Per il governo Meloni il Piano Mattei, che intende costruire una cooperazione paritaria tra l’Italia e vari Paesi africani, si è rivelato centrale in questi anni per costruire un’immagine di una destra che non fa solo la “faccia feroce” sulle politiche migratorie ma che è capace anche di uno slancio visionario, nel nome del fondatore dell’Eni; e in questo senso fondamentale è stato l’apporto del Fondo Italiano per il Clima. Istituito con la legge di bilancio del 2022 e dotato di 840 milioni di euro annui tra il 2022 e il 2026, il Fondo è stato definito “centrale” dallo stesso governo per il Piano Mattei (che a sua volta nella prima fase ha avuto una dotazione iniziale di circa 5 miliardi e 500 milioni di euro tra crediti, operazioni a dono e garanzie) dato che almeno il 70% delle risorse proviene appunto dal Fondo Italiano per il Clima.
A quattro anni di distanza dall’avvio di questo strumento finanziario che, almeno in teoria, secondo il governo, “rappresenta uno strumento indispensabile per la realizzazione di iniziative nei settori delle energie rinnovabili e dell’adattamento agricolo al cambiamento climatico, per il ripristino della biodiversità e per l’uso sostenibile delle risorse naturali”, alcune domande restano aperte:
- quali sono state le applicazioni concrete del Fondo Italiano per il Clima?
- in che modo il Fondo Italiano per il Clima si è rapportato alle politiche di cooperazione internazionale?
- qual è stata la partecipazione dei Paesi africani coinvolti?
- in che modo sono stati raggiunti gli obiettivi italiani di mitigazione e adattamento?
A provare a rispondere a questi quesiti è una recente relazione della Corte dei Conti. Dall’analisi della magistratura contabile sono emerse alcune criticità, che in particolare sono legate, secondo la Corte dei Conti, “alla scarsa attrattività dei progetti per i soggetti finanziatori, anche a causa della limitata capacità tecnica locale e della complessità dei contesti operativi, soprattutto quelli africani; fattore che incide sulla capacità del Fondo di mobilitare ulteriori risorse e di consolidare una filiera progettuale più strutturata e continuativa. I tempi di attuazione sono inoltre influenzati dal carattere articolato delle procedure e dal concorso di diversi soggetti istituzionali”.
Per la Corte dei conti, in ogni caso, il Fondo Italiano per il Clima ha registrato un miglioramento strada facendo, “anche grazie all’incremento delle attività di promozione internazionale, al coinvolgimento della rete diplomatica e al coordinamento con il Piano Mattei”. In un’ottica di miglioramento dell’efficacia complessiva del Fondo, la Corte ha sottolineato l’esigenza di ampliare il supporto ai Paesi beneficiari, anche attraverso il potenziamento delle attività di assistenza e delle capacità locali, per favorire progetti di qualità e più idonei a catalizzare finanziamenti internazionali.
Prima di vedere però nel dettaglio l’analisi della Corte dei conti, è necessario un passo indietro.
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Le caratteristiche del Fondo Italiano per il Clima
La relazione della Corte dei conti sul Fondo Italiano per il Clima è una lunga analisi di 118 pagine, che è stata approvata con la delibera n. 45/2026/G della Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei conti. Nel lavoro della magistratura contabile si evidenzia il ruolo centrale che il Fondo Italiano per il Clima ha assunto in questi anni nel rafforzamento della finanza climatica globale e per la “promozione del coinvolgimento del settore privato, con una significativa attenzione ai Paesi africani nell’ambito del Piano Mattei, cui è destinata una quota prevalente delle risorse”.
Ma com’è costituito esattamente questo strumento finanziario? Gestito da Cassa Depositi e Prestiti, il Fondo Italiano per il Clima dal 2022 adotta una governance multilivello e opera attraverso finanziamenti, partecipazioni al capitale e garanzie, in coerenza con la sua natura rotativa. Tuttavia quasi subito diventa chiaro che per il governo Meloni il Fondo è destinato a diventare il braccio operativo del cosiddetto Piano Mattei che, come ricorda la Corte dei conti, è “finalizzato alla costruzione di un nuovo partenariato tra Italia e Stati del Continente africano, mediante la promozione di uno sviluppo comune, sostenibile e duraturo, nella dimensione politica, economica, sociale, culturale e di sicurezza”.
