von der Leyen ad agire immediatamente è il punto di partenza di qualsiasi riflessione. La situazione italiana ed europea attorno all’acciaio resta allarmante. Come ricorda la newsletter Il Mattinale europeo, l’industria siderurgica europea è la terza più grande al mondo. La Commissione ricorda che dà lavoro a circa 300.000 persone direttamente e ad altre 2,5 milioni indirettamente. L’acciaio è prodotto in quasi tutti gli Stati membri. Il settore è in crisi da anni: dal 2007 sono stati persi 65 milioni di tonnellate di capacità produttiva e circa 100.000 posti di lavoro. 

Nel 2024 gli impianti siderurgici europei operavano in media al 67% della capacità; se si considera che la soglia di equilibrio economico è attorno all’80% si comprendono le difficoltà di un settore in crisi strutturale. Ma l’acciaio, come altre materie prime, oggi ha un valore strategico molto maggiore rispetto a due o tre decenni fa, in piena globalizzazione. L’UE ha tardivamente riconosciuto la necessità di ridurre la sua dipendenza strategica da Paesi terzi. La proposta della Commissione di dimezzare le quote di acciaio importato e di raddoppiare i dazi, allo scopo di proteggere la siderurgia dalla fortissima concorrenza asiatica e in parte statunitense, sarà ora soggetta alla procedura legislativa ordinaria. Dunque spazio al cosiddetto trilogo, con il Parlamento europeo e il Consiglio che dovranno concordare il regolamento definitivo.

La decisione del Consiglio che autorizza l’avvio dei negoziati richiederà l’adozione di una maggioranza qualificata in sede di Consiglio. Come già accennato, una volta adottata dal Consiglio e dal Parlamento, la misura proposta dalla Commissione sostituirà la vecchia normativa sull’acciaio, che scadrà a giugno 2026. Tuttavia il settore dell’acciaio continua a preoccupare, specie perché per uscire da quella che appare una debolezza cronica di un’intera industria si continuano a perseguire altre strade rispetto alla più ovvia e conveniente economia circolare. E in questo senso, purtroppo, l’Italia è un caso di scuola.

Leggi anche: La Commissione lancia il Piano d’azione per l’acciaio e i metalli

L’impegno dell’Italia per l’acciaio

La crisi europea dell’acciaio non può che riverberarsi, ed essere rappresentata, nella più grande acciaieria d’Europa, cioè l’ex Ilva di Taranto. Il polo industriale è diventato uno dei simboli più evidenti del declino industriale italiano. Come ricorda un approfondito articolo pubblicato da Irpimedia, e scritto anche dalla collaboratrice di EconomiaCircolare.com Carlotta Indiano, l’attuale società Acciaierie d’Italia è gestita in amministrazione straordinaria dallo Stato italiano, che intende venderla a qualche gruppo privato. Una soluzione non facile, aggravata dalle numerose pendenze giudiziarie in capo al sito pugliese, l’ultima delle quali riguarda possibili manipolazioni dei dati sulle emissioni di CO₂, con le accuse di reato di truffa ai danni dello Stato e della comunità europea.

turismo taranto

Per il sindacato di base USB “serve un piano nazionale per la siderurgia, integrato nella strategia di politica industriale, che indichi investimenti, tempi e strumenti per una transizione ecologica giusta e socialmente sostenibile. È urgente definire degli strumenti straordinari per la tutela dell’occupazione, la protezione del reddito per i lavoratori, pensando anche a un futuro oltre la fabbrica per chi non potrà essere ricollocato all’interno degli impianti”.

Altro che acciaio green, come continuano a dichiarare pezzi più o meno ampi del governo Meloni: la transizione ecologica a Taranto deve passare, come dichiarano anche i comitati locali, dalla chiusura dei vecchi impianti e da una reale riconversione che metta al centro la salute delle persone e le esigenze del territorio, insieme a una produzione industriale che non può che essere pianificata e a lungo termine, non una coperta da rabberciare a colpi di decreti legge. La soluzione ai guasti dell’economia lineare, ancora una volta, passa dall’economia circolare.

Leggi anche: Taranto e l’inagibilità politica dell’acciaio

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