sabato 14 Marzo 2026

Veillard (ZWE): “Bassa efficienze e alto impatto ambientale: quello chimico non è riciclo”

Secondo Zero Waste Europe, "la pirolisi e la gassificazione devono essere considerate come recupero e non come riciclaggio". Inoltre il modo scelto dalla Commissione per tracciare il materiale riciclato attraverso il riciclo chimico "consente che alcune tecnologie possano dichiarare elevate percentuali di contenuto riciclato che in realtà non possono essere raggiungere"

Daniele Di Stefano
Daniele Di Stefano
Giornalista ambientale, redattore di EconomiaCircolare.com e socio della cooperativa Editrice Circolare

EconomiaCircolare.com ha raccontato di come il riciclo chimico stia per entrare nella nostra quotidianità attraverso le bottiglie di acqua minerale del supermercato, ad esempio. Siamo infatti ad un passo dall’approvazione del progetto di decisione di esecuzione presentato dalla Commissione UE e relativo al contenuto di plastica riciclata nelle bottiglie monouso in PET per bevande (direttiva SUP). Tra le novità più rilevanti appunto l’inclusione del PET riciclato chimicamente ai fini del raggiungimento degli obiettivi di contenuto minimo riciclato nei nuovi imballaggi. Ne parlo con Lauriane Veillard, Chemical Recycling and Plastic-to-Fuels Policy Officer di Zero Waste Europe (ZWE), associazione che da sempre giudica molto negativamente la decisione dell’esecutivo UE.

 

Lauriane Veillard, Zero Waste Europe critica duramente il contenuto del progetto di decisione di esecuzione, parlando di greenwashing. Perché?

La proposta della Commissione consente che determinate tecnologie siano riconosciute come “riciclo chimico”, mentre secondo noi non possono essere considerate tali a causa della loro bassa efficienza e resa, nonché dell’elevato impatto ambientale.

In breve, il modo in cui viene tracciato il materiale riciclato consente, alla fine del processo, che alcune tecnologie possano dichiarare elevate percentuali di contenuto riciclato, che in realtà non possono essere raggiungere. Più concretamente: nel caso della pirolisi si stima che il contenuto massimo di materiale riciclato nella plastica alla fine del processo possa essere al massimo del 2%, mentre con la regola di allocazione stabilita dalla Commissione è possibile dichiararne fino al 100%. Creando chiaramente una discrepanza tra realtà e dichiarazioni che non solo porta al greenwashing ma anche a condizioni di disparità tra le diverse tecnologie.

riciclo chimico zero waste Europe
Fonte: Zero Waste Europe

Leggi anche: Riciclo del PET, per gli obiettivi della SUP si va verso made in Europe e riciclo chimico

Il problema è il bilancio di massa in quanto tale o la declinazione di questa metodologia di calcolo proposta della Commissione?

Esistono diversi sistemi contabili che garantiscono diversi livelli di tracciabilità e trasparenza: dalla segregazione totale a quello che viene chiamato “book-and-claims”. Dal nostro punto di vista, dovremmo sempre privilegiare quelli che garantiscono il massimo livello di trasparenza e tracciabilità, poiché sono quelli che consentono una transizione sicura verso l’economia circolare. Quello che abbiamo sempre sostenuto è che si debba puntare al massimo livello di trasparenza e tracciabilità, ovvero alla segregazione, alla miscelazione controllata e, quando ciò non è possibile, possiamo accettare l’uso del bilancio di massa, ma a condizioni specifiche, ovvero l’assegnazione proporzionale a livello di lotto.

Perché fosse garantigta maggiore tracciabilità nel riciclo chimico avete fatto alla Commissione alcune proposte, tra cui appunto il bilancio di massa “a livello di lotto”. Ci può spiegare?

Quando non è possibile separare nella catena di approvvigionamento le materie prime riciclate da quelle vergini, il bilancio di massa “a livello di lotto” consentirebbe di conoscere la percentuale di materiale riciclato immesso nel processo e stimare il contenuto riciclato effettivo nei prodotti finali immessi sul mercato. Ma questo metodo non viene utilizzato dalla Commissione: che utilizza invece il livello di impianto, che non garantisce tracciabilità. Per “impianto” si indica infatti uno o più stabilimenti di produzione situati nello stesso sito, sotto il controllo gestionale dello stesso operatore economico, in cui vengono gestite attività, prodotti e servizi.

riciclo chimico zero waste Europe
Fonte: Zero Waste Europe
Invece la Commissione ha scelto il modello con esenzione del materiale usato come carburante (fuel-use exempt model). Che non vi convince. Perché?

Col fuel-use exempt model le quantità di input da rifiuti plastici utilizzato come combustibile nel processo sono giustamente escluse, ma la quantità restante è liberamente ripartita tra i prodotti finali, al di là dagli input. Questo modello contabile che, come abbiamo raccontato, consente la più ampia riallocazione possibile tra i prodotti finali, al di là degli input effettivi, è problematico perché crea una netta distinzione tra ciò che accade nella realtà e ciò che può essere dichiarato.

Fatto ancora più problematico perché crea condizioni di disparità tra i riciclatori, favorendo le tecnologie con il maggiore impatto ambientale e interrompendo la tracciabilità lungo la catena del valore. In altre parole, stiamo creando una scatola nera.

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Fonte: Zero Waste Europe

Leggi anche: Davvero il riciclo chimico della plastica è un’altra falsa soluzione dell’industria petrolifera?

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