Da semplificazione a deregulation: “Così le imprese sono entrare nella cabina di regia dell’Ue”

Secondo Corporate Europe Observatory le imprese non si limitano a fare pressione sulla Commissione UE dall’esterno, ma riescono a orientare l’agenda pubblica, le priorità politiche e perfino il modo in cui le leggi vengono scritte

Daniele Di Stefano
Daniele Di Stefano
Giornalista ambientale, redattore di EconomiaCircolare.com e socio della cooperativa Editrice Circolare

Da dove proviene la deregolamentazione europea? “Da approfonditi colloqui tra la Commissione europea e le associazioni imprenditoriali, spesso nell’ambito di nuove forme di dialogo poco trasparenti”. È questo il cuore del  rapporto “This is what corporate capture looks like!” del Corporate Europe Observatory, secondo il quale la “cosiddetta ‘agenda di semplificazione’ è il risultato di una collaborazione tra i commissari europei e i gruppi di pressione”.

Non è la prima volta che la deregolamentazione entra nell’agenda della politica e dell’esecutivo europeo, eppure, secondo l’associazione, quella presente “si distingue per la sua portata e la sua metodologia: a tutti i commissari europei vengono imposti obblighi rigorosi in materia di deregolamentazione, e il processo è destinato a protrarsi per anni”. Un processo in cui “i lobbisti delle grandi aziende e altri rappresentanti del mondo imprenditoriale sono invitati a svolgere un ruolo di primo piano”.

Secondo Corporate Europe Observatory si può riscontrare “un elevato livello di ‘influenza delle imprese’ nei numerosi incontri che i commissari hanno avuto con i rappresentanti del mondo imprenditoriale”. E gli “Implementation Dialogues” e i “Reality Checks” usati per spingere avanti la semplificazione, dice l’associazione, sono “dominati dai rappresentanti del mondo imprenditoriale”.

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“In atto una cattura corporativa del processo decisionale UE”

Per descrivere questa situazione viene usata l’espressione corporate capture: le imprese non si limitano a fare pressione dall’esterno, ma riescono a orientare dall’inizio l’agenda pubblica, le priorità politiche e perfino il modo in cui le leggi vengono scritte. “Il ‘programma di semplificazione’ incarna un nuovo livello di cattura corporativa del processo decisionale”.

Uno dei passaggi più rilevanti del report è la ricostruzione delle origini di questa agenda. Gli autori sostengono che la svolta non nasca principalmente dalle elezioni europee del 2024 o dalla nuova maggioranza più spostata a destra, ma da una pressione organizzata e precedente dei grandi gruppi d’interesse economici. Già dal 2022, le principali lobby imprenditoriali europee chiedevano meno vincoli, meno obblighi di rendicontazione e un salto di qualità verso un’Europa più accomodante per le imprese: “Il motore principale è arrivato dalla pressione dei gruppi di lobbying aziendale”. Pressione che vede un momento cruciale nel vertice di Anversa del febbraio 2024, conferenza organizzata da una coalizione composta principalmente da aziende e associazioni imprenditoriali, “per lo più appartenenti ai settori ad alto consumo energetico, e guidata dal CEFIC, l’associazione dell’industria chimica europea e suo principale organo di lobbying a Bruxelles”. Tra gli ospiti anche la presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

La dichiarazione di Anversa

Nella Dichiarazione di Aversa, gli organizzatori avanzano dieci proposte (o richieste, secondo il report) parte di un più ampio “Industrial Deal”. Veniva proposto (punto uno della dichiarazione) un piano d’azione per “eliminare le incoerenze normative, gli obiettivi contrastanti, l’inutile complessità della legislazione e l’eccesso di rendicontazione”. Per farlo sarebbe stata necessario, si legge ancora nel decalogo, “una proposta omnibus che preveda misure correttive su tutti i regolamenti UE esistenti pertinenti, come primo atto legislativo da presentare nel prossimo ciclo istituzionale dell’UE”. E poi si invocavano (punto nove) misure volte a tenere sotto controllo la regolamentazione, secondo un “nuovo spirito legislativo” per evitare “regolamenti di attuazione prescrittivi e dettagliati”. Secondo Corporate Europe Observatory “Anversa è diventata una pietra miliare politica. Non solo la Commissione ha soddisfatto tutte e dieci le richieste di Anversa, ma la presidente von der Leyen tornerà ad Anversa sia nel 2025 che nel 2026 per riferire all’industria sui risultati raggiunti”.

