Tra gli atti dell’Unione Europea più attesi per il 2026 c’è certamente il Circular Economy Act, la legge quadro sull’economia circolare. Le attese sono tante, dato che finora l’UE ha legiferato a più riprese sul tema ma mancando l’appuntamento, almeno in tempi recenti, con un provvedimento più ampio che miri realmente a offrire un’alternativa rispetto al tradizionale modello dell’economia lineare o, se volete, dell’usa e getta.
A proporre una prima versione del Circular Economy Act, che sarà poi integrata nelle classiche interlocuzioni a tre con Consiglio e Parlamento (il cosiddetto trilogo), sarà la Commissione, intorno al terzo trimestre di quest’anno. Il testo, perlomeno negli annunci della Commissione, costituirebbe un pilastro centrale del Clean Industrial Deal (di cui abbiamo parlato qui) e della Bussola per la competitività (di cui abbiamo scritto qui).
L’organo esecutivo dell’UE ha spiegato che le misure incluse nell’accordo quadro sull’ambiente potrebbero basarsi su tre pilastri: la modifica della direttiva quadro sui rifiuti e della direttiva sulle discariche, la modifica della direttiva sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche e la valutazione di misure aggiuntive (ad esempio l’armonizzazione delle imposte ambientali e dei requisiti per la gestione dei rifiuti di estrazione). L’obiettivo dichiarato è di “raddoppiare il tasso di utilizzo circolare dei materiali nell’UE al 24% entro il 2030, rendendo la circolarità un elemento centrale del completamento del mercato unico, della resilienza industriale e dell’autonomia strategica”.In pratica si vorrebbe creare un mercato unico per i 27 Stati membri dell’UE, relativamente alle materie prime seconde, in modo da ridurre la dipendenza strategica dell’UE dalle risorse provenienti da Paesi terzi.

Si tratta di sfide cruciali per il futuro dell’UE. Ecco perché negli scorsi giorni il servizio di ricerca del Parlamento Europeo ha diffuso un briefing, rivolto alle deputate e ai deputati, che sintetizza ciò che c’è da sapere sul Circular Economy Act in arrivo. Per arrivare preparate e preparati quando sarà il proprio turno di intervenire per migliorare il testo proposto dalla Commissione.
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Come migliorare il Circular Economy Act
Il briefing del servizio di ricerca del Parlamento europeo è indirizzato alle deputate e ai deputati, oltre che al personale che li assiste, come “materiale di supporto”, così viene definito. Nel report vengono innanzitutto ricordare le sfide strutturali che il Circular Economy Act dovrà provare ad affrontare (e che abbiamo raccontato molte volte anche sul nostro portale): dalla filiere delle prime critiche, dove l’UE è ancora molto indietro, alla scarsa riduzione nel consumo assoluto delle risorse naturali, dall’efficienza ancora bassi in molti settori della circolarità (come dimostra il mancato scatto in avanti della responsabilità estesa del produttore, specie sul tessile) ai rischi per la salute che comporta un eccessivo affidamento sul riciclo.

Vengono poi ricordate le cifre chiave per l’economia circolare. Riportiamo le più significative:
- il tasso di utilizzo dei materiali circolari è fermo al 12,4% (dato del 2024); l’obiettivo probante è di raddoppiarlo in appena 4 anni;
- il tasso di riciclo degli imballaggi nel 2023 ha raggiunto il 67,5%; l’obiettivo, questa volta molto più accessibile, è di arrivare al 70% al 2030;
- il tasso di riciclo dei RAEE è invece fermo al 30,8% (dato del 2023); qui tornano i problemi, perché l’obiettivo era di arrivare al 65% … ma nel 2019;
- l’occupazione nell’economia circolare vede impiegate ufficialmente 4,3 milioni di persone (dati del 2021); un risultato che appare francamente deludente.
Occorre dunque rafforzare la transizione verso l’economia circolare, come hanno sostenuto peraltro negli anni l’analisi della Corte dei conti europea, i report dell’ Agenzia europea dell’ambiente (EEA), e i rapporti di Mario Draghi sulla competitività europea e di Enrico Letta sul futuro del mercato unico. Le norme finora attuate, soprattutto il Piano d’azione per l’economia circolare del 2020, si sono rivelate insufficienti. Ecco perché negli ultimi anni ha preso piede l’ipotesi, avanzata da Draghi e Letta e sposata dalla Commissione, che “la decarbonizzazione deve essere abbinata alla competitività per prevenire la deindustrializzazione, individuando nell’economia circolare uno strumento fondamentale per ridurre i costi delle materie prime per le industrie ad alta intensità energetica e ridurre la dipendenza dai Paesi terzi, in particolare dalla Cina, per le materie prime essenziali”.
Inoltre “si prevede che la transizione verso la circolarità potrebbe aumentare il PIL dell’UE fino allo 0,5% e creare circa 700mila nuovi posti di lavoro, in particolare nei settori ad alta intensità di manodopera della riparazione e del riciclaggio”. Nel report a beneficio del Parlamento europeo si riportano poi i numerosi studi a riguardo dell’Agenzia Europea dell’Ambiente e del Joint Research Centre, il centro studi collegato alla Commissione Europea, nonché delle associazioni di settore, delle organizzazioni non governative, dei think tank e delle associazioni che rappresentano consumatori e consumatrici e lavoratori e lavoratrici.
La speranza è che le deputate e i deputati sappiano e siano in grado di valorizzare al meglio i contributi ricevuti. Perché sull’economia circolare le soluzioni ci sono già, bisogna essere in grado di attivarle e soprattutto di farlo togliendo attenzioni del modello lineare, che ancora permea il 90% dell’economia dell’Unione Europea e dei 27 Stati membri.
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