“Santa Marta non è da considerarsi un evento ma un processo: qui si è aperto un cammino per affrontare quello che è il grande rimosso di oltre 30 anni delle negoziazioni climatiche, ovvero mettere sul tavolo l’unico modo concreto per far fronte alla crisi climatica, cioè smettere di bruciare carbone, petrolio e gas”. In queste parole di Marica Di Pierri, giornalista e divulgatrice per A Sud ed EconomiaCircolare.com, sta il senso della prima conferenza internazionale interamente dedicata alla transizione oltre i combustibili fossili, che si è tenuta dal 24 aprile al 29 aprile nella città di Santa Marta, in Colombia.
Un appuntamento che Marica Di Pierri ha seguito dal vivo a Santa Marta e che ci siamo fatti raccontare in una diretta social, che potete recuperare direttamente qui. Il momento storico in cui si è svolta la conferenza di Santa Marta è importante. A partire dalle difficoltà della governance climatica, con la stanchezza e la sfiducia che si è registrata alle ultime Cop, insieme ai risultati non certo esaltanti – basti sottolineare che nel 2024 si è superato l’aumento di un grado e mezzo delle temperature rispetto ai livelli pre-industriali (1850-1900), una soglia che la Cop21 di Parigi aveva definito come da non superare. E poi certamente il caos globale che dalla guerra in Ucraina passando per il genocidio di Gaza, fino alla guerra in Iran e alla crisi dello Stretto di Hormutz, ribadisce che in questo periodo a farla da padrone sono la geopolitica e i rapporti di forza. Ed è proprio in questa policrisi che invece ciò che appare un’utopia mostra di avere una forza concreta.
“Le ragioni dell’ambientalismo sono diventate quelle dell’economia e della politica internazionale – osserva Di Pierri – Nei mesi precedenti, la conferenza di Santa Marta è stata un processo inclusivo, con un percorso di registrazione che in pochissimi mesi ha visto il coinvolgimento, attraverso dei contributi scritti, di imprese, sindacati, il mondo scientifico, i governi locali e quelli nazionali. L’orientamento poi era focalizzato sulle soluzioni. Non eravamo qui per domandarci se dobbiamo uscire dai combustibili fossili ma come uscire, attraverso la risposta a tre grandi questioni. La prima è come superare la dipendenza, nei Paesi produttori e anche in quelli importatori; la seconda è come trasformare la domanda e l’offerta di energia e la terza è come rafforzare la cooperazione tra Paesi”.
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Santa Marta non vuole sostituirsi alle Cop ma vuole rafforzarle
Il percorso di santa Marta non vuole essere uno spazio alternativo alle negoziazioni climatiche in seno alle Nazioni Unite, come ha ricordato ancora Marica Di Pierri. Piuttosto la Conferenza vuole essere un acceleratore, attraverso quella che si è autodefinita una “coalizione dei volenterosi” (forse non la migliore scelta semantica, dato l’esito finora infruttuoso dell’analoga coalizione che vuole sostenere l’Ucraina nel conflitto con la Russia), per avere più forza in modo da imporre l’uscita dai combustibili fossili alle Cop. Il luogo naturale della diplomazia climatica resta dunque quella delle Conferenze annuali sul clima.
Ma a Santa Marta è emersa innanzitutto la volontà di non replicare la Cop30 di Belem, dove ai primi entusiasmi dovuti ai proclami del Brasile (il Paese organizzatore, della Cop30) è poi seguita la delusione della realpolitik, con una soluzione di compromesso che non fatto contento nessuno. “Celebriamo il fatto di essere qui – ha detto Irene Vélez Torres, ministra dell’Ambiente e dello Sviluppo Sostenibile della Colombia Siamo governi di oltre 50 Paesi, che rappresentano circa un terzo del consumo mondiale di petrolio e un terzo del PIL mondiale. Non lasciamoci distrarre da chi non è qui o non è ancora qui. Coloro che sono qui riuniti rappresentano un innegabile potere collettivo“.

Da Santa Marta, d’altra parte, non è arrivata nessuna decisione vincolante ma perché questa, appunto, è la natura della Conferenza, orientata più alle soluzioni. Che verranno costruire attorno a tre pilastri, come ha raccontato Marica Di Pierri. “Il primo filone riguarda il superamento della dipendenza economica dai combustibili fossili – ha detto – C’è una questione non solo energetica ma anche economica, attraverso tre trappole, come sono state definite: la trappola fiscale, la trappola del debito e la trappola dei sussidi. Devono essere immaginati dunque nuovi strumenti finanziari. C’è poi da definire una precisa roadmap, con date e obiettivi precisi. Infine serve decarbonizzare presto le bilance commerciali di molti Paesi, in modo da evitare che l’uscita dai combustibili fossili possa essere un elemento di vulnerabilità”.
