EconomiaCircolare.com ha usato la terza tappa (third milestone) dello studio preparatorio del Joint Research Centre per capire lo stato dell’arte della roadmap verso l’atto delegato tessile dell’ESPR: una tappa in cui le analisi condotte nei precedenti milestone (su perimetro normativo e mercato, comportamenti d’uso ed evidenze LCA e LCC) permettono di individuare categorie e prodotti rappresentativi e di leggere i rispettivi scenari medi di mercato (base cases), i punti critici lungo il ciclo di vita (hotspots) e il ventaglio di possibili requisiti e interventi in chiave ecodesign. Qui proseguiamo ravvicinando la lente proprio alle design options proposte per capire quali tipologie di requisiti ipotizzano e con quali scenari di attuazione.
Innanzitutto ricordiamo che le design options delineano potenziali requisiti di ecodesign ancora in fase di valutazione che possono assumere una o entrambe le forme previste dall’ESPR: per esempio, la prima, la seconda e la quarta opzione sono impostate come information requirements che richiedono informazioni specifiche e verificabili associate al prodotto e puntano a rendere comparabili prestazioni e caratteristiche lungo il mercato (rispettivamente robustezza, riciclabilità e impronta di manifattura). Le performance requirements, invece, fissano soglie minime o massime e trasformano la prestazione in una condizione di conformità: così fa la terza opzione, pur impostando anche un requisito informativo che vedremo, insieme agli altri, più avanti.
Nel terzo milestone prevalgono quindi requisiti informativi perché, come chiarisce il JRC, diversi parametri, standard, benchmark e dati di mercato restano ancora troppo disomogenei per sostenere divieti o soglie generalizzate senza aprire questioni di proporzionalità e senza amplificare l’incertezza sull’efficacia reale del requisito. Requisiti informativi che si innestano direttamente sulla traiettoria del passaporto digitale di prodotto (Digital Product Passport, DPP): molte delle prescrizioni in cantiere sono infatti già pensate in un formato “passport-ready”, come punteggi o frazioni in massa, dichiarazioni sulla riciclabilità, eventuali indicatori di impronta di manifattura, e tracciamento di sostanze con soglie e regole di dichiarazione.
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La robustezza e il suo requisito informativo (1° design option)
L’ecodesign ha un’influenza parziale sulla durata effettiva dell’abbigliamento perché lo smaltimento non dipende solo da durabilità fisica e progettazione, ma anche da valore percepito, vestibilità e mode. Infatti, l’analisi del comportamento d’uso indica che solo circa un terzo delle ragioni di dismissione è riconducibile alla “qualità intrinseca”. Per questo, l’opzione proposta non è un requisito di performance sulla durabilità, bensì un requisito di informazione sulla robustezza, cioè sulla resistenza a determinati stress misurabili con test standardizzati.
La robustezza è resa misurabile tramite un punteggio di robustezza da 0 a 10, calibrato sullo scenario di base (base case) e sul livello delle migliori tecnologie disponibili o Best Available Technologies. Il punteggio combina tre componenti: la spiralità (misurata secondo ISO 16322-3) che indica la rotazione, di solito laterale, tra pannelli diversi del capo che si manifesta quando, durante il lavaggio, si rilasciano tensioni latenti nel tessuto (a trama o a maglia); la variazione dimensionale (EN ISO 3759) che misura invece, in percentuale, quanto il capo si restringe o si allunga dopo un trattamento di pulizia; e una valutazione visiva di aspetto e componenti (ISO 15487) con l’applicazione un criterio cautelativo per cui l’esito visivo è determinato dal parametro peggiore. Le prove sono eseguite dopo cinque cicli di pulizia secondo le indicazioni dell’etichetta di cura (lavaggio ISO 6330 o lavaggio a secco ISO 3175-2).
Uno dei limiti di questa opzione riguarda il fatto che la robustezza non equivale a una misura diretta della durabilità perché mancano metodi affidabili per simulare l’invecchiamento dell’abbigliamento e non esiste una correlazione dimostrabile tra miglioramento dei parametri e incremento “certo” della vita utile.

