In che misura il nuovo regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti (ESPR) è in grado di contrastare l’obsolescenza e sostenere una transizione verso beni di lunga durata, in un modello economico e culturale che continua a premiare il ricambio rapido e la ricerca di novità?
Una ricerca recente prende le mosse da questa domanda, assumendo che l’obsolescenza non sia soltanto l’esito di scelte tecniche o economiche che accorciano la vita dei prodotti, ma anche l’espressione di dinamiche psicologiche e simboliche, in cui il ricambio accelerato dei beni contribuisce a definire identità e status, a collegare il benessere all’accesso al nuovo. Un’obsolescenza, quindi, che non riguarda soltanto i prodotti, ma anche gli immaginari e le aspettative di chi li acquista.
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Ecocompatibilità vs obsolescenza
L’ESPR nasce con l’obiettivo di trasformare il modo in cui i prodotti vengono progettati, introducendo criteri di ecocompatibilità specifici per categorie di prodotto – durabilità, riparabilità, disassemblabilità, trasparenza e altri requisiti di circolarità – che diventeranno vincolanti per l’accesso al mercato europeo. Questi criteri mirano a ridurre in modo sistematico i casi in cui la vita dei prodotti viene interrotta artificialmente molto prima che l’oggetto abbia esaurito il suo potenziale d’uso: una dismissione prematura che ogni anno nell’Unione europea produce circa 261 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂ equivalente, consuma 30 milioni di tonnellate di risorse e genera 35 milioni di tonnellate di rifiuti.

Si tratta di un un ingranaggio centrale delle logiche del capitalismo contemporaneo, un meccanismo di spreco produttivo attraverso cui il sistema si alimenta di cicli di sostituzione sempre più rapidi, continuando a presentarsi in crescita “infinita” mentre scarica i relativi costi ambientali e sociali al di fuori del perimetro della contabilità economica. Disincentivando le scelte progettuali che producono fragilità intrinseche o che precludono la possibilità di riparare il prodotto e correggendo, al tempo stesso, le distorsioni economiche che fanno apparire più conveniente sostituire un bene invece di prolungarne la durata, l’ESPR interviene sulle condizioni tecniche ed economiche che alimentano l’obsolescenza. Perciò ci si attende un allungamento significativo della vita media dei prodotti e, di conseguenza, una riduzione delle pressioni ambientali associate.
Ma fino a che punto un quadro regolatorio di questo tipo è in grado non solo di ridurre l’obsolescenza nel suo versante tecnico ed economico, ma anche di incidere su quelle forme di obsolescenza simboliche e psicologiche, complementari alle prime, che si collocano sul piano culturale? Il concetto di obsolescenza si trova infatti all’incrocio tra dimensioni materiali e immateriali ed è profondamente inscritto nelle logiche di crescita e accumulazione del capitalismo contemporaneo, nel modo in cui colleghiamo il benessere alla disponibilità di beni sempre nuovi, nel ruolo del consumo come fonte di identità, riconoscimento e appartenenza, oltre che nelle strutture di costo e nei modelli di business che regolano la produzione e la distribuzione.
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Obsolescenza, ma quale?
Da questa prospettiva, per valutare l’efficacia di una politica come l’ESPR è necessario precisare che cosa si sta cercando di contrastare. La letteratura distingue diverse forme di obsolescenza, che rimandano a cause e implicazioni differenti. L’obsolescenza funzionale forzata si verifica quando il prodotto smette di svolgere la sua funzione a causa di scelte deliberate riguardanti materiali, progettazione o disponibilità di pezzi di ricambio, oppure per effetto di aggiornamenti software incompatibili. L’obsolescenza tecnica si manifesta quando un bene perfettamente funzionante viene svalutato dall’introduzione di versioni tecnologicamente più avanzate.
L’obsolescenza economica emerge quando il costo della riparazione supera in modo sistematico il prezzo di un bene nuovo o quando le condizioni di mercato rendono irrazionale prolungare la vita dei prodotti. Accanto a queste forme, più direttamente legate a vincoli materiali o economici, si colloca l’obsolescenza simbolica, che riguarda il significato sociale e identitario attribuito agli oggetti. In questo caso, beni ancora pienamente funzionanti diventano indesiderabili perché percepiti come vecchi, fuori moda o inadeguati rispetto alle norme di status del contesto di riferimento.
L’ESPR interviene con maggiore forza sulle prime forme perché mobilita strumenti che agiscono esattamente su progettazione, prestazioni e condizioni economiche d’uso: attraverso i requisiti di ecodesign potrà fissare valori minimi di durabilità e riparabilità, obblighi di disponibilità di pezzi di ricambio e non solo, restringendo lo spazio per pratiche che rendono i prodotti deliberatamente fragili o difficili da mantenere nel tempo; sul piano economico, il regolamento non introduce direttamente schemi di sovvenzione, ma verrà affiancato da strumenti come gli appalti pubblici verdi e da incentivi nazionali che valorizzeranno le prestazioni di circolarità, mentre i requisiti informativi e il passaporto digitale del prodotto renderanno più trasparente il legame tra prezzo, prestazioni e longevità, riducendo l’asimmetria informativa che alimenta l’obsolescenza economica.
