Da Bruxelles arriva un’altra stretta sugli inquinanti eterni: dal 12 gennaio ogni paese membro deve monitorare il livello di PFAS nelle acque potabili per garantire il rispetto dei nuovi limiti contenuti nella direttiva Drinking Water.
Entra così in vigore il primo provvedimento che obbliga gli enti gestori e le istituzioni pubbliche a sorvegliare e a esaminare i livelli di concentrazioni di questa sigla che raggruppa migliaia di sostanze chimiche pericolose per l’ambiente e la salute umana.
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Cosa prevedono le nuove disposizioni
Da oggi è dovere di ogni stato monitorare la presenza degli inquinanti eterni nelle reti idriche. Questo significa che dai rubinetti di tutta Italia deve scorrere acqua potabile che rispetta due nuovi parametri: il primo fissa un limite di 500 nanogrammi/litro per il parametro “PFAS totale”, il secondo stabilisce un limite di 100 nanogrammi/litro per il parametro “Somma di PFAS” su una lista di 20 composti che comprende polimeri dichiarati cancerogeni, come il PFOA, e sostanze che l’Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro inserisce nel gruppo 2b, ossia tra i possibili cancerogeni per l’uomo, come il PFOS.
Utilizzato in diversi ambiti industriali, soprattutto per le sue proprietà di resistenza al calore, dal 4 luglio 2020, il PFOA non può più essere prodotto o immesso sul mercato come sostanza singola. Un provvedimento che fa parte di un lungo processo di sostituzione dei PFAS di vecchia generazione – quelli che vengono definiti a catena lunga per la presenza di 8 o più atomi di carbonio – con sostanze di sintesi considerate più sicure e meno persistenti nell’ambiente.
L’esposizione a lungo termine ad alcuni PFAS (non tutte le molecole di questa enorme famiglia sono state oggetto di ricerche epidemiologiche) è stata associata a un aumento del rischio di infertilità, osteoporosi, diabete e allo sviluppo di alcuni tumori, in particolare a carico di reni e testicoli. Gli inquinanti eterni possono alterare diversi processi biologici, interferendo con il sistema endocrino, il metabolismo dei grassi e favorendo stress ossidativo e infiammazioni persistenti.
“Si rileva in tutta l’UE una crescita del numero di casi di alta concentrazione di PFAS nell’acqua dolce, compresa l’acqua potabile. La Commissione europea incoraggia pertanto gli Stati membri ad applicare queste linee guida per accelerare il monitoraggio delle PFAS e ad elaborare le misure necessarie per conseguire la conformità ai parametri della direttiva”, si legge nelle disposizioni tecniche inviate a tutti i paesi.

I provvedimenti da prendere in caso di contaminazione
Se dovessero esserci casi di concentrazioni elevate di PFAS nell’acqua potabile, da oggi le istituzioni sono obbligate a informare subito la cittadinanza con una comunicazione chiara e adeguata, ma soprattutto devono agire per limitare la diffusione degli inquinanti. Infatti, la direttiva è pensata per fermare il prima possibile la propagazione dei polimeri con una serie di provvedimenti tra cui la chiusura dei pozzi, il divieto dell’uso umano e agricolo dell’acqua e l’utilizzo di tecnologie per ridurre la concentrazioni di PFAS nelle reti idriche.
“L’inquinamento da PFAS è una preoccupazione crescente per l’acqua potabile in tutta Europa. Con l’entrata in vigore di limiti armonizzati e di un monitoraggio obbligatorio, gli stati membri dispongono ora delle norme e degli strumenti necessari per individuare e affrontare rapidamente il problema dei PFAS con l’obiettivo di proteggere la salute pubblica”, ha sottolineato Jessika Roswall, la commissaria europea per l’ambiente.
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Dalle rilevazioni di Greenpeace al monitoraggio obbligatorio
Al momento in Italia l’unica mappa della contaminazione da PFAS nell’acqua potabile è quella realizzata lo scorso anno da Greenpeace: con una raccolta di 260 campioni d’acqua in oltre 200 città, l’organizzazione ecologista aveva indagato i livelli di concentrazioni di inquinanti eterni nelle fontanelle pubbliche individuando il PFOA come l’inquinante più diffuso nel campionamento.
“Le molecole più diffuse sono risultate il cancerogeno PFOA (nel 47% dei campioni), seguito dal composto a catena ultracorta TFA (in 104 campioni, il 40% del totale, il PFAS presente in maggiori quantità in tutti quei campioni in cui è stato rilevato) e dal possibile cancerogeno PFOS (in 58 campioni, il 22 % del totale)”, si legge nel report di Greenpeace Italia.
Da oggi questo tipo di rilevazioni, nate da investigazioni indipendenti e dalle spinte della società civile, dovrebbero essere parte dei controlli sulla salubrità delle acque potabili. Ma negli acquedotti italiani ci sono strumenti capaci di segnalare la presenza di PFAS? Come verranno diffusi e comunicati i dati sulle concentrazioni delle sostanze? Chi gestisce le reti idriche arriva preparato a questa nuova sfida? Domande che rischiano di avere eccezioni e deroghe come uniche risposte.
Aggiornamento del 20 gennaio 2026
La scelta italiana: rinviare e ridimensionare
Ma se da una parte l’Unione europea impone limiti e controlli stringenti sull’acqua potabile, dall’altra il governo italiano sceglie di rinviare l’applicazione delle nuove regole con un emendamento alla Legge di bilancio, posticipando di sei mesi un obbligo che avrebbe dovuto entrare in vigore a gennaio 2026.
Con i commi 622 e 623 della Legge di Bilancio 2026, il governo e la maggioranza hanno posticipato l’applicazione del parametro relativo alla “somma di PFAS” prevista dall’articolo 24 del d.lgs. 18/2023: non più dal 13 gennaio 2026, ma dal 13 luglio 2026. La motivazione è quella di “dare tempo ai gestori di adeguarsi ai requisiti previsti dal decreto legislativo”, gli stessi gestori che in passato si sono spesso dichiarati pronti a fare controlli efficaci e a rispettare il nuovo obbligo.
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