“Mettere al bando le pubblicità fossili ha senso come parte di un più ampio ventaglio di iniziative ecosociali per decarbonizzare i consumi, la produzione, la società”. Ne è convinto Giovanni Carrosio, docente di Sociologia dell’ambiente all’Università di Trieste, e membro del Coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità. “Dal punto di vista dell’azione valoriale in sé – mi spiega – sono pienamente d’accordo, bisogna poi interrogarsi sulle conseguenze che queste azioni possono avere nell’opinione pubblica. Non si può essere contrari, ma ci vedo dei rischi”.
Giovanni Carrosio, il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha esortato a smettere di sostenere le imprese dell’Oil&gas e a mettere al bando le pubblicità di compagnie e prodotti legati all’energia fossile. Che ne pensa?
Allora, ci sono diversi tipi di sostegno ai produttori di fonti fossili. Mi pare che le soluzioni siano due. La prima è vietare la possibilità che le compagnie petrolifere facciano pubblicità di prodotti e servizi legati alle fonti fossili. L’altra è smetterla di incentivare in maniera diretta e in maniera indiretta i consumi che hanno a che fare con le fonti fossili. Sono due cose che si tengono insieme ma sono molto diverse: nel primo caso abbiamo un’azione che, dal mio punto di vista, è più che altro un’azione simbolica, che può avere conseguenze che andrebbero valutate. Mi spiego. Se dal punto di vista simbolico e dal punto di vista dell’azione valoriale in sé io sono pienamente d’accordo, bisogna poi interrogarsi sulle conseguenze che queste azioni possono avere nell’opinione pubblica e cercare di costruirle in modo che non si rischino backlash, contraccolpi, che non si inneschi una reazione dell’opinione pubblica contraria rispetto agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Un esempio. Se una compagnia petrolifera sponsorizza una squadra sportiva, col divieto questa sponsorizzazione viene meno. E se viene meno e se la squadra va in crisi, ogni tifoso metterà l’appartenenza alla squadra prima di tante altre cose.
Quindi condivido pienamente l’azione valoriale in sé, ma bisogna sempre stare attenti a raggiungere l’obiettivo, a costruire queste iniziative in modo che non possano essere attaccabili magari anche proprio da chi sostiene la decarbonizzazione: questo è un tema.
E poi c’è il tema degli incentivi diretti e indiretti, che è un tema molto più vasto. Ci sono incentivi che vanno nella direzione di sostenere smaccatamente le fonti fossili e che hanno a che fare con i nostri consumi, e sui quali si apre una partita molto problematica. Mettiamo la riduzione delle accise sui carburanti, che ha effetti molto diversi sulle diverse fasce di popolazione. Se una famiglia vive in un territorio completamente auto-dipendente, il fatto che le accise sui carburanti ci siano o non ci siano le fa una bella differenza. Se una famiglia vive invece nel centro di una città che è pienamente servito dal trasporto pubblico, riesce comunque a far fronte a un caro carburante e ad accedere ai servizi essenziali, a condurre la propria quotidianità in maniera piena.
Oppure pensiamo al bonus energia, che pone ancora un’altra questione. Il bonus energia oggi viene dato alle famiglie sotto una determinata soglia ISEE come automatismo di sconto nelle bollette. Per come è costruito si rivela anche questo un incentivo occulto alle fonti fossili, visto che la maggior parte delle bollette che paghiamo sono ancora legate – per lo meno per un 70-80% – ai consumi di energia fossile. Il bonus energia quindi è un sostegno a consumare energia fossile. Se la logica, sacrosanta, è che il bonus energia aiuti le famiglie in difficoltà, il meccanismo andrebbe ripensato, svincolandolo progressivamente da consumo di fonti fossili. Per esempio incentivando le famiglie ad avere un gestore che garantisca energia per 100% rinnovabile. Oppure a ridurre i consumi di energia: non perché non se debba consumare quanta effettivamente necessaria per il proprio fabbisogno, ma per farlo in maniera più efficiente, ad esempio cambiando i vecchi elettrodomestici per modelli più efficienti.
Quindi siamo di fronte ad un discorso molto articolato che ci può porre la contraddizione tra ciò che è giusto dal punto di vista ambientale e ciò che è giusto dal punto di vista sociale: se non si affronta questa contraddizione le politiche rischiano di essere a volte controproducenti.
Le campagne per vietare adv e sponsorizzazioni ‘fossili’ fanno spesso riferimento, come modello, a quanto è successo con le pubblicità del tabacco. È un riferimento utile?
