domenica, Febbraio 8, 2026

Giornata di prevenzione dello spreco alimentare: tutto il cibo che gettiamo e perché

Lo spreco alimentare non è solo una questione familiare: è un fenomeno globale che incide sull'ambiente in maniera massiccia, ma che ha anche ripercussioni sociali ed etiche. Gli ultimi dati di Waste Watcher ci aiutano a conoscere meglio i nostri rifiuti alimentari

Ludovica Nati
Ludovica Nati
Social media manager, copywriter, blogger e fotografa paesaggista. Collabora con diverse realtà i cui ambiti spaziano dalla sostenibilità ambientale alla medicina, dalla promozione territoriale e turistica alle aziende di servizi o di trasporti. Digital strategy, gestione social, redazione di testi SEO, copywriting, consulenza 2.0 e creazione di contenuti fotografici e grafici sono i suoi principali ambiti di competenza. Fa parte del network di Eco Connection Media

Mai come in questi anni il tema della prevenzione dello spreco alimentare ha occupato una posizione così centrale nel dibattito pubblico e nelle agende internazionali. Un tema intrecciato a doppio filo con la lotta al cambiamento climatico i temi etici e la corretta gestione delle risorse (limitate) del Pianeta. È proprio in risposta a questa crescente attenzione, e alla necessità di mantenere alta la guardia trasformando la consapevolezza in abitudine, che ogni 5 febbraio, dal 2014, si celebra la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, ideata ed istituita dalla Campagna Spreco Zero con l’Università di Bologna − Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari e con il Ministero dell’Ambiente.

La ricorrenza ci ricorda che lo spreco alimentare è il risultato di una filiera che troppo spesso perde efficienza, di standard estetici di mercato troppo rigidi e, soprattutto, di abitudini domestiche che faticano ad adattarsi ai tempi. Una giornata che serve a ribadire che il cibo ha un valore intrinseco che supera il suo prezzo di mercato; un valore sociale, ambientale ed etico che viene annullato nel momento in cui un prodotto edibile finisce nella spazzatura. L’edizione 2026 è dedicata al tema #2030Calling, a sottolineare la necessità di ridurre di almeno 50 grammi a settimana il cibo che finisce nella spazzatura per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030.

L’urgenza sistemica: oltre l’etica, l’ambiente

Se inizialmente la lotta allo spreco alimentare era mossa principalmente da ragioni etiche − è inaccettabile sprecare mentre una parte di mondo soffre la fame − nel 2026 anche la motivazione ambientale si è fatta strada, divenendo di fondamentale importanza. La prevenzione dello spreco alimentare è stata, infatti, una delle strategie più efficaci che possiamo perseguire per contrastare il cambiamento climatico. 

La Giornata odierna diventa, così, un appuntamento fondamentale per misurare, come anticipato, la distanza che ci separa dagli obiettivi dell’Agenda ONU 2030, in particolare il Target 12.3 che impone di dimezzare lo spreco pro capite globale di rifiuti alimentari nella vendita al dettaglio e dei consumatori e ridurre le perdite di cibo lungo le filiere di produzione e fornitura, comprese le perdite post-raccolto

I dati dell’Osservatorio Waste Watcher 2026

Proprio per capire a che punto siamo in questo percorso, l’Osservatorio Waste Watcher International ha, come di consueto, diffuso in questi giorni i dati aggiornati del Rapporto “Caso Italia 2026”. L’indagine scatta una fotografia impietosa ma necessaria delle nostre abitudini, offrendo una base scientifica su cui costruire le politiche dei prossimi mesi. L’analisi di quest’anno ci restituisce l’immagine di un Paese in chiaroscuro, dove la consapevolezza teorica è altissima, ma la pratica quotidiana sconta ancora diverse difficoltà. I numeri del 2025 (anno di riferimento del report) indicano che lo spreco domestico si è attestato su livelli che richiedono ancora massima allerta. Nonostante una leggera flessione (-10% di cibo che finisce nella spazzatura rispetto al 2024), le famiglie italiane − in ambito casalingo − continuano a gettare quantità rilevanti di cibo, per un controvalore stimato di oltre 7 miliardi di euro che finiscono nella spazzatura. 

Considerando però l’intera filiera del cibo, lo spreco alimentare del cibo in Italia vale nel complesso oltre 13 miliardi e mezzo di euro, che equivalgono ad oltre 5 milioni di tonnellate di alimenti, numeri ancora troppo alti! 

