Le imprese attive nel riuso e nella riparazione generano evidenti benefici sociali: oltre a contribuire alla tutela dell’ambiente, danno già oggi un apporto economico in termini di occupazione, sviluppano competenze coerenti con la transizione ecologia, e sono soprattutto inclusive, perché danno lavoro persone con percorsi difficili come ex detenuti, persone con problemi di dipendenze, senza dimora, vittime di violenza domestica, comunità emarginate, persone con disabilità o problemi psichici.
Il contributo alla coesione sociale del recupero e della riparazione sarà uno dei focus principali dell’evento “Persi nella transizione? Una bussola per un’economia circolare inclusiva”, organizzato da RREUSE (Reuse and Recycling European Union Social Enterprise), il network internazionale che raccoglie circa 1200 imprese sociali attive nel riuso in tutta Europa, a Napoli domani e dopodomani (22 al 23 ottobre), insieme al partner italiano Rete 14 Luglio. Ed è stato il tema al centro dell’intervista, a pochi giorni dall’inizio dei lavori, di EconomiaCircolare.com alla direttrice di RREUSE, Neva Nahtigal, per riflettere su opportunità e ostacoli per le aziende dell’economia sociale e circolare di tutta Europa.
Perché, secondo lei, i lavori legati al riuso, alla riparazione e in generale all’economia circolare faticano a essere riconosciuti nel loro valore sociale?
Ci sono molte ragioni. Una è che esistono miti o pregiudizi sui tipi di lavoro disponibili in questo settore. A livello europeo si parla molto di “lavori di qualità” e della relativa roadmap. Noi vogliamo dimostrare che anche nell’economia circolare esistono lavori di qualità e che le competenze acquisite in questo ambito sono esattamente quelle necessarie per la transizione verde.
Un altro motivo, secondo me, è culturale. Tutti vogliamo essere “moderni” e non sembra moderno riparare un ombrello o rammendare dei calzini, come facevano i nostri genitori o nonni. Eppure, proprio queste sono le competenze di cui abbiamo bisogno se vogliamo sviluppare il settore della riparazione e dell’economia sociale.
Infine, c’è una mancanza di connessione tra la dimensione sociale e quella ambientale, dal livello europeo fino a quello locale. Spesso sono persone che lavorano su dossier diversi e non collaborano tra loro nella stesura delle normative, diminuendo l’efficacia anche nelle politiche del lavoro, riducendo la capacità di valorizzare l’impatto occupazionale e formativo dell’economia circolare.
Quali opportunità vede invece nel riuso, sia per le persone che per il mercato del lavoro?
Ce ne sono molte, e il settore già oggi dà un contributo notevole dal punto di vista economico e occupazionale. Queste attività forniscono anche servizi ambientali, quindi producono beni pubblici. Le imprese sociali creano posti di lavoro inclusivi e locali. Ci sono realtà con cinquanta dipendenti, di cui quaranta provenienti da una condizione di disoccupazione di lungo periodo. Si tratta di persone che ricevono il giusto supporto: a volte serve più formazione, a volte meno, ma l’obiettivo è includere chi altrimenti resterebbe ai margini del mercato del lavoro a causa di barriere sociali.
Tutto ciò contribuisce anche alla coesione sociale e ad arricchire il tessuto sociale. In molte di queste imprese lavorano persone di decine di nazionalità diverse o con esperienze di vita difficili: ex detenuti, persone con problemi di dipendenze, senza dimora, vittime di violenza domestica, appartenenti alla comunità emarginate, persone con disabilità.
Abbiamo raccolto questi dati nel nostro report annuale. Le imprese e organizzazioni del network impiegano oltre 110.000 lavoratori, tirocinanti e volontari nei Paesi membri. Le loro attività contribuiscono anche alla tutela ambientale: nel 2022 hanno prolungato la vita utile di 214.500 tonnellate di prodotti, evitando che finissero in discarica, con un risparmio di emissioni pari a quelle generate da più di 100.000 cittadini europei in un anno.
Leggi anche: A Napoli la conferenza di RREUSE: il ruolo delle imprese sociali nella transizione ecologica
Dal punto di vista istituzionale, quali incentivi servirebbero per rafforzare la dimensione sociale dell’economia del riciclo, del riuso e della riparazione?
Ce ne sono diversi. A livello europeo abbiamo pubblicato il documento “Social and Circular Policy Outlook”, che elenca le misure che riteniamo prioritarie. Tra queste: collegare le agende sociale e ambientale, assicurando che equità e sostenibilità procedano insieme; porre la gerarchia dei rifiuti al centro delle politiche, dando priorità a prevenzione, riuso e riparazione; e creare un contesto favorevole per le imprese sociali attraverso strumenti mirati di finanza pubblica e appalti, così da rafforzarne il contributo all’economia circolare e al benessere collettivo.
