L’ultima riunione del tavolo sulla crisi del riciclo delle plastiche presso il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE) si è tenuta il 22 dicembre, senza aver apparentemente raggiunto risultati. Né ad oggi c’è notizia di nuove convocazioni. Dopo quella riunione, poi, sul tema plastica plastica sono arrivate novità normative dalla Commissione europea.
Facciamo il punto della situazione con Walter Regis, il presidente di Assorimap, che riunisce la gran parte dei riciclatori italiani.

Presidente, qualche mese fa Assorimap ha fatto sapere che “viste le mancate misure urgenti per salvare il comparto, l’industria privata del riciclo, dopo anni di sopravvivenza, si arrende: fermiamo gli impianti”. Oggi quanti impianti sono fermi? Qual è la capacità produttiva ancora operativa?
La situazione evolve sicuramente in peius: quello che allora era un problema a macchia di leopardo oggi diventa uniforme. Le ultime notizie ci dicono che in questi giorni, dopo Sicilia e Sardegna dove tanti impianti di selezione e compattazione hanno problemi, anche in Puglia un paio di impianti sono saturi. E anche a Roma ci sono dei problemi.
Abbiamo avuto contatti coi sistemi EPR: c’è grande difficoltà, e grande preoccupazione. Finché non si riesce a dare competitività al nostro prodotto, la plastica riciclata, ovviamente si crea un tappo a valle della filiera e gradualmente tutti i segmenti a monte vanno in sofferenza.
Quindi direi che la situazione è peggiorata, sicuramente.
Riesce a darci un numero sulla capacità di riciclo ancora attiva?
I numeri sono sempre complicati. E dipende da cosa mettiamo sotto la lente. Parlando del sistema di gestione dei rifiuti di imballaggio, se prima la disponibilità di spazio nei centri di selezione era al 100% oggi siamo attorno al 30%: due terzi sono saturati e non c’è ricambio, non c’è flusso.
Questo 30% è un dato medio complessivo: ma ci sono invece dei territori e delle situazioni già molto al di sotto di questo dato, o addirittura in stasi completa, in attesa di una decisione politica.
A proposito di politica, la Commissione europea ha approvato un pacchetto di misure “a breve termine” per “promuovere la circolarità della plastica”. Una di queste sono i criteri end-of-waste armonizzati. Che ne pensate?
Che l’Unione Europea si attivi sul tema end-of-waste è auspicabile: dopo aver fatto tanto in termini di obiettivi e di standard serve ancora un elemento concreto in più, quello della concreta praticabilità. L’end-of-waste si colloca qui. Poi quando si parla di norme armonizzate si incontrano le diverse realtà europee: sull’endof-waste per la plastica, ad esempio, l’Italia ha già una definizione normativa, quindi è un po’ più avanti del resto d’Europa. Così come, di conseguenza, i nostri processi industriali di riciclo e i relativi prodotti.
Quindi dice che per il nostro paese la proposta di armonizzazione è al ribasso?
Sicuramente. Quindi, se si armonizza in peius è ovvio che l’Italia può avere delle difficoltà.
Ma se attraverso un negoziato, un’azione di confronto fattivo, si riesce a trovare una soluzione tecnicamente sostenibile è sicuramente positivo il fatto di avere un’apertura semplificata alla circolazione dei nostri prodotti da riciclo.

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Nel pacchetto sulla plastica, la Commissione torna sulla quota minima di riciclato da includere nelle plastiche vergini e, nel caso del PET, quello delle bottiglie ad esempio, valuta anche l’apporto che potrà arrivare dal riciclo chimico. Possibile competitor di quello meccanico.
Il rischio che vedo è fare molta teoria e poca pratica. È dimostrato che il riciclo chimico ha dei problemi. Anche in termini dei materiali ottenuti. Quindi tanta quantità di rifiuti necessaria per ottenere poco prodotto; grandi stoccaggi, grandi impianti, processi importanti per rischiare di avere poi una resa, un prodotto che non è di qualità e che poi potrebbe non avere mercato.
Su questo credo si dovrebbe discutere, prima di andare avanti dovendo poi fare i conti con una realtà che non è quella che avremmo voluto.
Tornando ancora alla proposta dalla Commissione, si nota l’assenza di un ragionamento sulla provenienza – europea, chiedono le imprese – della plastica riciclata necessaria per raggiungere le quote di contenuto minimo negli imballaggi (quelle previste dalla Direttiva sulla plastica monouso).
La normativa sul contenuto minimo obbligatorio della direttiva SUP prevede questo obbligo solamente per le bottiglie. Poi il regolamento imballaggi ha esteso l’obbligo a tutti i materiali per imballaggio, ma ci sono anche plastiche usate per prodotti diversi dagli imballaggi.
Ci sono quindi numerose applicazioni che restano fuori. Credo invece che il tema vada affrontato in maniera globale, più integrata. È vero che la produzione dei rifiuti dalla quale si attinge è la raccolta differenziata degli imballaggi, ma è anche vero che le applicazioni della plastica riciclata vanno oltre i soli imballaggi. Nel caso di PET e HDPE riciclato, ad esempio, solo il 30-35% del totale va alla produzione di altri imballaggi. Un uso classico del rPET è il tessile, col poliestere.
