lunedì, Gennaio 5, 2026

Ecodesign tessile: nuove linee guida verso il passaporto digitale di prodotto

Le nuove linee guida, elaborate da un team internazionale coordinato da ENEA, chiariscono come raccogliere e strutturare i dati lungo le filiere tessili affinché il Digital Product Passport (DPP) previsto dal regolamento Ecodesign sia alimentato da informazioni controllabili e utili anche a verifiche di mercato

Vittoria Moccagatta
Vittoria Moccagatta
Classe 1998. Laureata in filosofia all'Università degli Studi di Torino, è dottoranda in Design for Social Change presso l'ISIA Roma Design. È stata ricercatrice per il progetto "Torino città solidale e sostenibile"

Con l’adozione del regolamento Ecodesign, il passaporto digitale di prodotto (Digital Product Passport, DPP) diventa lo strumento attraverso cui si chiede alle filiere di rendere trasparenti le prestazioni ambientali dei prodotti lungo l’intero ciclo di vita. Ma come si fa a generare, collegare e controllare le informazioni lungo catene di fornitura globali, frammentate e spesso disomogenee sul piano digitale?

Le linee guida sulla raccolta dei dati dalle catene di fornitura, elaborate da un team internazionale coordinato da ENEA, propongono un’impostazione di processi e di raccolta dati che consente alle imprese di produrre informazioni coerenti e interoperabili, riducendo i costi di integrazione fra sistemi eterogenei, e offre alle autorità competenti una base informativa solida per controlli e verifiche documentali. Il documento resta deliberatamente focalizzato su questa “infrastruttura a monte” e non entra nel merito del formato tecnico del DPP né della sua interfaccia di consultazione per consumatori e autorità.

ecodesign tessile enea
Filiera circolare del tessile (TRICK – Guidelines on data collection from Textile supply chains for the Digital Product Passport)

Una filiera “opaca” che deve diventare trasparente

Le linee guida prendono forma a partire dall’esperienza del progetto Horizon TRICK e si arricchiscono dei risultati maturati in altre iniziative europee, fra cui PESCO-UP, CISUTAC e CIRPASS, rielaborando quanto emerso dai rispettivi pilot in una cassetta degli attrezzi di metodi di raccolta, concetti operativi e strutture dati riutilizzabili. L’obiettivo è costruire un linguaggio tecnico condiviso per descrivere tracciabilità e sostenibilità nel settore tessile, in modo che le informazioni possano circolare tra attori e segmenti diversi senza perdere significato e affidabilità. Questo punto è decisivo perché l’ESPR richiede dimostrabilità, mentre nella realtà molte dichiarazioni dipendono da dati primari generati da fornitori diversi, con qualità di misura variabile e capacità eterogenea di produrre evidenze documentali.

In più, l’orizzonte informativo si estende oltre la fabbricazione, includendo uso, manutenzione, riparazione, riuso e gestione del fine vita dei prodotti, proprio dove oggi i flussi informativi sono più deboli. La declinazione puntuale del DPP per il tessile sarà definita dall’atto delegato atteso entro il 2026, che stabilirà la granularità (modello, lotto o singolo pezzo) e un set di indicatori con diversi gradi di obbligatorietà; tuttavia, anche se il DPP non dovesse incorporare l’intera cronologia di tracciabilità, senza una tracciabilità robusta le informazioni nel passaporto resterebbero difficili da verificare e quindi deboli sul piano regolatorio.

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Le fasi per costruire un sistema di raccolta dati orientato al DPP

La risposta metodologica proposta dalle linee guida si organizza in un percorso in sei fasi che definisce una sequenza di scelte e di requisiti informativi. Si parte dalla definizione degli obiettivi e dei claim da sostenere, chiarendo anche il valore legale atteso dei dati. Come nei pilot TRICK, viene mostrano come sia possibile formulare i claim secondo lo schema UNECE (asset tracciabile, stato dichiarato, criteri di verifica, obiettivo, macro-categoria e destinatario del claim), così da trasformare affermazioni generiche (“sostenibile”, “responsabile”) in enunciati verificabili.

Si passa poi alla descrizione della filiera as is, mappando attori, ruoli e flussi informativi e distinguendo fra evidenze dirette, come documenti di trasporto, fatture, letture RFID o prove di laboratorio, ed evidenze indirette, come rese produttive o input acquistati, utili a identificare coerenze e zone d’ombra. A corredo, è possibile utilizzare use case diagram e activity diagram per descrivere operazioni chiave e scambi informativi tra attori, proprio perché la qualità del dato dipende spesso più dal processo con cui nasce che dal suo formato finale. Su questa base si progetta il sistema di tracciabilità, definendo oggetti tracciati (fibra, filato, tessuto, capo, lotto, singolo articolo), identificatori univoci e confini della mappa informativa, adottando un modello “a eventi” nel quale ricezioni, trasformazioni, aggregazioni e spedizioni vengono registrate come eventi strutturati che collegano chi ha operato, dove, quando e su quale bene.

Le linee guida esplicitano i “componenti” di un traceability system (policy claim, asset tracciabile, unità logistiche, gestione identificatori, modelli di tracciabilità, eventi, punti di ingresso/uscita, criteri e processo di verifica, sistemi di raccolta/archiviazione, canali di comunicazione) derivandoli e ampliandoli rispetto a UNECE, proprio per evitare sistemi che tracciano eventi senza chiarire che cosa debbano dimostrare.

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Requisiti minimi di dati del progetto PESCO-UP

Una volta stabilita la dorsale di tracciabilità, il modello viene esteso ai dati di sostenibilità, organizzati in insiemi informativi analoghi a “distinte” che coprono materiali, chimici, energia, rifiuti, emissioni, acqua e trasporti, riferiti sia al prodotto sia allo stabilimento e integrati con composizione, processi, certificazioni e studi PEF/LCA, così che lo stesso patrimonio dati possa alimentare DPP, valutazioni ambientali, certificazioni sociali e anche servizi antifrode. Il documento propone di qualificare i dati quantitativi non solo con unità di misura e anno di riferimento, ma anche con il “metodo di validazione” (misurato in campo, stimato indirettamente, approvato da esperto, tratto da letteratura), perché l’affidabilità dipende dal modo in cui il numero è stato ottenuto.

L’impianto viene poi calato nei processi collaborativi reali, definendo scambi B2B che arricchiscono documenti di spedizione e ricezione con riferimenti a lotti, unità di imballaggio, certificazioni e dichiarazioni di indicatori, in modo che la tracciabilità non resti un registro separato ma si innesti nei flussi operativi. Infine, tutto è ricondotto a un modello dati interoperabile, con entità standardizzate per prodotti, istanze tracciate, organizzazioni, siti, processi, “bill of” e indicatori, e con meccanismi per gestire riservatezza (livelli di disclosure) e completezza dell’informazione, condizione necessaria per passare da sistemi isolati a un linguaggio comune capace di sostenere, con continuità, dichiarazioni e verifiche nel quadro dell’ESPR.

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