«Anche nel caso fossimo completamente scettici rispetto al cambiamento climatico e alla sua origine antropica, resterebbe comunque un interesse di breve termine a trattenere risorse preziose all’interno del circuito della nostra economia»: con queste parole, al limite della provocazione, Stefano Soro, capo unità Green and Circular Economy della direzione generale Grow della Commissione Europea ha voluto cominciare il suo intervento alla prima tavola rotonda di Intelligenza Circolare, dedicata all’ecodesign, che si è tenuta lo scorso 2 ottobre a Roma.
Dietro a quelle parole, però, non c’è una provocazione, ma il concetto su cui da anni l’Unione Europea punta per trovare una conciliazione possibile tra le esigenza dell’ambiente e quelle dell’economia e delle imprese, che non sono sempre e necessariamente in contrasto se guardate nella giusta prospettiva. E per modificare il comportamento delle imprese in chiave virtuosa, la leva economica è sicuramente la migliore. «Proprio per questo se prendiamo misure draconiane che generano opposizione non facciamo un favore né all’ambiente, né all’economia», ha infatti aggiunto subito dopo Soro.
L’intesa con Carlo Zaghi, direttore generale della Direzione generale Sostenibilità dei Prodotti e dei Consumi al MASE, altro rappresentante delle istituzioni presente alla conferenza, è stata infatti immediata. «La produzione normativa dell’UE non nasce da un eccesso di burocrazia, ma dall’urgenza: il tempo per modificare il paradigma economico non è infinito. Le nuove direttive su materie prime critiche, ecodesign, riciclo e passaporto digitale del prodotto rispondono non solo a ragioni ambientali, ma anche a imperativi produttivi e competitivi».
Al tempo stesso, «l’Europa non sta scrivendo solo regolamenti – ha aggiunto Zaghi – ma sta tentando di ridefinire il proprio ruolo nel mondo: da consumatore di risorse a generatore di modelli. Difendere questo percorso significa accettarne le complessità, ma anche crederne nel potenziale», ha affermato, riconoscendo che si tratta di una sfida complessa in cui è richiesto un equilibrio delicato: promuovere la sostenibilità senza generare perdita occupazionale o nuove disuguaglianze, ma anzi innescare competitività e coesione.
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Il contesto in cui si inseriscono le norme europee (e l’ecodesign)
Ridefinire il proprio ruolo nel mondo non è certo un’operazione semplice. «L’Europa è oggi un continente demograficamente ridotto – circa il 6% della popolazione mondiale – con risorse naturali limitate e una forte dipendenza dall’estero per materie prime ed energia. A questo si aggiunge un evidente paradosso: sebbene disponga di risorse come il litio o il cobalto, preferisce non sfruttarle direttamente, continuando però a richiederle per tecnologie essenziali come batterie e dispositivi elettronici. Una forma di dipendenza nascosta che rende urgente un nuovo modello industriale», è l’analisi introduttiva di Soro.
Per poi passare a una serie di dati che inquadrano il problema. «Ogni anno l’economia europea consuma circa 8 gigatonnellate di materie prime, con appena il 12% reinserito in cicli circolari, prevalentemente attraverso il riciclo. La gran parte del sistema resta quindi bloccata in una logica lineare di estrazione, uso e scarto. La circolarità diventa una necessità, non solo ambientale ma anche economica e di sicurezza e autonomia strategica». A ricordarlo le crisi degli ultimi anni, dalla recessione del 2008 alla pandemia, fino alla guerra in Ucraina con l’aumento vertiginoso dei costi energetici e la brusca interruzione delle forniture di gas dalla Russia, che hanno rivelato «una vulnerabilità strutturale: dipendere da risorse importate espone l’Europa a shock di prezzo e instabilità politica».