L’obsolescenza simbolica riguarda invece un terreno diverso, molto più scosceso. Qui la sostituzione dei prodotti non è guidata da vincoli tecnici o economici, ma dal desiderio di novità e distinzione sociale, dalle dinamiche di status e dalle narrazioni costruite dal marketing e dalla pubblicità, dalle pratiche di emulazione e appartenenza che associano il possesso dell’ultimo modello a forme di riconoscimento e autoaffermazione. È per questo che è stata definita “l’arma assoluta del consumismo” (in Usa e getta di Serge Latouche): un telefono, un capo di abbigliamento o un elettrodomestico possono essere perfettamente funzionanti e tuttavia essere scartati e sostituiti esattamente come se fossero guasti o antieconomici da riparare.

Perdono valore non perché non svolgono più la loro funzione o perché la riparazione risulta eccessivamente costosa, ma perché non incarnano più l’immagine di sé che la persona desidera proiettare, oppure perché il contesto sociale in cui si muove suggerisce che “essere al passo” significhi possedere sempre l’ultima versione disponibile. In questo modo, la logica simbolica finisce per produrre gli stessi effetti materiali dell’obsolescenza tecnica o economica, ma senza aver bisogno di alcun fallimento funzionale del prodotto.
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L’ESPR di fronte al consumismo
L’ESPR, in quanto strumento prevalentemente tecnico-regolativo, ha un potere limitato sul piano psicologico. Le sue leve principali sono gli standard di progettazione, gli obblighi informativi, alcuni correttivi economici sugli incentivi alla produzione e al consumo. Nessuno di questi strumenti interviene direttamente sulle dinamiche di costruzione del desiderio, sulle strategie di branding che giocano sulla promessa di novità permanente, sull’uso sistematico della moda, della stagionalità e del design come dispositivi di accelerazione del ciclo di sostituzione. Non vengono disciplinati in modo specifico i messaggi pubblicitari, né sono previste, al suo interno, iniziative ampie e strutturate di educazione al consumo critico orientate a mettere in discussione l’associazione tra identità, status e acquisto di novità. È plausibile che per incidere in modo significativo sull’obsolescenza simbolica siano necessarie misure complementari di sensibilizzazione e di regolazione dell’informazione commerciale, capaci di modificare il rapporto tra identità, status e consumo.
Ciò non significa che l’ESPR sia completamente irrilevante sul piano simbolico. L’inserimento, tra gli altri, della durabilità e della riparabilità tra i parametri oggetto di regolazione, insieme alla crescente attenzione pubblica al tema dell’obsolescenza, può contribuire, nel lungo periodo, a ridefinire ciò che viene percepito come “normale” o desiderabile. Se il mercato è popolato in misura crescente da prodotti concepiti per durare, disassemblabili e riparabili, e se queste caratteristiche vengono rese visibili attraverso etichette e passaporti digitali, è plausibile che parte del valore – non soltanto economico ma anche simbolico – si sposti proprio su queste qualità. L’idea di un consumo responsabile, attento alla longevità e alla cura degli oggetti, può diventare un marker identitario positivo, soprattutto in alcuni segmenti sociali più sensibili ai temi ambientali e, per osmosi, a quelli più vicini. Tuttavia, si tratta di effetti perlopiù indiretti, affidati alla capacità del regolamento di innescare un mutamento graduale delle norme sociali, e non a misure specificamente orientate a disinnescare l’obsolescenza simbolica.
In assenza di questo disinnesco, il rischio è che l’ESPR riesca a rendere più sostenibile la produzione di beni che continuano a essere consumati secondo logiche di rapida sostituzione, riducendo certamente alcune storture, inefficienze e sprechi ma senza trasformare in modo sostanziale il paradigma che lega il benessere e al consumo incessante di novità e che è leva della “crescita per la crescita”, il modello che si fonda sull’aumento infinito dei volumi di produzione e di consumo, cieco rispetto al progressivo superamento dei limiti planetari che erode le sue stesse condizioni di sopravvivenza. e di farne invece una leva per mettere in discussione la quantità di beni che attraversano il sistema, scongiurando innovazioni che si limitano a “moralizzare” il consumo e consentono di mantenere elevati i volumi di acquisto sotto una rinnovata rassicurazione di sostenibilità.
Al tempo stesso, si tratta di collocare l’ESPR dentro un più ampio mosaico di politiche e pratiche che affrontino l’obsolescenza non solo come questione tecnica di progetto, ma come manifestazione di uno specifico modello di sviluppo e dell’economia del desiderio che lo sostiene.
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