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Quando diciamo che una politica di economia circolare funziona? Non basta verificare che produca un beneficio diretto nel breve periodo, perché l’efficacia dipende anche dalla sua tenuta sistemica, cioè dalla capacità del sistema di assorbirla senza generare imprevisti: riallocazioni dei flussi lungo la catena del valore, aggiustamenti di prezzo che alterano domanda e offerta, nuove convenienze commerciali che spostano materiali oltre confine, strategie di conformità che possono sconfinare nell’elusione. Per valutare questa tenuta in modo realistico occorre separare l’effetto che la policy produce “in linea retta” da ciò che produce per reazione, perché è spesso in questa seconda dimensione che si formano gli esiti indesiderati più persistenti e difficili da gestire.
Uno studio recente usa il settore tessile come banco di prova per capire cosa succede quando le politiche di economia circolare entrano in un sistema globale già complesso, fatto di catene di fornitura lunghe, consumi impulsivi e infrastrutture di gestione dei rifiuti spesso immature: argomenta sull’esistenza di “effetti collaterali”, prova a mapparli, a dare loro un ordine, e soprattutto a chiedersi che cosa dovrebbero fare, di conseguenza, gli strumenti di valutazione ex-ante e gli attori della filiera per non farsi cogliere di sorpresa.
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Politiche circolari in un sistema complesso
Le politiche di economia circolare vanno lette come interventi che modificano l’assetto funzionale di un sistema produttivo e di consumo, più che come “correzioni” isolate di una singola fase. L’introduzione di obblighi, target, criteri tecnici, divieti o contributi economici altera infatti prezzi relativi, oneri di conformità, disponibilità di infrastrutture e condizioni di accesso ai mercati; di conseguenza gli attori riorientano pratiche operative e strategie lungo l’intera catena del valore. In questo senso la letteratura distingue i first-order effects, che descrivono ciò che discende direttamente dall’architettura regolatoria — livello di ambizione, definizione degli obiettivi, perimetro, strumenti di attuazione e controllo — dai second-order effects, che catturano ciò che emerge endogenamente quando la misura si confronta con capacità reali di implementazione, vincoli amministrativi, incentivi economici e adattamenti strategici, producendo retroazioni di governance, fiscali e socio-politiche che possono riallineare (o disallineare) gli esiti complessivi rispetto all’intenzione iniziale.
La filiera tessile rende questa dinamica particolarmente visibile perché perché somma caratteristiche strutturali che amplificano gli effetti di secondo ordine. La catena del valore è globalizzata e interdipendente, con segnali di mercato molto rapidi; la competizione sul prezzo e la logica del fast fashion comprimono i tempi di utilizzo e accelerano la trasformazione del prodotto in rifiuto; e l’end-of-life resta un punto critico, segnato da gestione ancora sub-ottimale e da capacità limitate di riuso e riciclo rispetto ai volumi generati.

Non a caso il quadro europeo per i tessili è in consolidamento, con obblighi imminenti che riguardano progettazione, gestione dell’invenduto e dei rifiuti, e le responsabilità lungo la filiera. In questa fase di cantiere normativo, l’analisi degli effetti indesiderati serve a evitare che le regole incorporino fragilità prevedibili che, con l’implementazione, diventa più costoso e conflittuale correggere: riallocazioni di flussi verso opzioni residuali, in competizione per feedstock, o in spostamenti oltre confine dei materiali più convenienti.
Per intercettare questi meccanismi, lo studio combina un sondaggio preliminare di orientamento, interviste con esperti e una survey online estesa a un insieme più ampio di stakeholder. L’obiettivo non è “fare inventario” degli effetti collaterali, ma isolare quali famiglie di problemi tendono a ripetersi, dove si collocano lungo la filiera e quali punti ciechi rimangono nelle valutazioni ex-ante quando si considerano soltanto gli impatti diretti. Un dato interessante emerso dalle interviste riguarda gli effetti indesiderati riportati dagli esperti di policy europee, che citano quasi lo stesso numero di effetti indesiderati di primo ordine (52%) e di secondo ordine (48%). Gli effetti indiretti non sono dunque una nota a margine, ma quasi la metà di ciò che va storto quando si implementa una politica di economia circolare.