E l’Italia? Su EconomiaCircolare.com Marica Di Pierri è stata la prima a scrivere della partecipazione un po’ a sorpresa del governo Meloni. A sorpresa perché l’esecutivo italiano, sia dopo la guerra in Ucraina che dopo quella in Iran, ha continuato a perseguire la strada fossile, sostituendo prima il gas russo con GNL proveniente da diversi Paesi e poi spostando la chiusura delle centrali a carbone in Italia al 2038 e più in generale continuando ad affidarsi a colossi come Eni e Snam per disegnare la politica energetica del Paese.
“L’Italia è stata invitata – ha ricordato Di Pierri – Non c’era il ministro dell’Ambiente Fratin ma l’inviato speciale per il clima Francesco Corvaro. La mia opinione è che al di là della coerenza tra le dichiarazioni e i fatti, va comunque raccolta in maniera positiva la presenza del governo. Oltre al governo, comunque, c’è stata una forte presenza della società civile: dalle ong storiche (come A Sud, Legambiente, WWF, Greenpeace) alla Cgil fino al movimento ambientalista (Fridays For Future, Extinction Rebellion). A Santa Marta si respirava comunque un clima di fiducia, un clima costruttivo, anche la guida prevalentemente femminile della Conferenza è stato un elemento di discontinuità”.
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Dopo Santa Marta
Oltre 1000 rappresentanti della società civile, 500 dei settori sociali e dei popoli indigeni, 400 dal mondo accademico. Sono questi i numeri chiave della conferenza di Santa Marta, ancora più che i 57 Paesi del segmento finale. Dei sei giorni solo due, i giorni finali, sono stati quelli dei negoziati intergovernativi. “Qui non abbiamo negoziato, qui abbiamo cooperato – ha ricordato Marica Di Pierri, citando le parole della ministra colombiana Torres – In sostanza c’è stato un vero e proprio cambio di metodologia. E soprattutto è nato un nuovo spazio politico, dove l’uscita dei combustibili fossili prova a diventare un’agenda serrata e a fornire una serie di strumenti concreti”.
Il documento elaborato dopo la conferenza di Santa Marta è soltanto il primo di una serie di documenti che hanno l’obiettivo di elaborare piani d’azione nazionali e regionali, allineando le politiche commerciali transfrontaliere per sviluppare settori sostenibili e trovare soluzioni alle barriere finanziarie. I co-presidenti attuali e futuri si sono impegnati ad aiutare i Paesi a orientarsi nei processi in corso guidati dalle Nazioni Unite, nei piani climatici nazionali, nelle conferenze sulla transizione dai combustibili fossili e nelle iniziative guidate dai singoli Paesi.

Tra i risultati più immediati va citato il fatto che la Francia ha presentato la sua tabella di marcia nazionale per la transizione dai combustibili fossili. Si tratta di un impegno singolo che però arriva da uno dei Paesi europei più importanti e popolati e che potrebbe incentivare altri Paesi dell’Unione Europea, se non la stessa UE, a replicare tale iniziativa. Inoltre, come abbiamo raccontato, una coalizione globale di scienziate e scienziati di alto livello ha istituito lo Science Panel for the Global Energy Transition (SPGET) per fornire contributi scientifici allo sforzo internazionale di transizione dai combustibili fossili, e che si mette a disposizione di Paesi e Cop.
Se dunque, come ribadito più volte, l’appuntamento colombiano è stato solo l’inizio di un percorso, cosa c’è dopo Santa Marta? È stata già convocata una seconda conferenza internazionale sulla giusta transizione dai combustibili fossili si terrà nel 2027 a Tuvalu, piccolissimo stato insulare nell’oceano Pacifico che è diventato, suo malgrado, un simbolo potentissimo della crisi climatica dato che l’isola rischia di essere sommersa a causa dell’innalzamento dei mari dovuto all’aumento delle temperature. Proprio a Tuvalu, d’altra parte, avrebbe dovuto tenersi la Cop31, che invece poi all’ultimo momento è stata spostata in Turchia. Quindi la scelta avvenuta a Santa Marta è altamente simbolica. Così come altrettanto simbolica è la scelta di fare co-presiedere queste iniziative a un Paese del Sud e un Paese del Nord. Nel caso dell’edizione 2027 insieme a Tuvalu ci sarà l’Irlanda, dove ci sarà un primo incontro preparatorio.
In un mondo che appare in involuzione, almeno dal punto di vista ambientale e politico, la conferenza di Santa Marta dedicata al superamento della dipendenza globale dai combustibili fossili appare infine come una coraggiosa direzione ostinata e contraria, per citare uno dei versi più noti del cantautore Fabrizio De Andrè. E allora cosa si porta Marica Di Pierri dall’esperienza colombiana?
“Mi porto un’iniezione di fiducia e di entusiasmo, al contrario del sentimento provato alle ultime Cop – ha detto la giornalista e divulgatrice al termine della diretta social – Mi porto a casa tutta la speranza necessaria. Mi porto anche la consapevolezza che a volte è la società civile a influenzare i governi”.
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