Per il report di RREUSE i target di riuso devono diventare una priorità per l’UE

L’Unione Europea deve fissare target di riuso vincolanti se vuole davvero favorire la diffusione dell’economia circolare e andare oltre il riciclo. Molte nazioni li stanno introducendo, ma l’Italia non è tra queste. I risultati nell’indagine del network internazionale di RREUSE

Tiziano Rugi
Tiziano Rugi
Giornalista, collaboratore di EconomiaCircolare.com, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri. Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

C’è un urgente bisogno in Europa di fissare dei target di riuso vincolanti, così come è stato fatto per il riciclo. Finora l’Unione Europea negli interventi normativi sulla gestione dei rifiuti e l’economia circolare ha indicato target combinati riciclo-riuso, ma questa è una scelta poco lungimirante il riciclo è più economico e richiede meno lavoro e le attività di riparazione sono penalizzate perché i fondi sono investiti sempre nel riciclo, un processo più redditizio, ma anche con un’intensità energetica maggiore e più in basso nella piramide della gestione dei rifiuti indicata dalla stessa Bruxelles. È la richiesta al centro del report presentato da RREUSE dal titolo “Targets for Reuse & Preparing for Reuse in the European Union”.

Secondo RREUSE – un network internazionale che mette insieme le reti di imprese sociali e centri per il riuso di 27 Paesi tra Europa e Stati Uniti – i benefici di avere dei target quantitativi generali e specifici di prodotto sono, invece, notevoli. Possono stimolare investimenti e cooperazione tra i diversi stakeholder. Possono massimizzare i benefici ambientali e sociali, poiché le attività di prevenzione e riutilizzo dei rifiuti possono sostituire il consumo di nuovi articoli, creando al contempo posti di lavoro locali e inclusivi per i disoccupati di lunga durata e per coloro che incontrano barriere nel mercato del lavoro.

All’interno del report si trova un’ampia analisi sulle esperienze attive negli Stati membri dell’UE. La geografia è estremamente diversificata, ma la tendenza è chiara: quando i governi decidono di fissare obiettivi specifici sul riuso, le quantità recuperate crescono e l’impatto sociale ed economico diventa significativo. L’Italia, purtroppo, non è tra queste. Spetta adesso a Bruxelles di agire con il Circular Economy Act e della revisione della direttiva WEEE per colmare il gap grazie a target di riciclo separati, graduali e vincolanti.

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Target di riuso: un’urgenza ambientale

I numeri evidenziano l’urgenza del tema. Nel 2022 l’Europa ha prodotto 2,2 miliardi di tonnellate di rifiuti, pari a quasi cinque tonnellate per abitante, segno di un modello di produzione e consumo che continua a muoversi più verso il consumismo che verso la durabilità dei beni. Inoltre, nella gerarchia europea dei rifiuti, il riuso è una priorità rispetto al riciclo: prolungare la vita dei prodotti evita emissioni, limita l’estrazione di materie prime e crea una quantità di posti di lavoro superiori al riciclo.

Riparare e riutilizzare un solo smartphone evita 58 chilogrammi di CO₂ e 14 chilogrammi di risorse, mentre mille tonnellate di beni gestiti attraverso il riuso producono almeno venti volte più occupazione rispetto al riciclo. Se la vita utile dei capi di abbigliamento raddoppiasse, le emissioni di CO₂ dell’industria della moda si ridurrebbero del 44% e un aumento anche solo del 10% delle vendite di abbigliamento di seconda mano permetterebbe già di tagliare il 3% delle emissioni del settore e il 4% dei consumi idrici.

sistemi riuso riutilizzo

Non si tratta soltanto di una questione ambientale: per le imprese sociali che operano nel settore, il riuso è anche un motore di inclusione, formazione e sviluppo nelle comunità locali. Eppure, per quanto ampiamente riconosciuti, questi benefici non si traducono automaticamente in politiche efficaci. Il report mostra come molti Stati membri continuino a utilizzare target combinati su riuso e riciclo, un approccio che di fatto privilegia il riciclo perché più facile da monitorare, pienamente integrato nelle filiere esistenti e più remunerativo. 

