Finanza sostenibile, il Consiglio UE riscrive la SFDR: nuove regole per contrastare il greenwashing

Il Consiglio dell'UE approva la posizione negoziale sulla revisione della SFDR. Arrivano tre nuove categorie per i prodotti finanziari sostenibili, più trasparenza per gli investitori e meno oneri per gli operatori. Ma il WWF denuncia il rischio di un nuovo greenwashing, di cui potrebbero avvantaggiarsi le aziende fossili

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista glocal, ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane per poi specializzarsi su ambiente, energia ed economia circolare. Redattore di EconomiaCircolare.com. Per l'associazione A Sud cura l'Osservatorio Eni

Più trasparenza per gli investitori, meno complessità per gli operatori finanziari e un quadro normativo più efficace nel contrastare il greenwashing: è questa la direzione imboccata dal Consiglio dell’Unione europea, che ha adottato la propria posizione negoziale sulla revisione del regolamento SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation), il quadro che disciplina le informazioni sulla sostenibilità dei prodotti finanziari commercializzati nel mercato europeo.

L’obiettivo della revisione è duplice: da una parte semplificare gli obblighi informativi per gli operatori del settore finanziario, dall’altra rendere più comprensibili e confrontabili i prodotti di investimento sostenibili agli occhi dei risparmiatori. Una revisione che punta anche a rafforzare la capacità della finanza europea di orientare i capitali verso gli obiettivi strategici dell’Unione, dalla transizione ecologica alla competitività industriale.

Come ha sottolineato il ministro delle Finanze cipriota Makis Keravnos, a nome della presidenza di turno del Consiglio, l’aggiornamento delle norme consentirà agli operatori di comunicare in maniera più chiara i propri impegni in materia di sostenibilità, rafforzando la fiducia degli investitori e contribuendo alla costruzione di un mercato unico più integrato, capace di sostenere sia la competitività europea sia gli obiettivi ambientali e sociali dell’Unione.

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Una revisione attesa per rendere la finanza sostenibile più credibile

Entrato in vigore nel marzo 2021, il regolamento SFDR impone a gestori patrimoniali, assicurazioni, fondi pensione e altri partecipanti ai mercati finanziari di comunicare come integrano i fattori ambientali, sociali e di governance (ESG) nei processi di investimento e quali effetti negativi possono generare le proprie decisioni sui fattori di sostenibilità.

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L’esperienza maturata in questi anni ha però evidenziato diversi limiti. Secondo la Commissione europea, le informative richieste sono diventate eccessivamente lunghe e tecniche, rendendo difficile per gli investitori – soprattutto quelli al dettaglio – comprendere le reali caratteristiche dei prodotti. Inoltre il regolamento è stato spesso utilizzato come una sorta di sistema di etichettatura, favorendo interpretazioni non uniformi e aumentando il rischio di pratiche di greenwashing.

La revisione nasce quindi dall’esigenza di riportare chiarezza nel mercato della finanza sostenibile, evitando che prodotti molto diversi tra loro vengano percepiti come equivalenti semplicemente perché associati a generici riferimenti ESG.

Tre nuove categorie per classificare i prodotti finanziari

La principale novità della proposta riguarda l‘introduzione di tre categorie ufficiali di prodotti finanziari, destinate a sostituire l’attuale impostazione che negli anni ha generato confusione.

La prima categoria è quella della “sostenibilità”, riservata ai prodotti che investono prevalentemente in attività economiche, imprese o progetti già pienamente allineati agli obiettivi ambientali e sociali europei.

La seconda è quella della “transizione”, destinata ai prodotti che finanziano imprese impegnate in un percorso credibile di miglioramento delle proprie performance ambientali, pur non essendo ancora pienamente sostenibili.

Infine viene introdotta la categoria “ESG base”, che raccoglierà quei prodotti che integrano criteri ambientali, sociali e di governance nelle proprie strategie ma che non rispettano i requisiti richiesti per rientrare nelle prime due classificazioni.

L’obiettivo è offrire agli investitori una classificazione più intuitiva e ridurre lo spazio per comunicazioni fuorvianti sulle caratteristiche di sostenibilità dei prodotti.

Più trasparenza e criteri comuni per limitare il greenwashing

Nella propria posizione negoziale il Consiglio rafforza ulteriormente i requisiti per accedere alle categorie “sostenibilità” e “transizione”.

In particolare, gli operatori finanziari che dichiarano di valutare i principali effetti negativi dei propri investimenti sui fattori di sostenibilità dovranno dimostrare le proprie affermazioni utilizzando almeno tre indicatori obbligatori, selezionati all’interno di un elenco che sarà predisposto dalla Commissione europea.

L’introduzione di indicatori standardizzati punta a rendere più semplice il confronto tra prodotti finanziari e a migliorare la qualità delle informazioni disponibili per gli investitori, riducendo il rischio che dichiarazioni ambientali poco solide vengano utilizzate a fini commerciali.

Apertura agli investimenti nella transizione energetica

Uno degli aspetti più rilevanti della posizione del Consiglio riguarda il riconoscimento del ruolo che alcune imprese ad alta intensità di emissioni possono svolgere nel percorso di decarbonizzazione.

Il testo chiarisce infatti che potranno rientrare nella categoria “transizione” anche investimenti in imprese operanti nel settore dei combustibili fossili, purché destinino almeno il 20% delle proprie spese in conto capitale ad attività conformi alla Tassonomia europea e abbiano adottato una strategia credibile, con scadenze definite, per la riduzione delle emissioni di gas serra.

Per queste tipologie di investimenti sarà inoltre richiesto un quarto indicatore obbligatorio dedicato alla valutazione degli impatti negativi sulla sostenibilità, nel tentativo di garantire un livello di trasparenza ancora maggiore.

