Regolamento imballaggi, imprese chiedono posticipo e revisione obiettivi, contrari gli ambientalisti

Daniele Di Stefano
Daniele Di Stefano
Giornalista ambientale, redattore di EconomiaCircolare.com e socio della cooperativa Editrice Circolare

Rimandare l’applicazione del regolamento imballaggi, pensa sacrificare certezza del diritto e buon funzionamento del mercato unico europeo. Lo chiedono 138 imprese della filiera del food and beverage e degli imballaggi. Gli stessi argomenti vengono però addotti dalle associazioni ambientaliste per sostenere la necessità di non toccare né obiettivi né scadenze.

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Cosa lamentano le imprese

Il 26 aprile scorso 138 CEO di altrettante imprese hanno scritto a Commissione, Parlamento e Consiglio per chiedere di rimandare l’applicazione del Regolamento imballaggi (PPWR – Packaging and Packaging Waste Regulation), i cui frutti si vedranno a partire dall’agosto prossimo, e intervenire sul testo con una revisione mirata.  

Nella lettera (intitolata “Modificare la data di presentazione fissata per agosto 2026 e procedere inoltre a una revisione mirata per chiarire i requisiti fondamentali, al fine di garantire un’attuazione efficace e conforme”) imprese come Carlsberg, Coca-Cola, Heineken, Kraft Heinz, McDonald’s, Mutti, Pfanner, Red Bull, Verallia fanno appello alla semplificazione, alla riduzione degli oneri burocratici e alla competitività: tutte parole chiave care alla Commissione. Denunciano “tempi ristretti” (le prima norme saranno applicate il 12 agosto) e un “livello di incertezza giuridica che persiste” nonostante i recenti chiarimenti della Commissione. Lamentano “definizioni e metodologie fondamentali” che rimangono “irrisolte”; “importanti orientamenti e chiarimenti giuridici […] ancora in sospeso anche per le misure che dovranno essere attuate nel prossimo futuro e per le quali le imprese necessitano di tempo adeguato per prepararsi”. Additano “mancanza di certezza giuridica, di chiarezza”, criticano gli “orientamenti ritardati” e denunciano “sfide tecniche irrisolte” con “rischi significativi per la conformità e gli investimenti”. Con la conseguenza di “minare la competitività europea, con ripercussioni anche sui consumatori”.

Vengono sollevate questioni che hanno a che fare col funzionamento del mercato unico e la certezza del diritto. Anziché garantire un’autentica armonizzazione in direzione di un mercato unico fluido, “il PPWR lascia in diversi ambiti un ampio margine di discrezionalità agli Stati membri”, con “approcci nazionali divergenti e una maggiore frammentazione del mercato unico”. Inoltre, l’incertezza “che ancora oggi interessa l’applicazione del regolamento” esporrebbe le imprese “a una maggiore vulnerabilità nei confronti delle autorità di controllo”. in linea di principio, queste, si legge nella lettera, potrebbero “essere soggette a provvedimenti coercitivi in situazioni in cui gli obblighi di conformità non sono sufficientemente chiari o prevedibili, il che solleva preoccupazioni sotto il profilo del principio di certezza del diritto”.

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Cosa chiedono le imprese

Alla luce delle questioni elencate, le imprese chiedono quindi di:

  • Modificare la data di applicazione del 12 agosto “qualora non sia possibile garantire la piena certezza del diritto e l’applicazione uniforme dei requisiti”;
  • Condurre una “revisione mirata” di una serie di disposizioni chiave (come quelle sui PFAS, sui divieti di imballaggi monouso in plastica, su contenuto minimo riciclato, etichettatura, obiettivi di riuso) “per garantire che siano proporzionate, pratiche, applicabili e in linea con gli obiettivi del PPWR.

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“Un tentativo di indebolire e rinegoziare misure a favore della sostenibilità”

Di tenore diametralmente opposto la lettura delle associazioni ambientaliste. Secondo Zero Waste Europe (ZWE), “piuttosto che concentrarsi sull’attuazione e sul rispetto delle norme”, le imprese si concentrano su un “tentativo dell’ultimo minuto per indebolire e rinegoziare le misure concordate volte a ridurre i rifiuti da imballaggio, migliorare la riciclabilità e accelerare la transizione dell’Europa verso l’abbandono degli imballaggi monouso non necessari”. Una richiesta che, contrariamente a quanto le imprese affermano, se assecondata “minerebbero la certezza giuridica del mercato unico”, e “comprometterebbe gli urgenti progressi ambientali” che l’UE si è impegnata a realizzare attraverso il PPWR. Altro che certezza del diritto, afferma ZWE: “Chiedere ora una revisione della normativa semplicemente perché il settore ritiene che i tempi siano troppo stretti costituisce un precedente pericoloso. Ciò suggerisce che, una volta che una legge è stata democraticamente approvata, essa rimanga soggetta a revisione sotto la pressione delle lobby, anziché acquisire definitività giuridica”. Posticipare la data di applicazione, sostiene l’associazione, “violerebbe il principio di certezza del diritto e l’integrità del quadro legislativo dell’UE, compresa la capacità dell’Unione di far rispettare le proprie norme”.

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“Una cortina fumogena”

Coca-Cola, McDonald’s e le altre imprese “stanno chiedendo ai leader dell’UE di rinviare il divieto sui PFAS negli imballaggi alimentari, di abbandonare l’eliminazione graduale della plastica monouso entro il 2030 e di smantellare gli obiettivi di riutilizzo che sono al centro stesso del regolamento”, afferma Greenpeace. Che parla di una “cortina fumogena per nascondere ciò che è realmente in atto: una campagna coordinata che coinvolge anche le aziende inquinanti con sede negli Stati Uniti per riportare l’Europa al minimo comune denominatore a cui sono abituati nel loro paese”. Una strategia ispirata, secondo Greenpeace, a quella che le grandi aziende della plastica mettono in atto da anni negli Stati Uniti: “I firmatari propongono il riciclaggio come soluzione — sostenendo che sia superiore al riutilizzo — nonostante il fatto che, in media, meno del 43% della plastica dell’UE venga riciclata. La sola Coca-Cola produce più di 110 miliardi di bottiglie di plastica monouso all’anno, la maggior parte delle quali non arriverà mai in un impianto di riciclaggio. Ci vuole un bel coraggio per inquinare su quella scala, vedere le proprie bottiglie spiaggiarsi sulle coste e poi dire all’Europa che il riutilizzo ‘non funziona’”.

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