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Il grado di riciclabilità e l’etichetta “non riciclabile” (2° design option)
Se l’hotspot più critico riguarda le materie prime, allora la riduzione degli impatti dovrà passare innanzitutto dalla capacità del sistema di sostituire quota di fibra vergine con materiale secondario. Poiché il fine vita invece pesa poco nel bilancio LCA, il milestone propone un requisito sulla riciclabilità come leva indiretta sulle materie prime e sulla disponibilità di flussi riciclati. Al tempo stesso chiarisce che la riciclabilità non dipende soltanto dalla progettazione del capo: pesano in modo decisivo anche la raccolta, lo stato di maturità delle tecnologie e la capacità industriale di selezione e trattamento, e le evidenze richiamate indicano che una quota non trascurabile di prodotti sarebbe già riciclabile anche senza interventi di ecodesign, se l’ecosistema fosse più efficiente.
Il milestone scarta l’idea di un performance requirement che impedisca l’immissione sul mercato di prodotti non riciclabili, e lo fa per motivi di proporzionalità e fattibilità. L’unico componente identificato come davvero critico e capace di impedire in modo significativo il riciclo è l’elastan quando supera una certa soglia. Tuttavia, vietarlo non è considerato realistico perché conferisce proprietà funzionali essenziali a vari capi. La direzione proposta è quindi la minimizzazione e la limitazione dell’uso alle applicazioni dove è realmente necessario, lasciando che il requisito informativo penalizzi i capi oltre soglia (15% oppure 20% nei blend PA6-rich >80%) etichettandoli come “non-recyclable”. Anche qui viene costruito un sistema di scoring 0-10 basato su limitazioni tecniche individuate nell’analisi dell’ecosistema del riciclo e su compatibilità con diversi processi di riciclo, inclusi casi di blend riciclabili con tecnologie specifiche.
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Il contenuto di riciclato e la soglia minima (3° design option)
Ancora più della precedente, la terza opzione aggredisce gli hotspot che riguardano le materie prime: un requisito d’informazione sul contenuto di riciclato per orientare consumatori e produttori verso soluzioni a minore impatto, insieme a un performance requirement per stabilire soglie minime e impedire che il mercato resti fermo su livelli marginali. A differenza delle opzioni basate su scoring, qui l’informazione proposta è direttamente la frazione in peso di materiale secondario presente nel prodotto, con l’avvertenza metodologica che regole e dettagli di calcolo richiedono un ulteriore studio di supporto alla stesura dell’atto delegato. Diventa inoltre decisiva la qualità dell’informazione sul riciclato: rendere disponibile il tipo di rifiuto da cui deriva, distinguendo post-consumo da post-industriale e riciclo tessile-a-tessile da riciclo in ciclo aperto, non serve solo a chiarire meglio il significato ambientale della percentuale dichiarata, ma renderebbe il dato immediatamente utilizzabile anche come criterio operativo per strumenti come il Green Public Procurement ed eventuali modulazioni dei contributi nella responsabilità estesa del produttore (EPR).
In attesa dello studio più specifico, il milestone modella livelli-soglia e combinazioni differenziati per tipologia di prodotto, perché fibre dominanti, prestazioni attese e disponibilità di riciclato cambiano significativamente a seconda della categoria, e affianca analisi quantitative per stimare valori massimi plausibili in funzione della disponibilità di fibre riciclate allocabili al mercato dell’Unione. Per i prodotti in denim vengono simulati livelli progressivi di cotone riciclato al 10, 15 e 20%, e poi configurazioni in cui al 20% di cotone riciclato si affianca anche poliestere riciclato al 5, 10 o 15%. Per i prodotti a maglia e per gli altri tessuti non-denim lo studio parte da nylon riciclato al 5%, poi aggiunge lana riciclata al 5% e quindi la porta al 10%, fino a combinare questa base con poliestere riciclato al 5, 10 e 15%.
L’impronta di manifattura e l’etichettatura di eccellenza (4° design option)
La quarta opzione è rivolta al secondo hotspot in ordine di criticità e propone un requisito informativo basato su un indicatore di impronta limitato alla manifattura che può essere calcolato in due varianti: come impronta ambientale aggregata (ossia in termini di single score, che riassume gli impatti di tutte le categorie di impatto ambientale indagate) oppure come impronta di carbonio (in termini di categoria di impatto che contribuisce maggiormente). Sebbene la prima si preveda abbia un effetto maggiore in termini di miglioramento ambientale grazie al suo ambito più ampio che include tutte le categorie di impatto, la seconda potrebbe comportare minori sforzi per la rendicontazione e la verifica di un numero inferiore di elementi e parametri. Da un lato, il requisito informativo aiuterebbe i consumatori a effettuare acquisti informati su prodotti realizzati tramite processi meno dannosi per l’ambiente. Dall’altro, fornirebbe un quadro armonizzato per i produttori per valutare e presentare le proprie prestazioni, incoraggiandoli a migliorare i processi e investire in tecnologie e tecniche migliori per produrre articoli con impatti ambientali inferiori rispetto ai concorrenti.
