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A che punto siamo con lo studio preparatorio per l’atto delegato ESPR (regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti) sul tessile? La consultazione sulla terza tappa (3rd milestone) dello studio, svoltasi in plenaria con il JRC a metà gennaio 2026, è servita per ricostruire e discutere i passaggi tecnici che hanno condotto dalle evidenze scientifiche alle prime formulazioni dei requisiti di ecodesign (che abbiamo approfondito qui), consentendo di focalizzare elementi già relativamente maturi e altri più sensibili. Su entrambi il lavoro resta aperto ai contributi scritti degli stakeholder (inviabili entro il 30 marzo) e alle successive fasi dello studio preparatorio, dall’impact assessment alla valutazione degli scenari di policy e dell’uso del passaporto digitale di prodotto (Digital Product Passport, DPP). Vediamo insieme cosa è emerso, in tensione tra ambizione e fattibilità, tra richieste di requisiti più stringenti e costi, verificabilità e rischi di trade-off.
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ESPR: confini operativi e la nuova etichettatura
Innanzitutto, la cornice entro cui si è svolta la consultazione è quella dei tessili per l’abbigliamento: restano quindi fuori ambito i tessili tecnici (technical textiles) e quelli per la casa e per gli interni (home/interior textiles) per differenze di funzione d’uso e composizioni. Vengono escluse anche le calzature, tema già contestato in precedenza: il primo ESPR Working Plan non le colloca nel ciclo regolatorio immediato e ne rinvia la priorità alla revisione intermedia del 2028, prevedendo prima uno studio dedicato di definizione dell’ambito (scoping study). Il JRC ha motivato la separazione anche sul piano tecnico: molte calzature sono solo parzialmente “tessili”, e prestazioni e massa dipendono soprattutto dalla suola, il che implicherebbe test e criteri diversi rispetto all’abbigliamento.
Sul fronte dell’informazione, l’architettura di riferimento è quella del passaporto digitale di prodotto, destinato a ospitare e veicolare i dati lungo la filiera con funzioni di tracciabilità e verificabilità. Le modalità con cui entrerà operativo per l’abbigliamento saranno oggetto dei lavori della prossima tappa (4th milestone) e perciò il tema non è stato approfondito durante la consultazione, anche se in misura minore è risultato fisiologico trattarlo: sia perché le opzioni di design emerse nel 3rd milestone sono in maggioranza requisiti informativi e quindi pongono subito questioni di dove, come e chi renderà disponibili e verificabili i dati; sia perché parallelamente si sta cominciando già a misurare il perimetro d’azione del DPP (e quindi dell’ESPR) rispetto al Regolamento sull’etichettatura tessile (Textile Labelling Regulation, TLR) − in fase di revisione − e a interrogarsi su come integrare le due prescrizioni e in quale forma, al fine di rendere meglio leggibili anche per il consumatore le informazioni. Secondo le prime ipotesi tese a seguire un approccio single-label, si aggiungerebbero obbligatoriamente nuove dichiarazioni di dati in formato digitale disciplinate dall’ESPR a quelle già oggetto della TLR. Non si esclude, inoltre, la possibilità di creare una hang-tag (etichetta fisica non permanente) che mostri soltanto le performance ESPR replicando fisicamente parte del DPP.
I dettagli relativi ai contenuti e all’impostazione/layout dei domini di etichettatura disciplinati dal TLR (quelli “classici”), inclusa l’etichetta di cura, saranno oggetto di consultazioni dedicate specifiche in una fase successiva, una volta adottata la proposta legislativa; tali dettagli dovrebbero essere disciplinati da un Atto delegato TLR e da un Atto di esecuzione TLR.

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Durabilità o robustezza?
