La crisi del riciclo della plastica? Deve restare tra le priorità del ministero dell’ambiente. Il deposito su cauzione per le bottiglie monouso? Utile, forse necessario, ma a certe condizioni. E poi le contraddizioni del regolamento imballaggi, alcune performance negative dell’Italia rispetto a specifici obiettivi europei sui prodotti riciclati, l’importanza della tracciabilità. E, certo: le cialde di caffè. Intervisto Giovanni Bellomi, direttore generale di Corepla, consorzio che presiede al fine vita degli imballaggi in plastica, durante il recente press tour organizzato nell’impianto di selezione pugliese di Selectika.
Non si può non partire dall’attualità e dalle conseguenze economiche della guerra scatenata in Iran – difficile non accennare qui, anche solo con un inciso, a quelle umane, inaccettabili e ben più drammatiche.
Direttore, il conflitto in medio oriente e il caos dello stretto di Hormuz, coi prezzi dei prodotti petroliferi alle stelle, rappresentano un grandissimo problema per l’economia nel suo complesso, ma sono forse una boccata d’ossigeno per il mercato della plastica riciclata e dei riciclatori europei. Ma può bastare, vista la profonda crisi che negli ultimi tempi ha investito il settore?
Negli ultimi tre anni abbiamo vissuto delle grosse difficoltà nel riciclo della plastica: ci sono stati 40 impianti in Europa che hanno chiuso. Oggi la guerra in Iran e il blocco dello stretto di Hormuz hanno comportato una mancanza di materia prima vergine, che spinge a cercare quella riciclata proveniente dalla raccolta differenziata. Sicuramente una boccata di ossigeno per le imprese del riciclo: ma si tratta di una situazione congiunturale, non strutturale. Quello che chiediamo da tempo è avere interventi strutturali da parte dell’Europa e da parte dell’Italia, per poter favorire un mercato della materia prima seconda, indipendente dalla materia prima: la materia prima seconda, cioè il rigenerato e il riciclato, non deve subire gli attacchi di una materia prima proveniente dall’Asia a prezzi assolutamente non concorrenziali.
Di fronte alla crisi del riciclo della plastica, il ministero dell’ambiente ha avviato un tavolo per trovare soluzioni. Ma l’ultima convocazione è quella del 22 dicembre scorso: quattro mesi fa. Che ne pensa?
Sicuramente il ministero dell’ambiente ha delle priorità che deve gestire, in questo momento in particolare la questione del fabbisogno energetico, la crisi energetica e la mancanza di petrolio, che può creare enormi disagi nel paese.
La crisi del riciclo deve rimanere nell’agenda del ministero, e deve rimanerci come una priorità: come dicevo sono necessari interventi strutturali per dare finalmente supporto a chi ricicla e a chi fa dell’economia circolare il proprio mantra, a chi cerca di portarla avanti nonostante tutte le difficoltà.
Quali sono gli interventi strutturali cui fa riferimento?
Creare un mercato della materia prima seconda che, attraverso obblighi, sanzioni e un sistema efficace di verifiche e controlli, contrasti la concorrenza sleale — come quella proveniente dall’Asia — basata su prezzi non equi.

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Uno dei motivi della crisi di cui parliamo è lo tsunami di materia prima e riciclata (o presunta tale) che arriva a basso costo dal Far East. Contro questo “presunta tale”, contro le possibili contraffazioni, certificazioni e tracciabilità possono avere un ruolo importante. Ci racconta cosa sta facendo Corepla su questo fronte?
Certo. Di recente abbiamo stretto un accordo con IPPR-Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo per avere una certificazione della provenienza di riciclato e dell’utilizzo della materia prima seconda per tutta la filiera. Una collaborazione finalizzata alla certificazione dei processi di riciclo attraverso lo schema Plastica Seconda Vita (PSV), in conformità alla norma EN 15343 che definisce le procedure necessarie alla tracciabilità delle materie plastiche riciclate, per i riciclatori attivi nel sistema Corepla.
