lunedì, Febbraio 16, 2026

Intorno al polo chimico di Alessandria si continuano a respirare i PFAS

Nel borgo di Spinetta Marengo ha sede l’unica fabbrica che genera PFAS in Italia: il polo chimico guidato da Syensquo, spin-off della multinazionale belga Solvay. Ed è qui che Greenpeace ha rilevato numeri allarmanti. "Per fermare l'inquinamento bisogna bloccare la fonte" dice l'attivista Lorenza Neri

Alessandro Coltré
Alessandro Coltré
Giornalista, si occupa di conflitti ambientali, di inquinamento industriale e di riconversione ecologica. Socio della cooperativa Editrice Circolare e redattore di EconomiaCircolare.com. Autore insieme a Rita Cantalino di Molecole, storie di legami e di veleni, serie podcast prodotta da Fandango, A Sud e Valori.it. Per Sveja podcast, insieme a Ylenia Sina cura la rubrica Fratte - l'ambiente di Roma.

Ad Alessandria c’è una zona in cui l’aria trasporta un complesso inventario di inquinanti. Si tratta del borgo di Spinetta Marengo, nella frazione La Fraschetta, sede dell’unica fabbrica che genera PFAS in Italia: il polo chimico guidato da Syensquo, spin-off della multinazionale belga Solvay. Nei giorni scorsi alcuni dei camini di questo gigante di ferro sono finiti al centro della nuova inchiesta dell’unità investigativa di Greenpeace che ha diffuso i dati del Pollutant Release and Transfer Register (PRTR), registro europeo in cui sono raccolti anche i valori delle emissioni di oltre 4 mila stabilimenti italiani. 

In questo catalogo dei veleni diffusi in atmosfera troviamo i gas fluorurati, molti dei quali fanno parte della famiglia degli inquinanti eterni. Secondo il registro europeo tra il 2007 e il 2023 sono state rilasciate sul territorio italiano 3.766 tonnellate di F-gas, per la maggior parte PFAS.

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L’epicentro dei PFAS è il polo chimico dell’Ex Solvay

Il 55% delle emissioni di gas fluorurati è attribuibile alle ciminiere dell’ex Solvay di Alessandria, il resto è imputabile ad altre sigle industriali: tra tutte Versalis, la divisione chimica di Eni, e Lfoundry, colosso cinese dell’elettronica Lfoundry che in Italia ha un sito di produzione di semiconduttori ad Avezzano.

Entrare in contatto con i PFAS non è un evento eccezionale, la quotidianità è intrisa di questi polimeri: sono nelle padelle antiaderenti, nella carta forno, nei cosmetici, nell’abbigliamento tecnico e in una vasta gamma di prodotti che incontriamo in ospedale e in tanti ambienti lavorativi. Del resto, è la loro persistenza a renderli performanti e in grado di resistere a ogni tipo di sollecitazione.

Se è vero che l’incontro con questa sigla è inevitabile, ormai è certa anche la sua tossicità a lungo termine. Essere esposti in modo prolungato ad alcuni PFAS è un rischio per la salute, soprattutto se consideriamo quelli di vecchia generazione, come il Pfoa, bandito a livello internazionale e classificato come composto sicuramente cancerogeno (gruppo 1) dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro.

TFA PFAS
Foto: Canva

Capire cosa accade vicino ai camini dell’ultima fabbrica di PFAS aiuta a ragionare sulla messa al bando di queste sostanze, partendo da una contaminazione che non arriva dai prodotti di consumo ma da uno stabilimento che, nonostante gli annunci, non sembra voler fare i conti con il suo passato.

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Un nuovo PFAS in circolo per il borgo di Spinetta Marengo

Dalle elaborazioni realizzate da Greenpeace Italia si nota che il primato dell’ex Solvay rispetto a tutte le altre aziende che emettono F-gas dura da molto tempo. “Da solo – si legge nel report – questo gruppo industriale ha emesso, da 16 anni, più della metà dell’inquinamento italiano relativo a questi composti”. Dall’indagine emerge un calo progressivo delle emissioni a partire dal 2019-2020. Questa riduzione si spiega con le chiusure imposte dalla pandemia da Coronavirus e dalla volontà della multinazionale di eliminare progressivamente la produzione di PFAS nello stabilimento.

Nel polo chimico Synesquo prende forma il Cc604, una creazione esclusiva del gruppo belga. Considerato sicuro e alternativo ai vecchi polimeri, questo brevetto Solvay è un PFAS di nuova generazione, definito anche a catena corta, ossia con meno di otto atomi di carbionio. Per l’azienda, In questa fase di passaggio, il Cc604 è la migliore soluzione possibile nell’industria chimica del fluoro.

I dubbi arrivano da diversi studi scientifici che insistono sulle tante affinità tra i nuovi composti e i loro antenati tossici. Catena lunga o corta, la pervasività sembra essere la stessa, vengono trovati ovunque, finiscono le acque, nel suolo e nell’aria. Per questo nel 2023 uno studio dell’American Chemical Society invita a non considerare i nuovi PFAS come validi sostituti del Pfoa.

Intanto il brevetto Synesquo è in circolo, non solo nei reparti dello stabilimento, ma anche nelle strade di Spinetta Marengo. A via Genova, a pochi passi dal polo chimico, le rilevazioni dell’Arpa sul particolato fine continuano a trovare il Cc604. Il nuovo PFAS è nei filtri della stazione di monitoraggio dell’aria e nei terreni della zona.