La scelta metodologica più rilevante per il calcolo delle impronte è l’ancoraggio alle Regole di categoria dell’Impronta Ambientale di Prodotto per abbigliamento e calzature (Product Environmental Footprint Category Rules, PEFCR) applicate però alla sola fase manifatturiera, così da consentire l’uso di dataset secondari e valori predefiniti quando mancano dati primari. Le materie prime restano fuori dal perimetro dell’indicatore perché i dati disponibili per fibre diverse hanno confini di sistema non omogenei, con il rischio di confronti poco robusti e contestabili se compressi in un unico valore.
La principale limitazione associata a queste opzioni di progettazione è l’elevato onere amministrativo legato al calcolo di tali indicatori, dovuto alla complessità della catena di approvvigionamento dell’abbigliamento, eccezionalmente lunga e geograficamente dispersa con numerosi livelli. Questo comporta notevoli sfide per i produttori sia nel reperimento delle informazioni sia nella difficoltà di verifica.
Per ridurre il rischio di incomprensibilità per il consumatore e di eccessivo carico per le imprese, il milestone propone una modalità volontaria di “etichettatura di eccellenza”. L’idea è che il produttore che dimostra una performance migliore del benchmark PEFCR per la categoria possa utilizzare un elemento che segnali le alte prestazioni raggiunte e ne indichi l’entità percentuale. Chi non calcola l’indicatore non è sanzionato, ma non può rivendicare l’eccellenza. Il modello assume riduzioni medie del 3% in presenza di questo incentivo, ma discute apertamente le limitazioni, legate anche alla stessa volontarietà.

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Le combinazioni di requisiti e i tre percorsi di attuazione
La complessità della filiera tessile rende più efficace una combinazione di requisiti che agiscano in modo complementare. Il milestone formalizza questa idea costruendo tre percorsi (paths) che aggregano le opzioni: il primo percorso combina l’etichetta di robustezza, l’etichetta di riciclabilità, i requisiti (informativo e, se previsto, prestazionale) sul contenuto di riciclato, e il requisito informativo sull’impronta ambientale della manifattura. Il secondo percorso mantiene la stessa architettura, ma sostituisce l’impronta ambientale con l’impronta di carbonio della manifattura. Il terzo percorso adotta invece un’impostazione più selettiva, escludendo le opzioni di informazione su robustezza e impronta di manifattura e concentrandosi su riciclabilità e contenuto di riciclato, proprio per costruire una combinazione più “conservativa” nelle assunzioni sull’efficacia delle misure.
La valutazione indica che le combinazioni producono benefici ambientali maggiori rispetto alle opzioni isolate e che il primo percorso è quello che ottiene le riduzioni più consistenti in tutte le categorie di prodotto, seguito dal secondo e infine dal terzo. In particolare, la propagazione delle incertezze mostra che il first e second path mantengono miglioramenti ambientali rispetto ai casi base con confidenza al 95%, mentre il third path fornisce miglioramenti più modesti e, per prodotti a maglia e tessuti non-denim, le bande di incertezza possono sovrapporsi a quelle dei casi base. In parallelo, la lettura economica segnala che i miglioramenti ambientali compensano in generale l’aumento dei costi interni, ma in termini di costi sociali la riduzione rispetto al caso base emerge con chiarezza solo per alcune configurazioni e categorie, con il terzo percorso che resta il meno oneroso ma anche il meno incisivo.
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Prossimi passi verso il quarto milestone
Oltre queste opzioni di ecodesign, che restano requisiti potenziali ancora in valutazione, il passaggio successivo non consiste nel fissare subito soglie definitive, ma nel costruire scenari regolatori e nel verificare quali strumenti siano in grado di trasferire, su scala di mercato, i miglioramenti stimati sui prodotti rappresentativi. È qui che si colloca il quarto milestone, previsto per sviluppare gli scenari di policy e gli elementi informativi da includere nel DPP: il lavoro atteso è estendere i risultati dal prodotto rappresentativo al complesso dei prodotti immessi sul mercato nell’Unione, stimare gli effetti complessivi sugli impatti più rilevanti e, su questa base, definire opzioni di intervento che confluiranno nella successiva valutazione d’impatto (Impact Assessment). In quel passaggio, le design options verranno riesaminate e, se confermate, tradotte nei requisiti finali candidati per l’atto delegato.
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Grazie Vittoria per l’ottima sintesi!