«Prima, però, di pensare alle estrazioni sul suolo europeo – è intervenuta Claudia Brunori, direttrice del dipartimento sostenibilità, circolarità e adattamento al cambiamento climatico dei sistemi produttivi e territoriali di ENEA – sarebbe meglio concentrarsi sulla circolarità, intesa nel senso completo del termine, e non solo affidandosi al riciclo», come ammesso dallo stesso Soro. Brunori ha ricordato la necessità di andare oltre al riciclo con «un vero cambio di paradigma, che comincia dalla progettazione, dalla scelta di materiali alternativi, dall’abbandono delle sostanze pericolose e dal prolungamento della vita utile dei prodotti». Solo così la circolarità può esprimere il potenziale di riduzione del fabbisogno di risorse e delle emissioni climalteranti.

L’economia circolare è anche un asset competitivo
In linea con quanto sostenuto dal dirigente della Commissione Europea sull’autonomia strategica, Zaghi ha sottolineato due parole chiave: “continente” e “modello”. «Parlare di materie prime significa parlare in termini continentali: un mercato da 450 milioni di cittadini che deve difendere la propria autonomia strategica. Parlare di ecodesign significa difendere un modello industriale europeo che ha saputo coniugare, negli ultimi vent’anni, crescita economica e obiettivi ambientali».
Perciò «l’estensione del regolamento del 2009 sugli apparecchi energetici al nuovo regolamento 2024 sull’ecodesign – ha aggiunto – ha messo gli operatori economici europei nella condizione di fare prima ciò che molti altri, a livello globale, faranno dopo. Questo significa guadagnare un vantaggio competitivo: pensare, studiare e trovare soluzioni tecnologiche in anticipo rispetto ad altri attori economici nel mercato globale». Si tratta di un tema centrale di Intelligenza Circolare, emerso più volte nel corso della giornata del 2 ottobre scorso a Roma.
La parola “modello” «richiama ciò che dobbiamo difendere con determinazione: un modello che ci consente di essere una delle aree più ricche del pianeta e, al tempo stesso, quella con gli obiettivi più ambiziosi in termini di sostenibilità e circolarità».
Misure draconiane rischiano di essere autolesioniste
Parlare di interessi economici, tuttavia, non deve distogliere dal fatto che esiste «un’altra dimensione, trasversale e fondamentale: la sostenibilità sociale», ha ricordato Soro. Dunque, «se adottiamo leggi e regolamenti severi che si applicano solo sul territorio comunitario, finendo per esportare produzioni inquinanti, emissioni e occupazione, non facciamo alcun favore al pianeta e, nel frattempo, ci danneggiamo da soli, perché così generiamo un impatto negativo sul nostro modello sociale, colpendo le fasce più deboli della popolazione e le regioni più fragili. Creiamo disagio, disoccupazione, e i risultati sono la disaffezione civica e politica che vediamo nella scarsa affluenza alle urne», ha ammonito.
Un altro problema connesso al lavoro legislativo di Bruxelles è stato evidenziato da Zaghi. «La produzione legislativa è avvenuta a una velocità tale che comporta inevitabilmente difficoltà applicative», ha riconosciuto il dirigente del MASE. Scadenze che slittano, atti attuativi in ritardo, norme che non trovano ancora strumenti per essere eseguite. «Questo diventa un problema per tutti gli attori economici che, invece, hanno bisogno di risposte chiare e tempestive”, ha spiegato. «Ogni volta che non rispettiamo le scadenze che noi stessi abbiamo previsto nei nostri atti normativi, generiamo incertezza e, di conseguenza, rallentiamo quel processo che ha come obiettivo il cambio di paradigma».
Per contribuire a risolvere questa situazione sta lavorando anche l’ENEA, ha ricordato Brunori. Di fronte alle incertezze, «ENEA sta avviando una collaborazione con il ministero delle Imprese e del Made in Italy per definire uno studio sulle esigenze delle aziende italiane in relazione all’attuazione del regolamento Ecodesign, con l’obiettivo di individuare soluzioni pratiche. Una delle ipotesi allo studio è l’istituzione di un help desk, sul modello di quello già esistente per il regolamento REACH sulle sostanze chimiche».