Effetti indesiderati di primo ordine
Gli effetti indesiderati di primo ordine, quelli che non dipendono tanto dalle reazioni del sistema quanto da come è scritto il provvedimento, rimandano spesso a misure incomplete, incoerenti o poco credibili nel tempo. Nelle evidenze raccolte dallo studio, la fragilità più ricorrente è la mancanza di comprehensiveness: la norma incentiva un esito misurabile ma non presidia con pari forza la gerarchia delle opzioni e i prerequisiti materiali e organizzativi necessari a evitare spiazzamenti.
Nel tessile può succedere quando si fissano obblighi e target di raccolta separata senza che esistano capacità di selezione e riciclo adeguate a ricevere quei volumi: in queste condizioni, l’effetto indesiderato di primo ordine è che una quota significativa del tessile “correttamente” raccolto finisca comunque smaltita, perché la filiera a valle non è in grado di trasformare quel flusso in riuso o riciclo di qualità.
Effetti indesiderati di secondo ordine
L’analisi sugli effetti secondari evidenzia quattro famiglie di dinamiche secondarie: cambiamenti nei requisiti legali che influenzano import-export e dinamiche di catena del valore; sfruttamento di loophole e frodi; alterazioni di prezzo che cambiano consumi e strategie d’impresa; risposte socio-politiche, fiscali e amministrative. La prima famiglia è particolarmente critica perché collega direttamente la circolarità europea alla competitività e alla disponibilità di materiali. Regole su status di rifiuto, criteri end-of-waste o quote minime di contenuto riciclato possono infatti ridisegnare i flussi commerciali, influenzando la disponibilità di materia seconda in UE e l’esposizione delle imprese europee a concorrenza esterna. Diversi stakeholder segnalano che l’export di rifiuti può minare l’effettiva realizzabilità degli obblighi di contenuto riciclato e persino indebolire la capacità di riciclo europea, se i riciclatori non riescono a competere con import di materiali riciclati a minor costo da fuori UE.

A questo si aggiunge il paradosso per cui quando si restringono opzioni di trattamento (per esempio rendendo meno praticabile la discarica) o si irrigidiscono gli obblighi, l’export può diventare una valvola per eludere vincoli e costi, generando leakage di materie seconde e spostando impatti ambientali e sociali altrove. Nel tessile, dove l’export di usato e di rifiuti è parte strutturale dei flussi, questa traiettoria va governata anche per le ricadute sociali che possono prodursi nei paesi riceventi quando si introducono restrizioni alle spedizioni.
La seconda famiglia è quella delle lacune normative e delle frodi intese come prodotti sistemici della complessità regolatoria. Più aumenta la complessità dei passaggi tra “rifiuto”, “materiale in trattamento” e “prodotto riciclato”, più si moltiplicano i punti in cui è possibile deviare flussi, gonfiare dichiarazioni di contenuto riciclato, sfruttare zone grigie sulle competenze o sulla responsabilità. Alcune interviste richiamano casi in cui i contributi EPR sono stati di fatto scaricati interamente sui consumatori, o non reinvestiti in attività di prevenzione e miglioramento, svuotando il principio “chi inquina paga” di buona parte della sua forza trasformativa. Nel tessile questa dimensione si intreccia con il rischio di mercati paralleli per capi che sfuggono ai canali ufficiali, con pratiche di under-reporting su quantitativi immessi sul mercato, con la possibile concentrazione di potere in pochi soggetti incaricati di gestire gli schemi EPR. Per cooperative sociali, operatori del riuso, imprese di riciclo, questo è uno snodo strategico: chi controllerà i flussi avrà anche la leva economica per decidere che cosa conviene fare di quei materiali.
