La moda circolare è pronta a fare il salto di scala, per uscire fuori dall’angusto recinto delle buone pratiche, ma senza un intervento delle istituzioni rischia di rimanere confinata a una nicchia di mercato. È questo il messaggio contenuto nella nuova dichiarazione sottoscritta da imprese e organizzazioni della filiera del fashion e del tessile che chiedono ai governi di introdurre politiche in grado di sostenere la crescita dei modelli di business circolari, dalla rivendita dell’usato alla riparazione dei capi.
Secondo le realtà firmatarie, il problema non è la mancanza di interesse da parte delle aziende o delle consumatrici e dei consumatori. Al contrario, il mercato sta dimostrando un crescente interesse per servizi che consentono di prolungare la vita dei prodotti e ridurre il consumo di risorse. A frenare la diffusione di queste pratiche sono soprattutto gli attuali meccanismi economici e fiscali, che continuano a favorire la produzione e la vendita di beni nuovi rispetto al mantenimento in uso di quelli esistenti.
L’appello si inserisce nel più ampio dibattito sulla trasformazione del settore moda, uno dei comparti industriali con il maggiore impatto ambientale a livello globale e al centro delle strategie europee per la transizione verso l’economia circolare.
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La sfida economica della moda circolare
Per anni il dibattito sulla sostenibilità del tessile si è concentrato prevalentemente sull’ecodesign dei prodotti e sullo sviluppo di nuove tecnologie di riciclo. Due aspetti fondamentali, ma che da soli non bastano a costruire un sistema realmente circolare.
Secondo le imprese che hanno aderito alla dichiarazione, è necessario attribuire maggiore attenzione ai modelli di business che consentono di mantenere prodotti e materiali in uso il più a lungo possibile. La rivendita dell’usato, la riparazione, il ricondizionamento e altri servizi analoghi rappresentano infatti uno strumento concreto per ridurre la dipendenza dalla produzione di nuovi capi e limitare la generazione di rifiuti tessili.
Il punto critico riguarda la sostenibilità economica di queste attività. Mentre i processi industriali tradizionali beneficiano di economie di scala consolidate e di filiere ottimizzate per grandi volumi produttivi, i modelli circolari richiedono operazioni ad alta intensità di lavoro. Selezionare, pulire, catalogare, riparare e reimmettere sul mercato un prodotto usato comporta costi significativi che incidono sui margini aziendali.
A ciò si aggiunge un quadro fiscale che, come ricorda l’appello, penalizza ulteriormente queste attività. In molti casi i prodotti rivenduti vengono tassati a ogni passaggio commerciale, generando una forma di doppia o multipla imposizione che rende meno conveniente il riutilizzo rispetto alla vendita di beni nuovi.
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Un mercato da miliardi che attende di essere sbloccato
Le imprese sostengono che il potenziale economico dei modelli circolari sia ampiamente sottovalutato. Usato e riparato non vengono presentati soltanto come strumenti ambientali, ma come vere e proprie opportunità industriali e commerciali.
Secondo le elaborazioni riportate nella dichiarazione, l’adozione di un mix di politiche favorevoli potrebbe ridurre in modo significativo il divario di redditività rispetto ai modelli lineari. In alcuni scenari, i margini lordi delle attività di rivendita potrebbero raggiungere il 55%, mentre quelli dei servizi di riparazione arriverebbero fino al 41%.
I benefici non riguarderebbero soltanto le aziende. Se una parte consistente dei vantaggi economici fosse trasferita a consumatrici e consumatori attraverso prezzi più competitivi, il mercato della rivendita avrebbe potuto raggiungere quote significativamente più elevate già nel 2023: fino al 12% nell’Unione europea e al 14% tra Stati Uniti e Canada.
Numeri che evidenziano come la transizione circolare non rappresenti esclusivamente una questione ambientale, ma anche una leva di competitività e innovazione per il settore.
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Le politiche richieste
L’obiettivo della dichiarazione non è sostituire gli investimenti nel riciclo o nella progettazione sostenibile, ma affiancarli con misure dedicate ai modelli di business circolari.
Le aziende chiedono interventi che agiscano contemporaneamente sull’offerta e sulla domanda, rendendo i servizi di riparazione e rivendita più accessibili per i consumatori e più profittevoli per gli operatori economici.
Tra le possibili misure figurano agevolazioni fiscali per le attività di riparazione, una revisione della tassazione applicata ai prodotti usati, incentivi alla domanda e strumenti capaci di valorizzare economicamente il mantenimento dei beni in uso.
Secondo i promotori dell’iniziativa, solo un approccio integrato potrà colmare il vantaggio competitivo che oggi continua a favorire la produzione lineare basata sull’estrazione di nuove risorse.
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Il contesto europeo: tessile e circolarità al centro delle strategie UE
La richiesta arriva in una fase cruciale per il settore. Negli ultimi anni l’Unione europea ha inserito il comparto tessile tra le catene del valore prioritarie del Green Deal e del Piano d’azione per l’economia circolare.