Una prima area su cui intervenire è sicuramente quella degli appalti pubblici: se si rendesse obbligatorio per gli enti tenere conto di criteri sociali e ambientali, e non solo del prezzo più basso, si creerebbero nuove opportunità. Potrebbero anche esserci contratti riservati a determinati attori, come le imprese sociali. Un buon esempio in questo senso è la Spagna, dove esiste una legge – introdotta nel contesto delle misure di ripresa post-Covid-19 – che riserva contratti per la gestione dei rifiuti tessili e, in generale, per la gestione dei rifiuti alle imprese sociali. In questi casi la quota riservata può arrivare fino al 50%. È un modello virtuoso, perché crea un mercato stabile per queste realtà.
Poi servono incentivi finanziari. In alcuni Paesi esistono già strumenti come i voucher per la riparazione, che incoraggiano i consumatori a riparare i propri beni, magari rivolgendosi a imprese sociali. Il primo caso è stato quello di Vienna, poi esteso ad altre aree dell’Austria. Inizialmente era focalizzato sull’elettronica e finanziato con fondi legati alla ripresa post-pandemia, anche se in seguito ha avuto problemi di continuità finanziaria. È necessario intervenire sugli aiuti di Stato. Sempre in Austria, ad esempio, alcune imprese che svolgono attività circolari e sociali non vengono riconosciute come fornitrici di servizi sociali essenziali e per questo sono escluse dai finanziamenti per l’inclusione lavorativa.
C’è anche la fiscalità: ad esempio, IVA ridotta o azzerata per prodotti riparati o di seconda mano, perché oggi spesso questi beni vengono tassati due volte. Un buon esempio è quello delle Fiandre (Belgio), dove esistono misure di questo tipo, anche se i dettagli variano. Infine, altro elemento importante riguarda l’Extended Producer Responsibility (EPR): i fondi raccolti dovrebbero essere vincolati al rispetto della gerarchia dei rifiuti, cioè dare priorità a prevenzione, riuso e riparazione, e solo dopo al riciclo.
A proposito di schemi di responsabilità estesa del produttore, quale può essere il ruolo delle imprese sociali, ad esempio nei settori dell’elettronica o del tessile?
Secondo noi, e secondo i nostri membri, l’EPR non dovrebbe essere gestita direttamente dai produttori. Non ha senso che siano gli stessi produttori a controllare il sistema.
Gli stakeholder, incluse le imprese sociali e gli enti locali, dovrebbero far parte della governance, per assicurare che i fondi vengano distribuiti in modo coerente con la gerarchia dei rifiuti e con criteri ecologici e sociali, cosa che i produttori difficilmente farebbero da soli.
È importante anche garantire finanziamenti per gli attori che gestiscono realmente i rifiuti — cioè le imprese dell’economia sociale — e regolare la proprietà e l’accesso ai flussi di rifiuti. In molti Paesi, infatti, anche dove esistono schemi EPR, ci sono ancora problemi su chi può accedere ai beni raccolti, in che fase e in quali condizioni. Un EPR ben strutturato potrebbe invece creare spazio per una gestione più sociale e sostenibile dei beni dismessi.
Perché, secondo lei, le istituzioni danno ancora più attenzione al riciclo che al riuso o alla riparazione?
È una domanda semplice a cui rispondere, ma centrale. In poche parole, il riciclo è la via più facile, e per un attore di mercato orientato al profitto è quella più conveniente, perché distruggendo il bene può comunque vendere un nuovo prodotto. È una sorta di “carta d’uscita libera di prigione”: si dice di fare economia circolare, ma in realtà si distrugge il bene e magari si recupera solo il 5-10% dei componenti.
Allungare la vita di un prodotto, invece, significa non venderne uno nuovo, ed è per questo meno appetibile economicamente. Il riciclo, però, genera meno posti di lavoro rispetto al riuso e alla riparazione: crea circa 3 posti ogni 1.000 tonnellate di materiali, mentre la riparazione ne crea in media 70. Quindi la domanda è: siamo sicuri che sia la scelta davvero più conveniente? In fin dei conti si tratta di un fallimento del mercato e di una mancanza di volontà politica di intervenire per correggerlo.
Leggi anche: Le proposte di RREUSE per la revisione della direttiva Raee
© Riproduzione riservata



