A volte cadere del tutto fa rinascere, soprattutto se per decenni si conosceva solo la compagnia della ruggine. Così è stato per il traliccio della vecchia seggiovia di Gandino, l’impianto sciistico che collegava il paese bergamasco al Monte Farno: fino al 1976 quel pilastro fornì solidità all’idea di poter vivere di turismo invernale, permise alla comunità di avvicinarsi alle sue montagne e tenne in piedi le economie sorte vicino la stazione sciistica. Inaugurato negli anni ‘50, con i suoi 2.300 metri di lunghezza era, all’epoca, l’impianto di risalita più esteso della Lombardia.
Poi, il declino: dopo la tragedia del Cermis, in Trentino Alto-Adige, quando la caduta di una cabinovia causò la morte di 42 persone portando alla luce gravi carenze nei sistemi di sicurezza e nella manutenzione, la seggiovia di Gandino venne considerata inaffidabile e si avviò alla chiusura definitiva, proprio come tanti altri impianti di risalita.
Ma grazie a un piede di porco e allo sguardo di un artigiano locale quella torre di ferro è tornata a frequentare la gente del suo paese trasformandosi in due tavoli e in un alfabeto composto esclusivamente dagli angolari del traliccio. Una caduta generativa, non solo per i pezzi della seggiovia abbandonata, ma anche per l’artefice di questa trasformazione, Lucio Busio, fondatore del collettivo Re-Alps, gruppo di designer, di ricercatrici e ricercatori che recupera le infrastrutture sciistiche abbandonate restituendole alle comunità locali come segni di memoria e come pratica di circolarità.
Vi raccontiamo, con un’intervista collettiva, la loro storia.

Cosa racconta il recupero del traliccio della seggiovia di Gandino? Com’è nata la decisione di far cadere quel pilone arrugginito?
Parte tutto da Lucio, che nel 2014 decide di confrontarsi con un oggetto simbolo della comunità gandinese: la vecchia seggiovia abbandonata dal 1976. Quel gigante di ferro raccontava, e ce ne siamo resi conto con maggiore chiarezza successivamente, un’epoca di sviluppo e di imprenditorialità, in cui la comunità aveva un ruolo centrale e riconoscibile. Raccontava una terra in trasformazione, capace di attrarre persone dall’esterno ma ancora fondata su una dimensione intima, fatta di sacrifici condivisi e collaborazione tra cittadini. Un’idea di progresso che negli anni si è progressivamente diluita, sia con l’avvento della strada carrozzabile, sia con una concezione della comunità meno coesa rispetto al passato. Dal punto di vista operativo non è stata richiesta alcuna autorizzazione formale: l’unico permesso è arrivato da uno degli eredi della cordata di imprenditori che gestiva la società della seggiovia, che ha sposato l’idea di smontare il traliccio e restituirlo alla popolazione affinché potesse continuare a veicolare e mantenere una memoria collettiva.
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Come è avvenuto lo smontaggio? Parliamo di più di tre tonnellate di ferro da rimuovere.
Il traliccio è stato sbullonato alla base, anche grazie all’aiuto di altre maestranze della zona, e fatto cadere con un piede di porco. Una volta a terra è stato ulteriormente disassemblato e trasportato in laboratorio, dove è stato tagliato, saldato e ricostruito per ottenere due tavoli, uno dei quali, qualche anno dopo, è stato posizionato dentro l’info point del Monte Farno. Il lavoro si è sviluppato come un processo in divenire: ci siamo dovuti confrontare con la mole del traliccio, tutt’altro che trascurabile, e con la necessità di mantenere l’aspetto il più possibile originale per lasciarlo riconoscibile da tutti. Gli scarti di lavorazione hanno poi costituito la base per la creazione di un alfabeto composto dagli angolari dei montanti.
E così è nato il collettivo Re-Alps.
Il progetto legato alla seggiovia è rimasto silente fino al 2022, anno in cui Lucio ha incontrato Matteo De Bellis e Lorenzo Ciarfella, studenti del Politecnico di Torino, durante un workshop in Valle d’Aosta. Un incontro che ha rimesso linfa vitale in circolo, permettendo di far emergere quanto avvenuto nel 2014, a partire dal sindaco di Gandino, che fino ad allora non ne era a conoscenza. Da lì sono seguiti il bando “Montagne in Transizione” di Fondazione Cariplo e “Imprese Spericolate” di Fondazione Pittini che hanno permesso ulteriori sviluppi al nostro progetto. Re-Alps è l’acronimo di Rethink, Repair, Reuse, Reduce, Recycle, Recover, Remember, sette azioni concrete per ripensare il rapporto con le risorse, i luoghi e le comunità.