Vedo una differenza enorme rispetto alla questione del tabacco. La questione del tabacco ha a che fare con una libera scelta individuale, appunto quella di utilizzare sigarette e tabacco. Se invece parliamo di consumo di petrolio e di tutti i prodotti derivati, la scelta non è una scelta. Oggi c’è la possibilità di comprare l’auto elettrica, ma la nostra società è imbevuta di petrolio, siamo in una società che si è plasmata con e sul petrolio – dagli oggetti che consumiamo alla logica insediativa sul territorio (ne ho scritto ad esempio sulla rivista Dissonanze).
Quindi se posso scegliere di non fumare più e acquisire consapevolezza che le sigarette fanno male, la scelta di non consumare petrolio non può essere una scelta praticabile dall’oggi al domani.
Cosa succede in una società o una comunità che vive immersa in un contesto in cui vedere pubblicità di prodotti fossili è la normalità? Qual è il cambiamento che può innescarsi se si cessa di affiggerle?
Dubito che se da domani mattina non ci fossero più pubblicità di questo tipo cambierebbero i nostri comportamenti.
Una cosa però cambierebbe. Oggi le compagnie petrolifere utilizzano soprattutto la pubblicità per creare immaginari ingannevoli, oppure usano sponsorizzazioni per fidelizzare, per mostrarsi responsabili dal punto di vista sociale. E noi ci abituiamo a vedere che il Festival di Sanremo, per esempio, è sponsorizzato da ENI. Ecco, questa cosa verrebbe meno.
Quindi mi pare che iniziative a favore di un divieto di questo tipo non la convincono.
Non vedo un impatto dirompente. Certo, bisognerebbe provare a misurare, mettere in campo una ricerca e provare a vedere che cosa succede. Un altro aspetto critico è che un’operazione di questo tipo vuol dire di nuovo rivolgersi agli individui come consumatori, re-individualizzando ancora una volta la questione delle responsabilità rispetto alla crisi climatica, anziché invece porsi il tema di come i soggetti pubblici, le imprese, le strutture della nostra società dovrebbero convertirsi.
Ma non voglio dare la sensazione di essere contrario a queste iniziative, perché non si può essere contrari, però ci vedo dei rischi. Si tratta forse più una scelta di etica pubblica. E questo è un aspetto positivo. Se un’amministrazione comunale sceglie il divieto, vuol dire che ha il coraggio di ingaggiare un conflitto con dei soggetti veramente molto forti, che determinano anche parte delle nostre politiche pubbliche. Un buon segnale: la politica rialza la testa e pone dei paletti. Il rischio principale è legato alle politiche che chiamiamo “politiche simboliche”.
Ci spieghi.
Si fa una politica simbolica vietando le pubblicità delle compagnie petrolifere: il divieto viene comunicato all’elettorato come un’azione forte, dirompente, va sui giornali, ma
se poi gli autobus non diventano elettrici, se non si fa un piano di riduzione dei consumi dell’acqua in bottiglia, eccetera, eccetera, questa rimane una politica simbolica. Mentre dovrebbe avere delle conseguenze che poi permettano davvero ai cittadini di non scegliere il petrolio, permettere di stravolgere il loro modo di consumare.
Nel bel libro scritto insieme a Vittorio Cogliati Dezza (Clima ingiusto. Il welfare per un patto eco-sociale) mettete in guardia l’ambientalismo da possibili – e deleterie – derive aristocratiche. Pensa che questo potrebbe essere il caso?
Credo onestamente che questa questione o non arrivi all’opinione pubblica o non abbia alcun impatto o addirittura venga percepita con indifferenza. Se poi questa critica alla pubblicità diventa una demonizzazione, agli occhi di un pezzo di società – quelli che non possono fare a meno di consumare gasolio con un’auto inquinante, che non hanno i soldi per acquistarne una elettrica, che non hanno alternative di mobilità , … – allora sì, ai loro occhi potrebbe sembrare il classico ambientalismo aristocratico.
Ed è difficile che un divieto di questo tipo possa diventare un’azione ecosociale. E torno a quanto detto prima sulla effettiva possibilità di scelta: per essere un’azione ecosociale dovrebbe essere un tassello insieme a tantissimi tasselli messi in campo per garantire un’alternativa ecologica alle persone di qualunque ceto sociale, in qualunque luogo vivano. Quindi posso decidere lo stop alle pubblicità, ma in contemporanea rendo gratuito il trasporto pubblico locale per tutti, oppure per determinate fasce. Oppure garantisco alle persone un vero bonus che permetta di liberarsi dal gasolio. Vuol dire anche infrastrutturare i territori di colonnine di ricarica, contribuire attraverso dei bonus alla ricarica delle auto per determinate fasce di popolazione. Significa insomma re-infrastrutturare il territorio dal punto di vista ecologico.
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