Mi sembra si portino avanti discorsi troppo settoriali, troppo approfonditi su uno specifico aspetto, senza prima aver fatto un ragionamento complessivo, sulla globalità del sistema plastica. Si dimentica che l’economia circolare è pur sempre economia. E si arriva così a dover gestire tanta plastica riciclata senza aver nel frattempo alimentato un mercato adeguato.
Per esempio l’obiettivo dichiarato dal ministero dell’ambiente – su nostra sollecitazione – di comminare sanzioni ai produttori di bottiglie in PET che non impiegano il 25% di riciclato: ottimo, certo, ma forse questa era una misura da prendere molto prima, a stretto giro con l’entrata in vigore della direttiva che lo prevede. E invece oggi, dopo tre anni, ci accorgiamo che i produttori decidono di non usare il riciclato, e non vengono né controllati né sanzionati. È chiaro che, soprattutto in periodi di crisi per il settore come quello che viviamo, senza controlli e sanzioni il produttore sceglierà quello che più gli conviene. A discapito del valore ambientale e delle politiche green.
Quando è stata dichiarata questa intenzione?
All’ultimo tavolo ufficiale sulla crisi, quello del 22 dicembre: è stato comunicato che l’ufficio legislativo del ministero stava predisponendo un emendamento per prevedere sanzioni per i produttori inadempimenti.
Apro una parentesi su un tema che ritengo molto importante: le normative sui criteri ambientali minimi (CAM) per gli acquisti della pubblica amministrazione. Siamo diventati brevissimi a scriverle: i CAM sono meravigliosi. Ma se non prevediamo controlli e sanzioni a cosa servono? Non sa quante volte l’ho chiesto al ministero.
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Tornando alla Commissione, fa sapere che verrà introdotto anche un codice doganale specifico per la plastica riciclata, finalmente distinto da quello della vergine. Che tempi avrà secondo lei? Siete soddisfatti, immagino.
Prima che il codice entri nella prassi sono necessarie attività tecniche ed amministrative. Ma non credo serviranno tempi lunghi. Però, al di là di questo, il ragionamento è un altro: finché per quella riciclata non avremo un mercato protetto, con degli obblighi di utilizzo, la distinzione del codice doganale serve a poco. Codice o meno, i produttori europei potranno continuare ad utilizzare la vergine. Quindi questa è senza dubbio una scelta importante, ma in assenza di un mercato non servirà a molto.
A proposito di dogane, qualche giorno fa, al ministero dell’ambiente si è tenuto in incontro tra rappresentati del ministero e dell’ Agenzia delle dogane “in vista della prossima firma del Protocollo d’Intesa per il rafforzamento dei controlli sulle movimentazioni transfrontaliere di rifiuti”. Se le dogane ispezionano un container pieno di pellet in plastica, ci sono gli strumenti per capire se quei pellet derivano da riciclo oppure sono fatti di plastica vergine?
No, non si può sapere. Ovviamente si può individuare il tipo di polimero, ma non se è riciclato o meno. L’unico sistema, che il ministero sta valutando insieme ad un nostro socio, è quello del passaporto digitale.
Veniamo al tavolo sulla crisi del riciclo in corso al ministero. Intervistato da Report, qualche giorno fa lei raccontava che il MASE metterebbe in campo un credito d’imposta per chi acquista riciclato. Mentre non piace la vostra proposta di anticipare al primo gennaio 2027 le regole del Regolamento imballaggi sulla quota obbligatoria di riciclato nei prodotti.
Il problema è, come sempre, quello delle lobby che ostacolano una proposta che, in questo caso, da sola basterebbe a risolvere la crisi.
Quali sono le lobby e perché la ostacolano?
Due elementi di riflessione. Primo: utilizzare il riciclato per i produttori è un costo maggiore rispetto alla plastica vergine. Se non c’è un obbligo, a decidere sono i prezzi sul mercato. E visto che la vergine costa, non dico la metà ma quasi, è facile capire qual è la scelta.
Secondo: usare il riciclato richiede delle modifiche agli impianti. Questo ai produttori non piace, ovviamente.
Per non dire della plastic tax nazionale: di facile applicazione, potrebbe risolvere il nostro problema. Però su questo non stiamo insistendo, perché siamo convinti che la filiera debba essere unita e coesa.
Ma non siamo assolutamente disponibili a rinunciare all’anticipazione dei minimi obbligatori e ad andare nella direzione indicata dall’Europa. Che poi provvederà anche – come sta già facendo per altri settori – a gestire le importazioni di plastica riciclata con misure antidumping. In futuro secondo me, e sono ottimista da questo punto di vista, le importazioni saranno in qualche modo regolate, perlomeno nelle percentuali di entrata. Sarà dato un limite alla percentuale di plastica, sia vergine che riciclata, in ingresso alle frontiere.
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Marco Ravazzolo, responsabile per le politiche energetiche e ambientali di Confindustria, sempre a Report diceva che le imprese sarebbero disposte a considerare un’anticipazione delle quote di riciclato, ma che sarebbe prima necessario adeguare la capacità impiantistica.
Il problema impiantistico non esiste. Non sono certo gli impianti che mancano in Italia. Manca la possibilità di vendere, come ho detto. E manca il materiale ingresso, mancano i rifiuti, il cui acquisto è molto gravoso. Ma questo valeva fino al momento “X meno 1”: perché oggi, “momento X”, tutto è fermo, alle aste nessuno compra niente
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