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Regolamento ecodesign e passaporto digitale del prodotto
Soro ha ricordato brevemente come la Commissione Europea negli ultimi anni ha dato avvio a una stagione regolatoria fondata sulla circolarità. Dopo i primi Piani d’Azione, è nato il nuovo regolamento sull’ecodesign dei prodotti sostenibili, che amplia il modello già sperimentato con le etichette energetiche. «È un sistema – ha spiegato – che funziona per i consumatori, perché fornisce più informazioni nelle scelte e fa risparmiare denaro. Funziona per le imprese virtuose e funziona per l’ambiente e il pianeta».
Si calcola che l’impatto complessivo di tutti i prodotti soggetti a ecodesign ed energy labelling, venduti dall’entrata in vigore del quadro normativo, equivalga ogni anno a un risparmio di emissioni pari a quelle annuali della Polonia – un Paese piuttosto grande, con un mix energetico ad alta intensità carbonica. «Da prodotti ad alto consumo energetico si è passati – ha continuato Soro – a tutti i beni immessi sul mercato (esclusi alimenti e farmaci), spostando l’attenzione dall’efficienza in fase d’uso all’intero ciclo di vita: progettazione, durabilità, riparabilità, riuso, tracciabilità».
Un percorso il cui approdo naturale è stato il digital product passport. «Stiamo già entrando nella fase di attuazione del regolamento: sono in preparazione i primi atti delegati riguardanti il divieto di distruzione dei prodotti invenduti, gli pneumatici, il tessile, e seguiranno ulteriori provvedimenti. Il mio team, in particolare, si concentrerà prossimamente sull’acciaio e sull’alluminio».
Zaghi ha spiegato più nel dettaglio quali sono le potenzialità del DPP. «È uno strumento che permette l’incontro tra domanda e offerta su basi nuove, superando quello dell’economia lineare. Fornisce numerose informazioni sia alle imprese che ai consumatori, diventando così fondamentale per promuovere la sostenibilità dei prodotti e dei consumi». Un tema meno dibattuto sul quale Zaghi ha voluto puntare l’attenzione è stata la funzione del DPP nella vigilanza del mercato. «Senza controlli severi sulle importazioni e sulla conformità dei prodotti, ogni sforzo europeo rischia di crollare di fronte a concorrenza sleale e prodotti non conformi», ha spiegato.

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Le prossime tappe dopo l’ecodesign: Circular Economy Act e dibattito sull’intelligenza artificiale
Accanto a questo percorso, ha ricordato Soro, nel futuro prossimo delle istituzioni europee prenderà forma un più ampio Circular Economy Act, che guarda non solo ai prodotti, ma ai flussi di materiali secondari e agli ostacoli che ancora frammentano il mercato interno; dalle normative sulla responsabilità del produttore ancora troppo frammentate tra gli Stati membri alla circolazione delle materie post-consumo, incentivando le imprese a trattenere le materie prime seconde nell’economia europea, invece di esportarle all’estero per eludere i vincoli burocratici europei come oggi spesso avviene.
Proprio sulla responsabilità estesa del produttore Zaghi ha voluto precisare che «in Italia, questo principio è stato interpretato, direi per intuizione del legislatore, in modo originale e quasi unico. Esistono alcuni esempi simili in altri Paesi europei, ma il nostro modello presenta una peculiarità: la promozione di organismi che svolgono contemporaneamente una funzione privata, legata al business, e una funzione pubblica».
Infine il dirigente del MASE ha toccato il tema dell’intelligenza artificiale. «Troppo spesso viene affrontato come un dibattito tecnico, piuttosto che sulle finalità. L’AI – nella visione di Zaghi – non deve diventare un feticcio tecnologico, ma uno strumento orientato a produrre nuovi materiali, ridurre inquinanti e progettare filiere rigenerative. Se guidata verso gli obiettivi della circolarità, può ridurre in mesi ciò che prima richiedeva decenni. Il punto non è digitalizzare per innovare, ma digitalizzare per decarbonizzare, ripensare e rigenerare».
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