Si tratta di una scelta che riconosce come il percorso verso la neutralità climatica richieda anche il coinvolgimento dei settori industriali oggi più emissivi, purché dimostrino progressi concreti e verificabili.

Spazio anche alle emissioni obbligazionarie pubbliche

Il Consiglio propone inoltre di includere, a determinate condizioni, anche le emissioni obbligazionarie con finalità generali degli organismi pubblici europei all’interno della categoria “transizione”.

La motivazione è legata al fatto che una quota significativa dei portafogli di investimento, in particolare nei comparti assicurativo e previdenziale, è composta proprio da titoli pubblici. Secondo il Consiglio, il quadro normativo europeo in materia di clima e sostenibilità offre già elementi sufficienti per valutarne la coerenza con gli obiettivi della transizione ecologica.

Meno oneri per gli investitori professionali

La proposta del Consiglio introduce inoltre anche alcune misure di semplificazione amministrativa.

In particolare, i fondi di investimento alternativi riservati esclusivamente a investitori professionali potranno essere esentati dall’applicazione delle nuove categorie, poiché questa tipologia di clientela dispone generalmente delle competenze necessarie per valutare autonomamente le caratteristiche dei prodotti senza ricorrere a informative standardizzate.

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fonte: Canva

L’obiettivo è alleggerire gli adempimenti burocratici senza compromettere la tutela degli investitori al dettaglio, che continueranno invece a beneficiare di informazioni più chiare e comparabili.

Le critiche del WWF: “Così si rischia di finanziare ancora i combustibili fossili”

La posizione del Consiglio non convince però il WWF European Policy Office, che accusa gli Stati membri di aver indebolito la proposta della Commissione, allontanandola da un approccio pienamente coerente con gli obiettivi climatici europei. Secondo l’organizzazione ambientalista, la modifica più controversa riguarda proprio la categoria “transizione”, nella quale il Consiglio consente di includere investimenti in società attive nel settore dei combustibili fossili, purché destinino almeno il 20% delle proprie spese in conto capitale ad attività allineate alla tassonomia europea e adottino una strategia di riduzione delle emissioni.

“I governi hanno distorto un regolamento nato per distinguere gli sforzi di sostenibilità e di transizione dal greenwashing”, ha dichiarato Thibault Girardot, Sustainable Finance Policy Officer del WWF European Policy Office. Secondo il WWF, il nuovo impianto rischia di “ingannare gli investitori“, facendo apparire come strumenti a sostegno della decarbonizzazione prodotti che potrebbero continuare a finanziare attività legate ai combustibili fossili.

L’associazione contesta anche i criteri individuati dal Consiglio per qualificare questi investimenti come “di transizione”. A suo giudizio, la soglia del 20% degli investimenti destinati ad attività verdi è troppo bassa e soprattutto statica, perché non incentiva un reale miglioramento nel tempo. Inoltre i piani di riduzione delle emissioni richiesti alle imprese riguardano prevalentemente le emissioni operative, senza affrontare quelle generate dall’utilizzo dei combustibili fossili venduti, che secondo l’Agenzia internazionale dell’energia rappresentano circa l’85% dell’impronta climatica complessiva delle compagnie petrolifere e del gas.

Tra le contestazioni figura anche la rimozione di alcune salvaguardie che, secondo il WWF, avrebbero impedito alle utility ancora impegnate nello sviluppo di nuove centrali a carbone di accedere alla categoria “transizione”. L’ong critica inoltre la possibilità concessa dal Consiglio di esentare dall’applicazione delle nuove categorie i fondi alternativi riservati agli investitori professionali. Una scelta che, secondo il WWF, rischia di restringere sensibilmente il perimetro della SFDR, frammentando il mercato europeo e riducendo la disponibilità di informazioni standardizzate anche per molti investitori istituzionali di dimensioni minori.

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Un confronto destinato a proseguire

Le critiche del WWF si inseriscono in un dibattito più ampio sulla revisione dell’architettura europea della finanza sostenibile. Da un lato, parte dell’industria finanziaria e diverse associazioni di settore hanno accolto con favore la semplificazione della SFDR, ritenuta necessaria per rendere le informazioni più chiare, ridurre gli oneri burocratici e favorire una maggiore comparabilità tra i prodotti.

Dall’altro, organizzazioni ambientaliste come il WWF temono che un allentamento dei criteri possa compromettere la credibilità dell’intero sistema europeo della finanza sostenibile, riaprendo spazi al greenwashing e rallentando la riallocazione dei capitali verso attività realmente compatibili con gli obiettivi climatici dell’Unione europea. In particolare si chiede al Parlamento europeo di rafforzare il testo durante i prossimi negoziati, mantenendo criteri più rigorosi e maggiormente ancorati alle evidenze scientifiche.

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I prossimi passaggi

La posizione approvata rappresenta ora il mandato negoziale del Consiglio per avviare il confronto con il Parlamento europeo, che dovrà definire la propria posizione prima dell’apertura del cosiddetto trilogo con Commissione e Consiglio.

Solo al termine del negoziato interistituzionale sarà approvata la versione definitiva della nuova SFDR, destinata a diventare uno dei pilastri della strategia europea sulla finanza sostenibile. La posta in gioco va oltre la semplificazione delle regole: si tratta di definire quali investimenti potranno essere considerati realmente coerenti con la transizione ecologica europea e come indirizzare in modo credibile i capitali privati verso gli obiettivi climatici e sociali dell’Unione Europea. Tra esigenze di semplificazione, integrità del mercato e rigore ambientale, la revisione del regolamento sulla finanza sostenibile è quindi destinata a nuovi confronti e nuove critiche. Sperando che l’UE riesca a uscire dal cul de sac della competitività a tutti i costi.

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