La terza famiglia è quella delle retroazioni di prezzo, che agiscono in modo persistente perché incidono su decisioni ripetute (acquisto, sostituzione, riparazione) e su strategie industriali di medio periodo. Aumenti di costo dovuti a tasse, fee EPR o requisiti tecnici tendono a riflettersi sui prezzi finali e gli stakeholder richiamano il rischio che l’onere si distribuisca in modo regressivo, gravando più sulle famiglie a basso reddito e trasformando la transizione in una questione di equità percepita. Sul lato delle imprese, misure che rendono meno profittevole il low-cost in Europa possono indurre riallocazioni commerciali verso mercati con minore potere d’acquisto; gli effetti a catena includono cambiamenti nella disponibilità di second-hand europeo e pressioni sui sistemi locali dei paesi destinatari, fino alla possibile sostituzione del riuso con nuovi articoli low-quality. In questa prospettiva, il prezzo non è solo una leva di riduzione dei volumi, ma un moltiplicatore di effetti indiretti che possono spostare il problema nello spazio o redistribuirlo lungo la catena di fornitura.
La quarta famiglia, infine, riguarda la tenuta socio-politica e amministrativa delle misure. Anche una policy tecnicamente efficace può rivelarsi fragile se riduce la convenienza per i cittadini o aumenta la complessità burocratica, perché questo tende a comprimere l’accettazione pubblica e, quindi, la compliance reale. Nel tessile, dove la collaborazione della cittadinanza per la raccolta, delle imprese per la progettazione dei prodotti, dei Comuni per l’organizzazione dei servizi è cruciale, questo tipo di feedback può fare la differenza tra una policy che esiste sulla carta e una che modifica davvero i flussi.
Come cambiare le politiche di circolarità
Se gli effetti indesiderati compaiono con questa frequenza, il punto non è inseguire l’illusione di “azzerarli”, ma far sì che non restino fuori campo nelle valutazioni ex-ante. Un punto di partenza indicato nello studio è il coinvolgimento reale degli stakeholder nelle fasi iniziali della valutazione: non solo consultazioni formali su testi già quasi definitivi, ma momenti strutturati in cui la filiera possa portare scenari concreti di spostamento dei flussi, rischi sociali, potenziali loophole. La seconda direzione è l’integrazione tra approcci micro e macro. LCA e LCC sono molto efficaci nel descrivere impatti e costi lungo il ciclo di vita; modelli input-output, modelli macroeconomici o di equilibrio generale servono a capire cosa accade quando cambiano prezzi, redditi, commercio internazionale. Se una tassa sul fast fashion riduce vendite in Europa, a quale consumo alternativo si sposta la spesa delle famiglie? Quali altri settori crescono o diminuiscono? Dove si rilocalizza la produzione? Sono domande che richiedono strumenti macro, alimentati però da dati di filiera realistici.
Inoltre è necessario considerare sempre anche i Paesi terzi e la resilienza dell’UE. Non esiste una circolarità confinata dentro i confini UE: usato, rifiuti, fibre e semilavorati sono transfrontalieri, e molte retroazioni si manifestano proprio come riorientamenti geografici. Per questo, nelle indicazioni dello studio, rientra l’idea di scenari più robusti, che includano la resilienza dell’UE e considerino esplicitamente i Paesi terzi come parte della catena degli impatti, affinché si modelli cosa succede ai flussi e alle convenienze quando cambiano regole su export/import, su status di rifiuto, o su contenuto riciclato.
In un sistema globale così intrecciato, la domanda non è se le politiche avranno effetti inattesi, ma se il settore sarà pronto a riconoscerli, a portarli al tavolo, a pretendere strumenti di valutazione e governance all’altezza. È su questo terreno che si gioca la possibilità di costruire davvero un sistema tessile europeo più circolare, socialmente giusto e resistente agli urti delle crisi antropogeniche.
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