Per il triennio 2023-2025 le risorse totali del Fondo Italiano per il Clima ammontano complessivamente a 2 miliardi e 720 milioni di euro. “In relazione agli interventi finanziabili – segnala la Corte – il Fondo si concentra tipicamente su progetti di alta sostenibilità climatica nei Paesi beneficiari. Per la quota legata al Piano Mattei, il d.p.c.m. 30 ottobre 2024 individua i settori prioritari: energie rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico, etc.), efficienza energetica (edifici, industria), infrastrutture sostenibili (strade, ferrovie, porti in Africa), trasporto pubblico pulito, agricoltura sostenibile (resilienza suolo e acqua), gestione risorse naturali, capacità istituzionali nei Paesi africani, infrastrutture idriche, e ogni altro intervento di adattamento climatico”.

La relazione tra Piano Mattei e Fondo Clima (ed Eni in prima fila)
Con il decreto legge Infrastrutture, a giugno 2024 il governo Meloni nel frattempo aveva individuato che le risorse del Fondo Italiano per il Clima dovranno essere destinate al Piano Mattei in una misura non inferiore al 70% e successivamente ha deliberato “la relativa determinazione dell’orientamento strategico e delle priorità d’investimento”, nonché la modifica della governance del Fondo. Poco prima, a maggio 2024, il governo aveva reso noto che il primo contributo ufficialmente stanziato del Fondo Italiano per il Clima, esattamente 75 milioni di euro, andrà a finanziare la filiera di ENI sui biocarburanti in Africa.
Su questa scelta, come abbiamo raccontato su EconomiaCircolare.com, ci sono state parecchie polemiche: sia per il fatto che lo Stato italiano ha scelto di finanziare per primo un progetto già in itinere della più grande azienda energetica italiana, che tra il 2022 e il 2023 aveva registrato oltre 35 miliardi di utile netto; sia per il fatto che questo progetto nello specifico riguarda i biocarburanti, il cui ruolo rispetto alla decarbonizzazione è molto discusso. All’assemblea degli azionisti del 6 maggio scorso Eni ha affermato di aver “ricevuto le risorse del Fondo Italiano per il Clima (gestito da Cassa Depositi e Prestiti) per le attività di produzione di agri-feedstock, nell’agosto del 2025, con accredito su un conto presso Banque Eni S.A”.

L’analisi della Corte dei conti non va nel merito dei singoli progetti ma dedica un’ampia parte alla governance del Fondo e agli strumenti di operatività. “È stata anche segnalata l’opportunità di intensificare il dialogo istituzionale con le autorità locali e le istituzioni finanziarie internazionali, di semplificare le procedure interne e introdurre sistemi di monitoraggio dei tempi di decisione, anche tramite sistemi digitali – scrive la Corte – Ulteriori profili di attenzione riguardano sia il rafforzamento della governance e il miglioramento dei livelli di trasparenza – anche mediante la pubblicazione periodica di dati sugli interventi finanziati e sull’operatività del Fondo – che la maggiore flessibilità nell’uso delle risorse e la più stretta integrazione con altri strumenti di cooperazione allo sviluppo, al fine di massimizzare l’impatto complessivo delle iniziative sostenute”.
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Le raccomandazioni della Corte dei conti
Prima di andare alla parte conclusiva della delibera della Corte dei conti, cioè quella delle raccomandazioni, la relazione ha una parte molto interessante dove vengono riportati gli “esiti del contraddittorio”. In particolare si apprende che il Piano Mattei è sì un progetto dove prioritaria resta la cooperazione paritaria ma che allo stesso tempo è, almeno in parte, uno strumento di propaganda. Si tratta di un elemento di cui, per l’eventuale prosieguo anche dopo il 2027, il prossimo governo, che sia ancora di destra o di centrosinistra, dovrà inevitabilmente tener conto.
“La Struttura di Missione del Piano Mattei – riportano i magistrati contabili – ha fornito chiarimenti sia sulle proprie competenze sia sugli obiettivi del Piano, ribadendo che esso rappresenta la strategia nazionale per il rafforzamento delle relazioni economiche e di sviluppo tra Italia e Paesi africani, fondata su partenariati paritari. In particolare, è stato precisato che la gestione dei flussi migratori non rientra tra gli obiettivi diretti del Piano, ma è affrontata nell’ambito di altre iniziative, quali il ‘Processo di Roma’. Tuttavia, gli interventi del Piano, incentrati su crescita economica e formazione, possono contribuire indirettamente a contrastare le cause profonde della migrazione irregolare”.
Tornando invece nello specifico al Fondo Italiano per il Clima, la Corte dei conti suggerisce “al fine di contribuire a una transizione verso uno sviluppo sostenibile nei Paesi partner”, di “potenziare la capacità di offerta di progetti di qualità nei Paesi beneficiari, accelerare il processo decisionale interno e rendere più trasparente il funzionamento del Fondo”. Misure che, conclude la Corte, potranno aumentare l’efficacia del Fondo e consolidarne il ruolo nel contesto delle politiche pubbliche a sostegno della transizione verso modelli di sviluppo sostenibile.
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