Il paradosso è evidente: mentre la normativa europea indica chiaramente il riuso come opzione preferenziale, le politiche pubbliche tendono a incentivare la fase finale del ciclo di vita del prodotto anziché il suo prolungamento. L’adozione di target autonomi e misurabili sul riuso diventa quindi una priorità nei prossimi anni. Casi più o meno virtuosi in Europa ci sono, e l’analisi di RREUSE li ha analizzati uno per uno per valutare quali soluzioni portino maggiori benefici ambientali e sociali.

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Le nazioni in cui i target di riuso ci sono

Il report di RREUSE evidenzia il caso del Belgio, in particolare delle Fiandre, che già nel 2007 hanno introdotto i primi target di riuso, aggiornati nel 2015 e nel 2023: l’obiettivo è raggiungere 8 kg di beni riutilizzati per abitante entro il 2030. La regione ha istituito un sistema di accreditamento per le imprese sociali, indicatori di monitoraggio comuni e un finanziamento pubblico legato sia ai volumi recuperati sia all’inclusione lavorativa di persone vulnerabili. Le Fiandre hanno superato i 6 kg pro capite nel 2022, diventando un modello europeo. A ciò si aggiunge l’esperienza di Recupel, il consorzio RAEE che dal 2016 collega i propri obiettivi economici a target di preparazione per il riuso, con oltre 1.850 tonnellate di apparecchi reimmessi sul mercato nel 2022.

Anche Bruxelles e Vallonia avanzano, seppure con ritmi diversi. Bruxelles ha fissato un target di 5 kg pro capite e ha più che raddoppiato i volumi in un decennio. La Vallonia punta a 8 kg nel 2025, sostenuta da un forte impegno politico verso l’economia sociale. Sono risultati che richiedono infrastrutture dedicate — centri del riuso, logistica urbana — ma confermano che obiettivi chiari e stabilità normativa sono determinanti.

La Francia è l’unico Paese UE ad aver adottato un quadro normativo organico con la legge AGEC del 2020: obblighi settoriali, divieto di distruggere gli invenduti, incentivi alle riparazioni e target specifici per RAEE, tessili, arredo, giocattoli e attrezzature sportive. Diversi consorzi RAEE hanno già superato il target del 2% di apparecchi preparati per il riuso rispetto all’immesso sul mercato. Nel tessile, dal 2024 è fissato un obiettivo di almeno 120 mila tonnellate l’anno, con una quota crescente destinata alla vendita locale. L’arredo segue la stessa traiettoria: 55 mila tonnellate riutilizzate nel 2023 e obiettivo di 120 mila entro il 2030. Il caso francese mostra che divieti anti-spreco, obblighi negli schemi EPR e investimenti stabili possono rendere il riuso una componente strutturale della gestione dei materiali.

Altri Paesi presentano dinamiche più eterogenee. La Danimarca sta sperimentando a livello municipale, con Copenaghen e Aarhus che introdono obiettivi misurabili collegati ai centri di raccolta, trasformati in spazi di interazione tra cittadini e imprese sociali. L’Irlanda ha scelto un approccio più aggressivo, con un target di 20 kg pro capite entro il 2030, ma sconta l’assenza di una base dati solida e la forte presenza di riuso informale, difficilmente misurabile.

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target di riuso

Le nazioni con problemi evidenti: l’Italia è tra queste

La Spagna, pur avendo introdotto con la legge del 2022 uno dei quadri più avanzati in materia di riuso – compresi target nazionali del 5% entro il 2025, 10% entro il 2030 e 15% entro il 2035 – continua a scontare ritardi strutturali: il tasso effettivo di preparazione per il riuso rimane sotto l’1%, come mostrano i dati disponibili per regioni come la Catalogna, e il Paese soffre la mancanza di infrastrutture essenziali quali punti di raccolta, impianti di selezione e spazi di stoccaggio. Inoltre, le responsabilità frammentate tra livelli di governo e la scarsità di dati comparabili rendono fragile l’attuazione delle misure. 