Leggi anche: Che cos’è e come funziona il Veganuary: per scoprire le bontà di un’alimentazione vegetale e sostenibile

spreco alimentare ristorante

Quali sono gli alimenti che vengono più sprecati in Italia

Scendendo nel dettaglio delle tipologie di prodotti, il Rapporto evidenzia come la categoria del “fresco” sia quella che soffre maggiormente. Frutta e verdura, seguite dal pane fresco, rappresentano ancora la quota maggioritaria del cibo gettato. È interessante notare come vi sia una correlazione sempre più stretta tra l’inflazione alimentare e lo spreco: l’acquisto di grandi formati per ammortizzare i costi unitari, se non accompagnato da una attenta pianificazione domestica, finisce spesso per generare paradossalmente più scarti. Si crea così un cortocircuito economico in cui il consumatore crede di risparmiare all’acquisto, ma perde denaro al momento dello smaltimento, vanificando il beneficio iniziale.

Nord, Sud o Centro Italia, dove si spreca di più il cibo?

Analizzando la distribuzione territoriale del fenomeno, il Rapporto traccia una mappa disomogenea. Si conferma una tendenza già emersa negli anni passati: è nelle regioni del Sud Italia che si registrano le percentuali di spreco pro capite più elevate (+7% rispetto alla media nazionale), spesso correlate a dinamiche socio-economiche più complesse e a una gestione logistica della spesa meno ottimizzata. Al contrario, il Nord e il Centro mostrano performance leggermente più virtuose (rispettivamente -7% e +3% sulla media nazionale), pur rimanendo distanti dall’obiettivo.

Il divario generazionale: la Gen Z tra ideali e realtà

Particolarmente interessante è lo spaccato generazionale offerto dall’indagine. Emerge qui un apparente paradosso che riguarda i più giovani. Se da un lato la Generazione Z (persone nate fra il 1997 e il 2012) è quella che manifesta la più alta sensibilità ambientale e la maggiore preoccupazione per il cambiamento climatico, dall’altro risulta essere la fascia di popolazione che spreca di più tra le mura domestiche. La mancanza di esperienza nella gestione della cucina, la tendenza al consumo di pasti veloci o delivery e una minore abitudine al riutilizzo degli avanzi penalizzano i giovani rispetto ai Boomer (la generazione nata fra il 1946 e il 1964), che si confermano invece i consumatori più attenti e parsimoniosi, custodi di una cultura anti-spreco radicata nella tradizione. Questo dato evidenzia l’urgenza di un’educazione alimentare che vada oltre i principi teorici e fornisca ai giovani strumenti pratici di economia domestica.

Segnali positivi dal mondo della ristorazione

Se tra le mura domestiche la battaglia è ancora aperta, il fronte del consumo fuori casa mostra segnali incoraggianti. Il Rapporto 2026, monitorato in sinergia con Confcommercio e FIPE, evidenzia che 8 italiani su 10 (93%) non sprecheranno il cibo al ristorante perché di regola lo consumano tutto, oppure porteranno a casa il cibo rimasto: la richiesta della cosiddetta “Doggy Bag” (o vaschetta per l’asporto degli avanzi) non è più vissuta con imbarazzo dai clienti, ma inizia a essere percepita come un atto di responsabilità. Non solo, dal report emerge anche che 6 volte su 10 la proposta di recuperare il cibo avanzato arriva direttamente dal ristoratore.

spreco alimentare tavola

Leggi anche: SPECIALE | Spreco alimentare

Dalle analisi alle soluzioni: una petizione e un progetto per il recupero del cibo 

Questa Giornata diventa ogni anno trampolino per nuove proposte. Quest’anno, ad esempio, segna il debutto del Donometro, il nuovo progetto della Campagna Spreco Zero di Last Minute Market che mette in connessione i pubblici esercizi e gli enti del Terzo Settore, per facilitare la donazione delle eccedenze ancora perfettamente consumabili, consentendo alle associazioni di organizzare in modo efficiente la raccolta e la distribuzione di alimenti ancora perfettamente consumabili alle persone che ne hanno bisogno, superando le difficoltà organizzative, burocratiche e logistiche. Attraverso la piattaforma è inoltre possibile monitorare tutti gli alimenti recuperati e rendicontare l’impatto ambientale positivo generato, in termini di sprechi evitati e risorse risparmiate. 

Parallelamente, sul fronte dell’attivismo civico, l’associazione RECUP − nata per dare una risposta concreta allo spreco alimentare e all’esclusione sociale − lancia una sfida politica precisa: rendere il recupero delle eccedenze nei mercati rionali non più un atto di volontariato sporadico, ma una pratica strutturale e riconosciuta per legge. Per trasformare questa visione in norma, l’associazione ha rilanciato una petizione nazionale con l’obiettivo di raccogliere 5.000 firme: un appello diretto alle istituzioni affinché la gestione degli invenduti nei mercati diventi una priorità legislativa, chiudendo il cerchio tra lotta allo spreco e sostegno sociale.

Leggi anche: La lotta allo spreco alimentare si fa (anche) tra i cassonetti dei supermercati

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