Uno dei nodi più controversi che mostra bene la frizione tra ambizione regolatoria e limiti di misurabilità e verifica, è la durabilità. Il JRC ha sostenuto che dati e standard presenti oggi in letteratura non consentono di misurare l’invecchiamento dei capi, e quindi non permettono di legare le prestazioni a una durata d’uso nel tempo, così come intesa dal testo ESPR. Da qui la decisione di orientarsi verso la robustezza, definita come la capacità del capo di resistere a sollecitazioni esterne e di mantenere struttura e aspetto in maniera puntuale, cioè indipendentemente dal fattore temporale, che non viene considerato. Il passaggio da durabilità a robustezza ha dunque due limiti importanti, riconosciuti dal JRC stesso: il primo è che la robustezza non è in grado di identificare la durata di servizio prevedibile legata alle proprietà intrinseche del capo; il secondo è che un noto aumento del livello di prestazione dei parametri chiave della robustezza corrisponde a un aumento sconosciuto della durabilità fisica.

Per questa ragione – spiegano i ricercatori del JRC – viene proposto un requisito informativo, e non di prestazione, centrato su un punteggio di robustezza 0–10 sulla base di parametri quali parametri quali ispezione visiva (visual inspection), spiralità (spirality), variazione dimensionale (dimensional change) che tuttavia sono rilevanti più per la stabilità della forma del capo e non della resistenza del tessuto. Oltre a questa osservazione, diversi stakeholder hanno anche fatto notare che, in questa forma di requisito informativo, il baricentro dell’effetto atteso su un punto così critico come l’estensione della durata dei capi viene in larga parte spostato sul momento dell’acquisto: lo score dovrebbe guidare la scelta del consumatore (a patto che sia reso comprensibile abbastanza da non venir scambiato per “durabilità” in senso ESPR) e solo indirettamente spingere i produttori, per concorrenza, a migliorare il profilo del prodotto. Su questo asse si sono inanellate altre considerazioni di contesto e di urgenza: focalizzarsi sulla robustezza dal punto di vista esclusivamente informativo, pur in risposta a un vincolo di misurabilità sulla durabilità, rischia di lasciare meno presidiata un’altra componente decisiva della durata d’uso, cioè la durabilità cosiddetta “emotiva”, e più in generale le dinamiche di consumo prematuro che anticipano il fine vita del capo anche quando l’integrità materiale non è ancora compromessa. Questi argomenti sono stati considerati esterni al perimetro tecnico dello studio preparatorio e la discussione è stata ricondotta al fatto che consumo prematuro e overconsumption sono stati registrati nel quadro dell’analisi di mercato e di hotspot, ma non tradotte in opzioni di progettazione perché eccedenti il quadro dell’ESPR; la loro eventuale trattazione è stata quindi rinviata a strumenti e sedi di policy differenti. Resta così sullo sfondo una questione trasversale: fino a che punto l’ecodesign e il suo Regolamento, oltre a intervenire su prestazioni e informazione, possa e debba anche scardinare il ciclo di sovrapproduzione.
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Contenuto riciclato e closed-loop
Sul contenuto riciclato, il JRC ha recepito alcune osservazioni emerse nel 2nd milestone e ha presentato una revisione della definizione, che cambia il perimetro dei flussi ammessi e l’impostazione (più “di disponibilità” che di ciclo chiuso). La formulazione precedente era: “The proportion, by mass, of recycled fibres coming from recyclable textile apparel disposed as post-consumer waste”, ovvero “La proporzione, in massa, di fibre riciclate provenienti da capi di abbigliamento tessili riciclabili smaltiti come rifiuti post-consumo”.
La nuova definizione diventa: “The proportion, by mass, of recycled fibres from post-industrial, pre- and post-consumer waste, in a textile product”, tradotto “La proporzione, in massa, di fibre riciclate provenienti da capi di abbigliamento tessili riciclabili smaltiti come rifiuti post-consumo”. In altre parole, entrano esplicitamente post-industrial, pre- e post-consumer waste e, soprattutto, si ammettono materiali secondari provenienti da fonti diverse dal riciclo fibra-a-fibra.

