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SPECIALE | Pubblicità fossili
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Se la scienza ci ha detto che le fonti fossili di energia alimentano la crisi climatica – quella crisi che, ad esempio, scatena eventi climatici catastrofici con ingentissimi danni e inaccettabili perdite umane – perché dovremmo accettare che quelle stesse fonti fossili vengano promosse con la pubblicità? Se è stato vietato pubblicizzare il tabacco e il gioco d’azzardo, perché non fare lo stesso con i carburanti fossili o con le crociere e le compagnie aeree, responsabili della combustione di enormi quantità di questi propellenti nemici del clima e quindi della nostra vita sulla terra? Mentre viaggiamo sul bus, quando sfogliamo un quotidiano digitale o quando partecipiamo ad un evento, siamo spesso il target di campagne che non solo ci invitano a volare con la tal compagnia aerea o a fare il pieno con la tal altra compagnia, ma contribuiscono a normalizzare la presenza di questo tipo di consumi, ne alimentano l’accettabilità sociale. Lo spiega bene, parlando di un altro tema (il pregiudizio di genere), la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie (“Dovremmo essere tutti femministi”): “Se facciamo di continuo una cosa, diventa normale. Se vediamo di continuo una cosa, diventa normale”. Ma continuare a bruciare petrolio e gas pur sapendo che questo avrà conseguenze disastrose per tantissime donne, uomini, bambine e bambini non è normale. Oppure sì, come sostiene invece chi non vede niente di strano nel pubblicizzare un diesel?

Daniele Di Stefano

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