Questo garantirà la tracciabilità del riciclato ma sicuramente non sarà sufficiente per tamponare l’effetto di tutto il materiale che arriva dall’Asia. Ecco perché nello stesso tempo stiamo lavorando sia con Bruxelles sia con lo Stato italiano per poter avere specifici codici identificativi per le materie prime e il materiale riciclato che proviene dall’Asia.
In che modo funziona la certificazione?
Fondamentalmente permette di tracciare la catena di custodia, dalla raccolta dei rifiuti fino alla selezione al riciclatore fino all’utilizzo del riciclato per farne altri beni in plastica. Quindi si traccia tutta la filiera.
Il tracciamento avviene anche per fasi svolte all’estero?
È possibile anche all’estero. La certificazione è riconosciuta a livello europeo.
Il Regolamento imballaggi (PPWR) entra quest’anno nel vivo. In che modo Corepla sta aiutando i produttori a raggiungere la conformità? Dal vostro osservatorio, qual è il loro atteggiamento?
Da un lato il regolamento imballaggi è sicuramente sfidante, dall’altro contiene comunque delle opportunità. Oggi lavoriamo a stretto contatto con i produttori per favorire l’ecodesign: dando delle direttive affinché possano diventare riciclabili quegli imballaggi che oggi ancora non lo sono. Ad esempio perché sono poliaccoppiati. O perché contengono materiali difficili da riciclare, come il pvc, o come il carbon black, un colorante che però rende i prodotti irriconoscibili durante la selezione che precede il riciclo, visto che il colore nero assorbe la luce infrarossa usata dai macchinari per identificare i diversi materiali.
Tra le novità del PPWR, la raccolta delle cialde di caffè. Le imprese si stanno preparando? Come reagiranno secondo lei gli italiani?
Le do una notizia in anteprima: partiamo praticamente oggi (l’intervista è stata effettuata il 21 aprile, ndr) con una sperimentazione in alcuni comuni per poter far sì che le capsule di caffè e bevande vengano conferite correttamente nella raccolta differenziata, così come è previsto dal nuovo regolamento europeo a partire dal 12 agosto di quest’anno.
È più di un anno che abbiamo un tavolo aperto con i produttori delle capsule del caffè – insieme a Conai e al consorzio Cial che segue la parte in alluminio – appunto con l’obiettivo di rendere le capsule recuperabili e riciclabili.
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Oltre all’attenzione al riciclo, in particolare quello di qualità, il PPWR prevede anche obiettivi di riduzione, già dal 2030. Come si stanno organizzando i produttori?
Il regolamento non prevede una riduzione dei rifiuti di imballaggio, ma dell’immesso al consumo, con punto di riferimento il 2018. Corepla sta ovviamente osservando il trend. Questo è forse uno dei più complessi obiettivi posti dal PPWR: perché richiede che alcuni imballaggi in plastica che sono presenti sul mercato vengano sostituiti da altri materiali, come per esempio quelli biocompostabili; oppure vengano eliminati o ancora resi riutilizzabili.
Dall’altro lato, purtroppo il PPWR richiede anche un minimo contenuto di riciclato: il 10% per le poliolefine, quindi polietilene (PE) e il polipropilene (PP) a contatto alimentare a partire dal 2030. Il problema è che oggi non c’è sufficiente capacità produttiva per questa tipologia di materiale. Se l’obbligo dovesse essere mantenuto, il rischio sarà andare in controtendenza rispetto al cammino virtuoso fatto in Italia negli ultimi 30 anni, in controtendenza rispetto all’alleggerimento degli imballaggi. In Italia abbiamo ridotto le tonnellate di imballaggi messi al consumo andando ad alleggerire gli imballaggi stessi: siamo gli unici, per esempio, in grado di produrre tappi e bottiglie per bevande con pesi veramente irrisori. Ma se dovesse entrare in vigore nel 2030 l’obbligo del contenuto di riciclato vorrebbe dire appesantire gli imballaggi. Quindi andare in direzione contraria con quanto fatto negli ultimi anni e contro alleggerimento e riduzione degli imballaggi previsti dallo stesso regolamento.
Perché passare al contenuto di riciclato comporterebbe un aumento del peso?