Il JRC ha motivato questo allargamento con un argomento di fattibilità: pur essendo operativo su scala il riciclo meccanico fibra-a-fibra del poliestere (PES), la disponibilità complessiva di materia riciclata tessile-da-tessile resta insufficiente per un’adozione diffusa (dati presentati: circa 2% nel 2023). Da qui l’inclusione di flussi da altre filiere, in particolare PET da bottiglie, fonte quantitativamente e qualitativamente più consistente. Sul possibile “conflitto” con il packaging, il JRC ha richiamato le proprie stime: l’insieme degli obiettivi di contenuto riciclato nel mercato degli imballaggi corrisponderebbe a circa 56% del materiale disponibile nel 2030, lasciando quindi margine per altri usi.
Un punto emerso con chiarezza in consultazione è che la traiettoria verso il ciclo chiuso non viene calendarizzata. Alla domanda sul perché non sia fissata una tempistica per passare da un’impostazione “a ciclo aperto” a una “a ciclo chiuso”, la risposta riportata prudenziale è stata volta a spiegare che, in questa fase, l’obiettivo immediato è descrivere lo stato dell’arte e rendere praticabile un primo step facendo leva sui flussi disponibili oggi; scenari più ambiziosi restano possibili, ma rinviati a fasi successive. Un altro punto connesso al primo riguarda il fatto che una volta che il PET viene riciclato in abbigliamento non può essere riconvertito in bottiglie per via degli standard sui materiali a contatto con alimenti, e questo pesa come un’applicazione di valore più basso (downgrading). Se il tessile assorbe PET da bottiglie, rischia di “spiazzare” un uso potenzialmente più circolare (la sua sorte successiva è l’inceneritore o al più, in prospettiva, il riciclo chimico) o di maggior valore nel packaging, e nello stesso tempo non costruisce necessariamente la base industriale del riciclo tessile-tessile. È un equilibrio delicato tra usare flussi disponibili e non restare bloccati in un modello che non porta al ciclo chiuso.
Riciclabilità ed elastan
Nel 3rd milestone, il JRC ha impostato la riciclabilità come requisito informativo, traducendola in un recyclability score (0–10), in cui l’elastan funziona come discrimine: oltre il 15% − o oltre il 20% nel caso di miscele ricche di PA6 (>80%) − il prodotto viene classificato come “non riciclabile” e il punteggio si azzera; sotto soglia, invece, lo score cresce man mano che il design riduce i fattori di disturbo per cernita e riciclo (per esempio finiture, coating, stampe o componenti che complicano le operazioni a valle).

Alcuni stakeholder hanno argomentato in favore di requisiti di prestazione più netti sui fattori di disturbo del riciclo (i disruptor), sostenendo che un semplice punteggio rischia di trasferire sul consumatore − e sulla sua capacità di interpretare trade-off – la scelta fra funzionalità, durata e riciclabilità, senza fornire un segnale industriale abbastanza forte e chiaro. Dall’altro, rappresentanze industriali hanno richiamato il rischio speculare: soglie rigide potrebbero tagliare dal mercato segmenti funzionali in cui l’elastan pare giustificato. Il JRC, per ora, intende rendere visibile l’effetto delle scelte di design tramite informazione e rinviare l’eventuale irrigidimento a quando la lettura di sistema sarà più completa. Non a caso, la questione della distanza fra riciclabilità “di progetto” e riciclo effettivo (capacità impiantistiche, raccolta, incentivi) è stata esplicitamente rimandata alla successiva analisi di scenario (4th milestone), pur sostenendo che l’aumento ipotizzato nei modelli preliminari resterebbe, allo stato attuale, entro margini assorbibili.
