Nei supermercati europei sempre più prodotti – dai gelati al caffè, dalla pasta alle creme per il corpo – vantano imballaggi in plastica riciclata e a basse emissioni di CO₂. Ma dietro queste dichiarazioni ambientali si nasconde un sistema industriale dominato dalle grandi aziende petrolifere, che continua a basarsi in larga parte su materie prime fossili. É quel che emerge da un’inchiesta transnazionale pubblicata su alcune delle testate più prestigiose di diversi Paesi europei (dalla britannica Guardian alla francese Mediapart fino alla spagnola Pùblico).
L’ambizioso lavoro giornalistico è stato coordinato dalla giornalista italiana Ludovica Jona e al suo interno c’è anche un contributo importante di Stefano Valentino, pubblicato sul portale di giornalismo indipendente Vox Europe, con il quale EconomiaCircolare.com vanta una collaborazione di lunga data. Da tempo sosteniamo che la produzione di plastica e il suo riciclo potrebbero costituire il piano b delle aziende fossili (qui un articolo del 2021), ovvero un tentativo di porsi al centro del settore per far prevalere la linea secondo la quale la sovrapproduzione di plastica non è un problema e che, per combattere il devastante inquinamento, basta puntare sul suo riciclo.
Di certo c’è che, nonostante la mole di impegni e di promesse, il riciclo della plastica non ha mai raggiunto grandi risultati – al momento la percentuale di plastica riciclata a livello globale è attorno all’11%. Con il calo progressivo dell’uso dei combustibili fossili per l’energia, la plastica rappresenta uno dei settori più redditizi per le compagnie petrolifere. I dati a livello globale, come quelli dell’Agenzia Internazionale dell’Energia o dell’Onu, prevede una crescita enorme della domanda di plastica nei prossimi anni. Secondo uno studio della Fondazione Ellen MacArthur, nel 2050 il peso della plastica che finirà negli oceani scavalcherà quello dei suoi abitanti, i pesci. Secondo i critici, l’obiettivo dell’industria petrolifera non sarebbe ridurre l’inquinamento da plastica, ma preservare il modello fossile attraverso una nuova narrativa “circolare”.
Più volte abbiamo raccontato che il dialogo tra i Paesi per adottare un trattato globale sulla plastica, uno strumento globale e giuridicamente vincolante che dovrebbe affrontare la plastica attraverso un approccio sistemico, sta fallendo anche per via del lavoro di lobbying delle aziende fossili, che premono per evitare obblighi vincolanti sulla produzione. Definito a marzo 2022 dall’UNEP (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente) attraverso la convocazione di un Comitato intergovernativo di negoziazione, il trattato avrebbe dovuto essere pronto nel 2024.
Ma c’è di più: nonostante, o forse proprio a causa di, queste criticità, soprattutto in Europa e in Italia (come abbiamo raccontato nel nostro ultimo Speciale), il settore industriale è in crisi, con la raccolta che si è in parte bloccata in alcune regioni come Sardegna e Sicilia. E allora il tentativo del riciclo chimico appare, anche, come un estremo tentativo di dare una scossa a un modello che, così com’è, fa fatica a essere sostenibile sia dal punto di vista economico che ambientale.
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Cos’è il riciclo chimico e perché è controverso
Il cuore della strategia dell’industria petrolifera, secondo quanto sostenuto dall’inchiesta giornalistica internazionale, è il riciclo chimico. Una strategia “nuova” i cui primi tentativi, in realtà, risalgono agli anni ‘70 ma che negli ultimi anni hanno visto una particolare intensificazione da parte dei grandi colossi petroliferi: da Saudi Aramco a TotalEnergies (su cui si è concentrata la francese Mediapart) fino all’italiana Eni.