Il Portogallo, rappresenta un caso anomalo: i target introdotti nel 2020 senza una solida baseline e con strumenti attuativi insufficienti sono stati abrogati nel 2024 senza consultazione pubblica, a seguito di un cambio politico che ha portato alla cancellazione di diversi obiettivi legati alla prevenzione e al riuso, interrompendo una sperimentazione che non aveva ancora avuto modo di consolidarsi.

L’Italia, infine, è tra le nazioni fanalino di coda, visto che manca un’infrastruttura di politiche attive sul riuso e non esistono target di riuso analoghi a quelli presenti in altri Paesi europei. E non potrebbero nemmeno essere introdotti a livello locale attraverso i piani regionali dei rifiuti: mentre la gestione del rifiuto è competenza delle Regioni, il riuso e il settore dell’usato rientrano esclusivamente nella competenza del MASE. Di conseguenza, nessun altro livello istituzionale può intervenire per colmare questo vuoto normativo.

Per questo motivo – osserva RREUSE – un regolamento europeo, più che una direttiva, sarebbe lo strumento realmente efficace per introdurre target vincolanti sul riuso: a differenza delle direttive, che richiedono recepimento e lasciano ampi margini alle scelte politiche nazionali, il regolamento è immediatamente applicabile in tutti gli Stati membri. Una misura di questo tipo costringerebbe Paesi come l’Italia a riconoscere formalmente l’operatore dell’usato come operatore economico, attivando una serie di innovazioni normative positive lungo tutta la filiera del riuso.

Le carenze da risolvere per incoraggiare il riuso

In questo contesto frammentato, il report di RREUSE individua alcuni nodi che la futura legislazione europea dovrà affrontare con priorità. Il primo è la separazione netta tra riuso e riciclo, sia nelle norme sia nella misurazione: finché resteranno combinati, il sistema continuerà a privilegiare il riciclo. Il secondo riguarda la necessità di affrontare il calo della qualità dei prodotti, soprattutto in tessile ed elettronica. Fast fashion e obsolescenza programmata riducono la vita utile dei beni e complicano riuso e preparazione per il riuso. Da qui la necessità di rafforzare gli obblighi europei su riparabilità, durabilità e disponibilità di pezzi di ricambio.

Un’altra criticità strutturale è la carenza di spazi e infrastrutture: il riuso richiede centri dedicati, stoccaggi adeguati, laboratori di riparazione e logistica in grado di gestire flussi eterogenei ad alto valore aggiunto. Si tratta di elementi che devono essere pianificati e finanziati dalle istituzioni e non si può affidarsi solamente al mercato. A ciò si aggiunge la mancanza di un sistema di dati omogeneo: le metriche sono troppo diverse per consentire confronti affidabili tra Stati membri. Ad esempio Italia non esiste alcuna categoria amministrativa o fiscale che riconosca gli operatori dell’usato, creando seri problemi per la misurazione. Senza una metodologia comune, i target rischiano di restare formali.

In vista del Circular Economy Act e della revisione della direttiva WEEE, il report elenca una serie di raccomandazioni per la Commissione europea. Introdurre target di riuso e preparazione al riuso separati dal riciclo, incrementali e vincolanti dentro gli schemi EPR, criteri di misurazione armonizzati e investimenti dedicati alla rete dei centri del riuso, concentrandosi sui settori con maggiore impatto climatico e potenziale occupazionale. Gli obiettivi, conclude il report, dovrebbero rientrare in una strategia di lungo termine volta a promuovere il riuso e un’occupazione inclusiva: adesso spetta a Bruxelles ridurre la distanza tra la gerarchia dei rifiuti e le politiche effettive.

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