Migrazioni, clima e contraddizioni: l’Europa tra numeri ufficiali e politiche incomplete

I dati dell’Atlante delle Migrazioni 2025 smontano la retorica securitaria. L’Europa è al centro dei flussi migratori, tra politiche incomplete e obblighi giuridici disattesi. Clima e crisi sociali moltiplicano le migrazioni, imponendo un cambio di paradigma basato su diritti, inclusione e solidarietà

Enrica Muraglie
Enrica Muraglie
Giornalista indipendente, ha scritto per il manifesto, Altreconomia, L'Espresso. Fa parte della rete FADA.

In un presente in cui muri, respingimenti e decreti sicurezza sono il nuovo vocabolario, l’Atlante delle Migrazioni 2025, mettendo in fila i dati globali sulla mobilità umana potrebbe offrire una bussola a decisori politici, ricercatori e cittadini attraverso le complessità della migrazione internazionale. Una fotografia della realtà ben diversa dalle semplificazioni della retorica politica italiana (e non solo). 

Il numero stimato di persone migranti nel mondo a metà 2024 era di 304 milioni, una cifra che è cresciuta costantemente dal 2000 a un ritmo più che doppio rispetto alla popolazione mondiale. Sono numeri che mettono in crisi i discorsi securitari e che emergono dalla combinazione di informazioni tra Eurostat, Agenzie ONU, Banca Mondiale e Organizzazione Internazionale del Lavoro. 

Leggi anche: World Inequality Report: “La disuguaglianza rimane estrema e persistente”

Cosa dice l’Atlante delle Migrazioni

Gli Stati membri dell’Unione Europea ospitano circa 63 milioni di migranti, il 21% del totale globale, mentre circa il 10% dei migranti nel mondo ha origine proprio nei Paesi dell’UE. Nel frattempo, il numero di rifugiati a livello globale è quasi triplicato negli ultimi vent’anni: da 15,3 milioni nel 2012 a oltre 42,5 milioni nel 2025, incluse 4,4 milioni di persone in fuga dall’Ucraina in guerra.

Sono cifre che dovrebbero essere interpretate alla luce di un quadro normativo ben definito: il Regolamento di Dublino III e la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea sanciscono il diritto d’asilo e il principio di “non-refoulement”, ossia il divieto di respingere chi rischia gravi persecuzioni e minacce alla vita o all’incolumità nel proprio Paese d’origine, in linea con la Convenzione di Ginevra. Principi recepiti anche nell’ordinamento italiano con l’articolo 10 della Costituzione e con il Testo Unico sull’Immigrazione, nonostante la tensione verso politiche restrittive sia spesso in contrasto con questi obblighi.

Leggi anche: Legge sul clima, restano gli obiettivi ma all’insegna della flessibilità

L’Italia tra vecchie politiche e nuove sfide

Nel 2024 l’Italia ha registrato un tasso di rimpatrio del 16% delle persone a cui è stato imposto di lasciare il territorio: un dato appena superiore agli anni precedenti ma ancora lontano dal risultato prospettato dalle dure linee sull’immigrazione del governo Meloni. Si rivelano in tutta la loro inefficacia le politiche coercitive di un Paese con una delle demografie più anziane d’Europa, con un bisogno crescente di risorse umane nei settori produttivi e dove molte delle persone straniere non comunitarie hanno tra i 20 e i 49 anni, e sono in piena età da lavoro. 

clima legge copertina

Eppure, le persone immigrate non europee risultano le più numerose nella categoria NEET, coloro che non lavorano e non seguono alcun percorso di formazione (23,7%) e tra coloro che abbandonano gli studi (27,4%), segno che l’integrazione non viene affrontata con politiche organiche e risorse adeguate.

Il clima come moltiplicatore delle crisi

Non solo conflitti armati o persecuzioni politiche: c’è un numero crescente di persone costrette a muoversi a causa di fattori ambientali e climatici, e non è un fenomeno recente. Dalla desertificazione alla perdita di terre coltivabili, dall’innalzamento dei mari alla siccità prolungata: secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), entro il 2050 potrebbero essere centinaia di milioni le persone in movimento per ragioni ambientali. 

Con iniziative come il progetto CLICIM sulla migrazione indotta dal clima, l’Unione Europea riconosce che il legame tra ambiente e migrazione è complesso, influenzato da fattori sociali, economici e politici, e rappresenta una realtà ormai ineludibile. Da parte sua l’UNHCR considera il cambiamento climatico un’emergenza umanitaria che “aumenta l’insicurezza alimentare, complica l’accesso ai mezzi di sussistenza e accresce la pressione sul sistema educativo e sui servizi sanitari”, aggravando condizioni già fragili che possono sfociare in sfollamento o migrazione forzata. 

Le politiche europee: aperture solo formali

A livello comunitario, il Pacchetto sulla migrazione e l’asilo e il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo cercano di bilanciare responsabilità e solidarietà tra Stati membri. La loro attuazione però è rallentata da resistenze da parte di alcuni Paesi e da un’atmosfera politica che favorisce misure securitarie piuttosto che soluzioni strutturali. Anche sul fronte ambientale, pur avendo l’UE adottato l’Accordo di Parigi e obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni entro il 2030, non esistono strumenti giuridici vincolanti che riconoscano lo status di rifugiato climatico.

Questo vuoto normativo si scontra con l’evidenza: i cambiamenti climatici agiscono come moltiplicatore di rischi colpendo soprattutto le popolazioni più vulnerabili e aumentando la probabilità di conflitti interni legati alla scarsità di risorse naturali, scenari che precedono spesso ondate migratorie interne o internazionali. 

Verso un nuovo paradigma

Non è una questione ideologica: i numeri dimostrano che migrazione e sfollamento devono essere il centro di un progetto politico che unisca migrazione, clima, sviluppo e diritti umani.

clima scienza energie rinnovabili

Per essere all’altezza delle sfide di questo tempo, l’Italia e l’Europa dovranno rompere con le politiche di corto respiro e adottare strategie integrate: educazione e inclusione lavorativa per le comunità immigrate, strumenti giuridici che riconoscano le migrazioni climatiche, cooperazione internazionale per la “resilienza” dei paesi vulnerabili e un patto di solidarietà intra-europeo che non scarichi l’accoglienza sui Paesi cosiddetti di frontiera. E che smetta di considerare le migrazioni come un’emergenza da contenere.

Leggi anche: La lobby delle multinazionali USA che riscrive la legge europea su clima e diritti umani

© Riproduzione riservata

spot_img

POTREBBE INTERESSARTI

Ultime notizie