Dai vecchi impianti sciistici sono nate altalene, tavoli, collane. Ma alla base di questa trasformazione non c’è solo il recupero delle infrastrutture dismesse. Dai vostri progetti emerge la volontà di indagare il territorio e di ripensarlo attraverso chi lo vive tutti i giorni. Questo approccio sta facendo la differenza?
Il valore del nostro metodo si trova nella condivisione del processo decisionale con le persone che vivono quei luoghi ogni giorno, raccogliendo memorie, racconti e suggerimenti, costruendo insieme una riflessione su quali siano oggi le risorse e i bisogni della comunità. È da questo confronto che prendono forma le idee progettuali, che poi si concretizzano nei laboratori di autocostruzione. Crediamo che questo approccio faccia la differenza sia nel processo sia nel risultato finale. Il materiale dismesso, che prima era percepito come un problema o un rifiuto, diventa una risorsa, non solo materiale, ma anche sociale. Le persone diventano parte attiva del cambiamento, acquisiscono competenze pratiche mentre si rafforza il senso di comunità e di appartenenza. Il manufatto rigenerato non è così un mero oggetto funzionale, ma è diventato un’occasione di incontro, un segno di un linguaggio condiviso capace di custodire e raccontare la storia del territorio e della sua comunità.
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La vostra storia parla di oggetti che hanno smesso di avere una funzione, spesso sono le tracce dell’industria dello sci e di quel che resta della snow economy, oggi legata sempre di più alla neve artificiale e alla logica dei grandi eventi, come le Olimpiadi di Milano-Cortina in corso. Secondo voi, ora che la crisi climatica ha reso palese l’impossibilità di continuare con questo modello, come bisognerebbe avvicinarsi ai paesi montani?
Lavoriamo su ciò che esiste: materiali, paesaggi, storie e relazioni. Pensiamo che da qui possa nascere una nuova idea di montagna, capace di accogliere forme di turismo, sicuramente più lente e consapevoli, ma anche di migliorare la qualità della vita di chi quei territori li abita tutto l’anno. In questa epoca è necessario avvicinarsi ai paesi montani in punta di piedi, consapevoli della fragilità di questi territori.
Dobbiamo imparare a cambiare sguardo, a leggere i cambiamenti in atto e ripensare le nostre abitudini. Vorremmo che eventi come le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 diventassero un’occasione reale di coinvolgimento per le comunità montane: un momento di dibattito e riflessione collettiva, in cui fermarsi a rileggere la storia dei luoghi, interpretare i cambiamenti in corso e comprendere i segni lasciati nel tempo dalle scelte antropiche e dagli eventi di grande scala.
Manifestazioni di portata internazionale come le Olimpiadi potrebbero essere concepite secondo una modalità nuova e diffusa, capace di preservare i territori e al contempo contribuire allo sviluppo di più comunità, dando vita ad una visione che sappia gestire in modo più equilibrato le infrastrutture e i flussi turistici privilegiando l’utilizzo di opere già esistenti e una distribuzione consapevole delle competizioni.

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Che tracce volete lasciare con il vostro lavoro in questi territori?
Se c’è un’eredità che vorremmo lasciare, è la possibilità di guardare ai segni dell’abbandono non come a un fallimento, ma come a una risorsa da cui ripartire per costruire nuovi equilibri tra persone, paesaggio ed economia. Il nostro lavoro si inserisce proprio in questo spazio di transizione. Recuperare un impianto dismesso non significa guardare al passato con nostalgia, ma usare quei segni come punto di partenza per immaginare nuovi futuri. I nostri interventi diventano occasioni per attivare un confronto all’interno delle comunità, che già da tempo convivono con l’incertezza legata al calo del turismo invernale e alla fragilità economica. Re-Alps è ancora una piccola realtà, e siamo consapevoli della complessità del problema che vogliamo affrontare: abbiamo bisogno di crescere, collaborare e condividere i nostri progetti per consolidare approcci sempre più partecipati e condivisi.
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