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Gli incontri dei Commissari UE

Il cuore investigativo del rapporto è nei numeri che tratteggiano il panorama degli incontri dei commissari UE che stanno avendo un ruolo di primo piano nei vari Omnibus: incontri ai quali sono invitati soprattutto aziende e associazioni imprenditoriali, mentre sindacati e organizzazioni civiche restano ai margini.

Corporate Observatory Europe confronta il primo anno della prima Commissione von der Leyen (2019-2014) e il primo del secondo mandato. Secondo il report emerge “una maggiore propensione a incontrare gruppi imprenditoriali nel 2025”. Nel primo mandato, secondo un’analisi di Table Media, il 62% degli incontri è avvenuto con gruppi imprenditoriali (aziende o associazioni) e il 22% con ONG. Nel secondo mandato “le percentuali sono state del 69% con gruppi imprenditoriali e del 16% con ONG”.

Il report dedica molte pagine ai due strumenti utilizzati dalla Commissione: gli Implementation Dialogues e i Reality Checks. Se “in teoria”, servirebbero a capire meglio “la realtà sul campo”, secondo l’associazione “sembra che la ‘realtà sul campo’ sia quella percepita dagli imprenditori e dalle associazioni di categoria del settore”.

La fata morgana

Nel primo “Rapporto annuale di sintesi sulla semplificazione, l’attuazione e l’applicazione”, la Commissione UE fornisce i dati relativi ai partecipanti alla prima tornata di dialoghi sull’attuazione:  28 incontri con un totale di 550 persone. A prima vista “la situazione non appare particolarmente preoccupante. Con i gruppi della società civile che rappresentano il 28% dei partecipanti e le ‘imprese di grandi dimensioni’ solo il 25%”: sembra quindi esserci “un equilibrio tra i diversi interessi in gioco”. Ma è solo un effetto ottico (il report parla di una “fata morgana”): “Il fatto che si sia tenuto un dialogo sull’attuazione delle politiche giovanili con la partecipazione di 16 organizzazioni della società civile non rende più accettabile un dialogo sull’attuazione, ad esempio, della semplificazione e dell’industria della difesa, con 33 organizzazioni imprenditoriali e un solo rappresentante sindacale”. Né, proseguono gli autori, “un altro dialogo sulla creatività con 14 organizzazioni della società civile e 6 istituzioni pubbliche rende accettabile che il dialogo sulla fiscalità includa 38 rappresentanti delle imprese e nemmeno un sindacato o un gruppo della società civile”.

Fatta la tara, “se escludiamo i dialoghi di attuazione che non riguardano la semplificazione, ne rimangono 34 che ci danno un’immagine molto diversa”. Sommando i gruppi imprenditoriali, “si arriva a un impressionante 71,1% su un totale di 725 soggetti partecipanti”. Mentre “le organizzazioni della società civile e quelle sindacali si attestano a un modesto 11,3%”. Una lettura più attenta dei dati fa quindi emergere “il predominio degli interessi imprenditoriali in tutti i dialoghi di attuazione con un chiaro legame con l’agenda della ‘semplificazione’. Non si può affermare che nessuno dei dialoghi in questione rappresenti un equilibrio tra i diversi interessi”.

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Fonte: Corporate Europe Observatory

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Ripristinare una vera “better regulation”

Gli autori non si limitano a denunciare gli squilibri descritti: chiedono di fermare questo metodo prima che diventi lo standard permanente dell’Unione. Se si lascia che l’attuale modello “centrato sulla ‘semplificazione’ proceda senza freni, e se gli si permette di protrarsi così a lungo, finirà per diventare una seconda natura, il modo in cui le cose vengono semplicemente fatte”. Secondo l’associazione, quindi, “non si tratta solo di una sfida da affrontare fino al 2029: sta plasmando il futuro stesso dell’Unione europea”.  

Per farlo sarà necessario difendere e ripristinare le regole democratiche e di buona amministrazione (better regulation) nel processo decisionale UU: più trasparenza, vere consultazioni pubbliche, valutazioni d’impatto, e fine delle scorciatoie. Il punto è evitare che la Commissione consulti quasi esclusivamente il mondo aziendale. E poi sarà necessario fermare “la collusione con le corporation” riducendo l’influenza dei lobbisti aziendali nell’UE. In particolare”, introducendo norme che impongano ai responsabili delle decisioni, ai commissari e ai funzionari pubblici di limitare al minimo indispensabile i loro contatti con i lobbisti delle aziende”.

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