Perché se non avremo sufficiente polietilene e polipropilene riciclati idonei al contatto alimentare allora dovremo fare una stratificazione all’interno dell’imballaggio stesso: uno strato di prodotto vergine, uno strato di riciclato e un altro strato di vergine, per essere così idonei al contatto alimentare.
Ancora obiettivi, questa volta quelli della direttiva sulla plastica monouso (SUP): 77% di raccolta selettiva delle bottiglie monouso in PET e 25% di contenuto riciclato entro il 2025. A che punto siamo?
Purtroppo non siamo messi bene. Sono diversi anni che in Italia siamo assestati a circa un 70% di raccolta per quanto riguarda i contenitori per liquidi che rientrano nella direttiva SUP, ripresa poi dal regolamento imballaggi. Va ricordato che l’Italia è un paese particolare. In primis perché l’immesso al consumo per le bevande (cioè la quantità di bottiglie in pet che arrivano sul mercato) è il più alto di tutta Europa: si tratta di circa 430 mila tonnellate di bottiglie in PET. È effettivamente difficile raccogliere questi imballaggi in un paese dove il turismo è elevato, dove abbiamo punti vendita di queste bottiglie ad ogni angolo.
Come dicevo negli ultimi anni ci siamo assestati attorno al 70%, che è sicuramente un buon livello. E abbiamo in essere dei progetti per arrivare al 77%.
Sicuramente poi, ad oggi, abbiamo mancato l’obiettivo del 25% di contenuto riciclato. Sia noi che Coripet, il consorzio che si occupa nello specifico di questi imballaggi, ci stiamo impegnando con azioni specifiche per poter raggiungere l’obiettivo nel breve termine.

Altri paesi UE, grazie al deposito su cauzione (DRS – Deposit Return System) impiegato appunto per il riciclo di qualità, sono a buon punto. E proprio guardano a questi paesi, in Parlamento sono state presentate tre proposte di legge (da maggioranza e opposizione) per introdurre anche in Italia un sistema analogo per bottiglie e lattine per bevande. Dovesse essere approvato – come richiesto, con alcune eccezioni, dal regolamento imballaggi – che idea si è fatto della sinergia tra i due sistemi, quello in funzione oggi col sistema Conai e il DRS?
Il regolamento europeo prevede l’obbligo di introduzione del deposito cauzionale sui contenitori per liquidi se al primo gennaio 2029 non viene raggiunto almeno l’80% di raccolta differenziata. In molti altri paesi europei è presente il DRS: alcuni di questi hanno raggiunto l’obiettivo, il target del 90%. Ma non tutti, quindi il DRS non è la panacea di tutti i mali: è sicuramente uno strumento utile e forse necessario per arrivare all’obiettivo del 90%.
È certo che in un paese come l’Italia fare investimenti e informare la popolazione in vista dell’avvio di un deposito cauzionale è un’impresa importante che deve essere fatta “a tante mani”: deve partire dai produttori di bevande, deve passare sicuramente per il sistema consortile, deve passare dal ministero dell’ambiente che predisponga regole chiare, e deve coinvolgere sicuramente la grande e la piccola distribuzione.
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La Commissione UE sta per aprire al riciclo chimico per raggiungere gli obiettivi di contenuto riciclato negli imballaggi. Che ne pensate? Esiste il rischio di andare in competizione col già sofferente riciclo meccanico?
Assolutamente no. Corepla sta lavorando con diversi impianti, più o meno allo stadio pilota, nei vari paesi europei per quanto riguarda sia la pirolisi, una forma di riciclo chimico, sia la depolimerizzazione, un’altra forma del riciclo chimico. Che è complementare, non è in sostituzione di quello meccanico.
Il regolamento imballaggi stabilisce che entro il 2030 siano obbligatorie quote minime di materiale riciclato nel packaging plastico a contatto con alimenti, il 30% per le bottiglie in PET, ad esempio, o il 10% per altri imballaggi. Bene, senza il riciclo chimico non ci arriveremo mai. Quindi si tratta di un elemento necessario e complementare a quello meccanico per poter raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati.
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