La Strategia europea per il tessile sostenibile e circolare punta a rendere i prodotti tessili più durevoli, riparabili e riciclabili, contrastando al tempo stesso il fenomeno dell’ultra fast fashion e la crescente produzione di rifiuti.
Anche l’introduzione dei regimi di responsabilità estesa del produttore (EPR) per il tessile, che diversi Stati membri stanno implementando, va nella direzione di attribuire maggiore responsabilità alle imprese lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti.
Tuttavia, come evidenziano i firmatari della dichiarazione, la sola gestione del fine vita non è sufficiente. Per ridurre davvero il consumo di risorse occorre intervenire prima che i prodotti diventino rifiuti, estendendone la durata attraverso modelli economici che ne favoriscano il riutilizzo.

Le nuove regole europee che cambiano il settore tessile
L’appello delle imprese arriva in un momento in cui il quadro normativo europeo sta vivendo una profonda trasformazione. Negli ultimi anni l’UE ha infatti avviato una serie di interventi destinati a ridisegnare l’intero ciclo di vita dei prodotti tessili, dalla progettazione al fine vita.
Tra le novità più rilevanti figura il nuovo regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR – Ecodesign for Sustainable Products Regulation), che introduce requisiti destinati a migliorare durabilità, riparabilità e riciclabilità dei prodotti immessi sul mercato. Il provvedimento prevede inoltre il progressivo sviluppo del Digital Product Passport, uno strumento digitale che accompagnerà i prodotti lungo tutta la catena del valore e renderà disponibili informazioni su composizione, provenienza delle materie prime, riparabilità e gestione del fine vita.
Parallelamente, l’Unione europea sta rafforzando il principio della responsabilità estesa del produttore per il settore tessile. Il nuovo quadro normativo attribuisce ai produttori la responsabilità finanziaria e organizzativa della raccolta, selezione e gestione dei prodotti una volta diventati rifiuti, con l’obiettivo di incentivare design più sostenibili e ridurre i costi pubblici di gestione dei rifiuti.
Dal 1° gennaio 2025, inoltre, tutti gli Stati membri sono tenuti ad attivare sistemi di raccolta differenziata dei tessili, una misura considerata essenziale per aumentare le opportunità di riuso e riciclo e per costruire una filiera circolare europea più efficiente.
Il peso del second hand e l’emergenza rifiuti tessili in Europa
La crescente attenzione verso rivendita, riuso e riparazione si inserisce in un contesto segnato da numeri sempre più rilevanti. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, ogni cittadino europeo genera mediamente circa 16 chilogrammi di rifiuti tessili all’anno. Complessivamente, nell’Unione europea si producono quasi 7 milioni di tonnellate di rifiuti tessili ogni anno.
Nonostante i progressi nella raccolta differenziata, una quota significativa dei tessili dismessi continua a finire nei rifiuti indifferenziati, perdendo così opportunità di riutilizzo e riciclo. Si tratta di una criticità che rende ancora più urgente la diffusione di modelli capaci di prolungare la vita utile dei prodotti.
A questo si aggiunge il fenomeno delle eccedenze produttive. Una parte dei capi immessi sul mercato europeo viene infatti eliminata prima ancora di essere utilizzata, alimentando un modello economico basato sull’elevata rotazione dei prodotti e sul consumo rapido.

Nel frattempo il mercato dell’usato continua a crescere e a guadagnare spazio nelle strategie dei brand. Sempre più aziende stanno investendo in piattaforme proprietarie di seconda mano, programmi di take-back e servizi di riparazione, nella convinzione che il valore economico del prodotto non termini con la prima vendita.
L’impegno della Ellen MacArthur Foundation per il tessile circolare
A sostenere questa visione è da anni l’azione della Ellen MacArthur Foundation, tra i principali punti di riferimento globali sul tema dell’economia circolare.
La fondazione ha contribuito a portare il settore moda al centro del dibattito internazionale attraverso iniziative come Make Fashion Circular, nata con l’obiettivo di ripensare l’intero sistema tessile affinché prodotti, materiali e fibre possano essere mantenuti in circolazione il più a lungo possibile.
Nel corso degli anni l’organizzazione ha coinvolto brand, produttori, retailer, riciclatori, istituzioni finanziarie e decisori politici per promuovere un modello basato su tre principi fondamentali: eliminare gli sprechi e l’inquinamento, mantenere prodotti e materiali in uso e rigenerare i sistemi naturali.
La nuova dichiarazione sulle politiche per la rivendita dell’usato e la riparazione si inserisce proprio in questo percorso. Il messaggio è chiaro: la tecnologia e l’innovazione sono necessarie, ma da sole non bastano. Per costruire una vera economia circolare della moda occorre creare condizioni economiche che rendano conveniente prolungare la vita dei prodotti.
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