L’impronta ambientale/carbonica di manifattura
La consultazione si è aperta anche al fronte di discussione relativo all’ipotesi di una misurazione dell’impronta ambientale o di carbonio limitata alla manifattura, associata a un’etichetta di eccellenza. La proposta si appoggia ai benchmark del PEFCR e, per evitare confronti distorti tra fibre e dataset, esclude la fase delle materie prime richiamando la non omogeneità dei confini di sistema; allo stesso tempo esclude la distribuzione, motivando la scelta con il rischio di introdurre svantaggi competitivi legati a importazioni e trasporto (e quindi possibili frizioni commerciali). Anche in questo caso l’impostazione è prudente: non un requisito di performance, ma un’indicazione d’informazione peraltro volontaria per chi intende dimostrare prestazioni virtuose. Come messo in evidenza da alcuni stakeholder, l’impostazione volontaria rischia di assomigliare più a un segnale reputazionale che a un requisito informativo generalizzato, soprattutto se si ammettono dati secondari (pur con l’intenzione dichiarata di incentivare l’uso di dati primari). Per il JRC, invece, la volontarietà resta legata al costo e alla diffusione ancora limitata di queste pratiche, con l’idea che un meccanismo di riconoscimento dell’eccellenza possa comunque spostare il mercato, ma senza imporre subito un onere uniforme a tutti gli operatori.

Opzioni di design escluse dalle proposte del 3rd milestone
In consultazione si è anche discusso di ciò che non viene tradotto, per ora, in un’opzione di ecodesign. Il caso del particolato rilasciato dai tessili è un fenomeno trasversale al ciclo di vita: avviene durante la produzione (scarichi e dispersioni non sempre intercettati da sistemi di controllo), nella fase d’uso e manutenzione (attrito, detergenti, esposizione ai raggi UV, caratteristiche della lavatrice e durezza dell’acqua, oltre al comportamento dell’utente) e anche nella gestione del fine vita (discarica, incenerimento, riciclo). Il punto di arresto nello studio preparatorio è metodologico: il JRC riporta che oggi non esiste una definizione standardizzata sufficientemente condivisa del particolato e, soprattutto, metodi armonizzati per campionamento, caratterizzazione e quantificazione lungo tutti i punti di rilascio della catena del valore. L’ISO 4484 è richiamata come riferimento utile ma parziale (centrata sulle emissioni post-lavaggio) e quindi non consente, da sola, né un’identificazione robusta degli hotspot né la costruzione di strategie di mitigazione verificabili. La conclusione, ribadita in consultazione, è che prima di proporre un requisito regolatorio occorre “sbloccare” il tema con standardizzazione (definizioni, metodi e misure comparabili), includendo anche la distinzione tra particolato biodegradabile e non biodegradabile.
Un secondo filone riguarda la riparabilità. Qui il JRC ha spiegato perché non ha portato avanti un requisito di prestazione o uno scoring: dalle indagini svolte risulta loro che, in linea di principio, qualsiasi capo può essere riparato, e i tentativi di trasformare la riparabilità in un punteggio “oggettivo” si scontrano con una pluralità di fattori difficili da quantificare − anche se esistono indicatori proxy come l’accessibilità dei componenti, la facilità di smontaggio, la disponibilità di parti di ricambio o di servizi di riparazione. La proposta che resta sul tavolo, non modellata nei calcoli ma soltanto considerata, è un requisito informativo: indicare nel DPP se il marchio offre servizi di riparazione, con dettagli e contatti, con l’obiettivo di rendere visibile un’infrastruttura già esistente dove presente.
Infine, sulla sostenibilità della produzione delle fibre, la consultazione ha mostrato un confine analogo tra rilevanza del tema e capacità di tradurlo in requisiti ecodesign in questa fase. Alcuni stakeholder hanno chiesto perché, a fronte del richiamo nell’ESPR alle materie prime sostenibili, il JRC non entri in requisiti più sostanziali su fibre e modalità produttive. La risposta è stata impostata su due assi. Da un lato, manca una definizione operativa condivisa di “materia prima sostenibile” e costruirla richiederebbe una valutazione sistemica che consideri uso del suolo, competizione con altri settori, coerenza tra strategie UE e rischio di distorsioni di mercato. Dall’altro, la scala del lavoro necessario risulta incompatibile con la timeline e con il perimetro ESPR: non si tratta solo di distinguere 7–8 fibre principali, ma di affrontare varianti produttive, fonti diverse per fibre artificiali e sintetiche e una pluralità di percorsi industriali. La proposta ipotizzabile, anche qui, si stabilisce nel campo informativo volontario: indicare la conformità a criteri già codificati dalla normativa UE sul biologico per alcune fibre.
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