L’analisi giornalistica si concentra in particolare sulla pirolisi, una tecnologia che trasforma i rifiuti plastici in “olio di pirolisi”. Questo olio viene poi miscelato con grandi quantità di nafta fossile negli impianti petrolchimici per produrre nuova plastica. Il problema è che l’olio di pirolisi può rappresentare solo una piccola quota del totale (spesso tra il 5% e il 20%). Inoltre, attraverso questo processo, non solo la maggior parte della materia prima resta di origine fossile ma il progetto è altamente energivoro e può generare emissioni superiori rispetto alla plastica vergine.
Nonostante ciò, i prodotti finali vengono spesso etichettati come “100% riciclati” grazie al sistema del bilancio di massa. Si tratta di un metodo contabile, come viene ben raccontato nel pezzo su VoxEurope (qui), che consente alle aziende di attribuire il contenuto riciclato a determinati lotti di prodotto, anche se nella realtà fisica questi contengono prevalentemente plastica fossile. Facciamo un esempio: se 5 tonnellate di materiale riciclato vengono mescolate per produrre 100 tonnellate di plastica, l’azienda può dichiarare 5 tonnellate di prodotto come “100% riciclato”, anche se queste sono composte quasi interamente da materiale vergine.
Secondo diverse ONG ed esperti europei, i cui pareri sono riportati nell’inchiesta, questo sistema:
- gonfia artificialmente le percentuali di riciclo;
- può risultare fuorviante per le consumatrici e i consumatori;
- favorisce le grandi multinazionali petrolchimiche rispetto ai riciclatori meccanici.
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Lobbying a Bruxelles e fondi pubblici milionari
L’inchiesta documenta inoltre un’intensa attività di lobbying presso la Commissione europea da parte di aziende come Shell, ExxonMobil, TotalEnergies, BASF e Sabic, insieme alle associazioni di categoria Plastics Europe e Cefic. In particolare tali pressioni sono raccontate nel pezzo di Altreconomia (qui).
Negli ultimi anni, infatti, l’Unione Europea ha aperto al metodo del bilancio di massa, ha incluso il riciclaggio chimico nei meccanismi di conteggio degli obiettivi di riciclo e ha destinato oltre 760 milioni di euro di fondi pubblici a progetti di riciclaggio chimico. Gran parte dei finanziamenti è andata a impianti di pirolisi collegati direttamente alle principali compagnie petrolchimiche. Secondo le critiche riportate nell’inchiesta giornalistica internazionale, il sistema di calcolo delle “emissioni evitate” (basato sul confronto con l’incenerimento) permette di dichiarare riduzioni di CO₂ anche quando il processo genera emissioni elevate.

D’altra parte con il nuovo pacchetto di misure dedicate al riciclo della plastica, presentato il 23 dicembre 2025, la stessa Unione europea aveva riconosciuto apertamente che la transizione circolare nel settore delle plastiche è entrata in una fase critica: una crisi industriale strutturale che rischia di compromettere il raggiungimento degli stessi target fissati dalla normativa europea. In quell’occasione l’esecutivo europeo ha parlato senza mezzi termini di un settore “sotto forte pressione”, colpito da una combinazione di fattori economici e regolatori: mercati frammentati per le materie prime seconde, costi energetici elevati, prezzi instabili della plastica vergine e concorrenza crescente da parte di importazioni difficili da tracciare.
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Riciclo chimico vs riciclo meccanico
Attualmente in Europa il riciclo meccanico tratta circa il 13,2% dei rifiuti plastici, mentre il riciclo chimico è fermo a una quota risibile dell’0,1%. Diversi studi, tra cui quelli dell’Öko-Institut tedesco, stimano che puntare su riuso e riciclo meccanico potrebbe ridurre le emissioni fino al 45% in più rispetto all’espansione del riciclaggio chimico.
Molti impianti di pirolisi annunciati negli ultimi anni sono stati cancellati o ridimensionati per costi elevati e problemi tecnici. Su 78 impianti previsti in vari Paesi UE, ricorda ancora l’inchiesta giornalistica, solo una minoranza è realmente operativa. Secondo alcune ONG tra cui Zero Waste Europe, inoltre, il rischio è che il riciclo chimico diventi uno strumento per legittimare l’aumento della produzione di plastica vergine, anziché ridurla.
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