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L’Arpa continua a rilevare presenza di Pfas nell’aria

“Le concentrazioni di cC6O4 mostrano un incremento significativo nel primo trimestre del 2025, facendo registrare a marzo il valore massimo mensile dell’intera serie storica”, segnala Arpa Piemonte nel suo report. Il polimero di Solvay non è da solo: sempre nei primi mesi del 2025 nelle centraline Arpa sono stati rilevati anche altri composti che l’azienda dichiara di non produrre, come il Gex e l’Adv, ossia altri PFAS di nuova generazione. A marzo di quest’anno nell’aria di Alessandria c’era anche il Pfoa, il polimero cancerogeno e fuori produzione.

A ogni aggiornamento dei veleni dispersi nell’ambiente di Alessandria, l’azienda diffonde informazioni e rettifiche che cercano di demarcazione tra la gestione Solvay e i precedenti proprietari dello stabilimento. Ma a diminuire i gradi di separazione è la presenza costante di PFAS nel sangue degli abitanti di Spinetta Marengo, come segnala il biomonitoraggio dell’ASl, che continua a registare livelli preoccupanti di nuovi PFAS in più di trecento persone che risiedono vicino il polo chimico.

pfas alessandria

Per chi vive in questa frazione di Alessandria respirare veleni è ormai una consuetudine: le settantacinque ciminiere dello stabilimento Syensquo sono parte dell’eredità della Montecatini (poi Montedison), la madre della chimica italiana che nel 1905 trasformò Spinetta Marengo in un importante centro industriale della regione.

Sulla terra che ospitò la famosa battaglia di Marengo, quella dell’esercito di Napoleone contro le truppe austriache nel 1800, la lotta per un ambiente sano, dentro e fuori il posto di lavoro, dura da un secolo. E cento anni di produzioni si fanno sentire: dai fertilizzanti ai solventi, dalle cromature alla chimica del fluoro, oggi Alessandria porta il peso del lascito tossico dell’industria pesante con una contaminazione che non concede tregua.

“I nuovi dati sui PFAS nell’aria non hanno stupito nessuno. Sono una conferma delle nocività che arrivano dall’area del polo chimico di Spinetta Marengo”, racconta Lorenza Neri del Comitato Stop Solvay di Alessandria.

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Un impianto che lavora in deroga

Da queste parti l’attivismo ecologista deve contrapporsi all’assuefazione e all’idea che vivere a Spinetta Marengo coincida con la certezza di assorbire nocività. Alla rassegnazione si aggiunge la difficoltà di contrastare il gigante di ferro nelle sedi istituzionali, dove i cammini di Ex Solvay sono sotto esame per ottenere la nuova AIA, l’autorizzazione integrata ambientale.

Al momento l’azienda lavora in deroga, con un’autorizzazione del 2010 e in attesa di ottenere la nuova AIA entro la fine del 2025. Intanto Solvay non sembra considerare le richieste di trasparenza che arrivano dalla cittadinanza. Non non ne vuole sapere di condividere dati su ciò che rilascia in atmosfera. A confermarlo è l’esito del ricorso al Tar presentato dal circolo locale di Legambiente che chiedeva la pubblicazione dei dati sulle emissioni dello stabilimento.

Lo scorso novembre il Tribunale amministrativo aveva dato 20 giorni a provincia e azienda per pubblicare i dati ambientali. Allo scadere del termine, l’ente ha annunciato di aver trovato un accordo che, secondo quanto dichiarato, permetterebbe di ottemperare alla sentenza e di tutelare il gruppo Solvay. L’intesa prevede che i dati sulle emissioni vengano mostrati esclusivamente a Legambiente, vincolando l’associazione alla firma di un accordo di riservatezza per la tutela del segreto industriale. Una soluzione che però va in direzione opposta rispetto a quanto stabilito dal Tar, che ha obbligato Syensqo a condividere i dati, chiarendo come il richiamo al segreto industriale sia privo di fondamento e come l’ente non possa limitarsi a consentirne una semplice visione per negarne la pubblicazione.

Intanto dalle sedute delle conferenze dei servizi arrivano segnali che continuano a minacciare la qualità dell’aria di Spinetta Marengo. A raccontare il rischio di contaminazione è Laura Fazzini, che con il quotidiano Domani è riuscita a ottenere alcuni verbali inediti del procedimento. Come quello dello scorso 11 aprile, dove è stato fatto presente al gruppo belga “che dei 26 camini del polo chimico che emettono sostanze fluorurate solo 15 siano dotati di filtri per l’abbattimento“. C’è di più: il 59 per cento delle emissioni di PFAS dell’intero stabilimento derivano da camini privi di impianti di depurazione.

“Da questa situazione se ne esce solo con la messa al bando di queste sostanze a livello europeo e per fermare l’inquinamento ad Alessandria bisogna bloccare la fonte e chiedere la bonifica dell’area”, continua Lorenza Neri.

Alle richieste dell’attivismo locale Synesquo Solvay continua a non rispondere, preferisce diffondere la sua biografia e il racconto di un’azienda in continua trasformazione. Ma al momento non c’è traccia di rigenerazione, e attorno al polo chimico di Alessandria i cambiamenti evocati dall’azienda assumono le caratteristiche principali dei PFAS: intangibili.

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