Contenuto riservato alla community
La consultazione sul secondo studio preparatorio del Joint Research Centre (JRC) dedicato ai requisiti orizzontali di riparabilità nell’ambito dell’ESPR non ha riguardato soltanto soglie tecniche, tempi di consegna dei ricambi o accesso alle informazioni di manutenzione. Il confronto tra stakeholder ha fatto emergere una questione più ampia: quanto può essere uniforme una disciplina europea sulla riparabilità quando si applica a prodotti molto diversi tra loro, con profili di rischio, catene di fornitura e modelli di business profondamente differenti?
Dietro la definizione dei futuri requisiti orizzontali si muovono interessi e priorità non sempre sovrapponibili. Da un lato, le associazioni dei consumatori e del diritto alla riparazione chiedono regole ampie, accessibili e verificabili, capaci di impedire che ricambi, aggiornamenti software o informazioni tecniche diventino barriere alla riparazione. Dall’altro, i produttori insistono sui vincoli di sicurezza, sui costi logistici e sulla necessità di evitare obblighi troppo generici, difficili da applicare a famiglie di prodotto molto eterogenee. Ne emergono quattro nodi principali: sicurezza, competitività, perimetro dei prodotti inclusi e rapporto tra orizzontalità normativa e specificità tecnica.
Leggi anche: Contro l’usa e getta: l’UE prepara la stretta su riparabilità e ricambi
Sicurezza contro diritto alla riparazione
Il punto più sensibile riguarda la distinzione tra ricambi accessibili agli utenti finali e ricambi riservati ai riparatori professionisti. Per i produttori, questa doppia lista è necessaria a evitare che componenti potenzialmente pericolosi finiscano nelle mani di persone prive di competenze tecniche adeguate. Il riferimento è soprattutto a parti che operano ad alta tensione, che contengono elementi riscaldanti o che interagiscono con l’acqua: in questi casi, secondo l’industria, l’accesso diretto da parte dell’utente potrebbe generare rischi per la sicurezza.
La posizione opposta, sostenuta dalle organizzazioni per il diritto alla riparazione, contesta però la solidità empirica di questo argomento. Secondo questo fronte, non esistono prove sistematiche di incidenti causati da riparazioni autonome: l’esperienza pluridecennale dei Repair café europei non avrebbe prodotto sinistri documentati, e negli Stati Uniti la Federal Trade Commission, dopo aver chiesto ai produttori evidenze di danni fisici derivanti da riparazioni indipendenti, non avrebbe ricevuto riscontri.
Da qui la proposta avanzata dal fronte dei consumatori: superare la doppia lista e prevedere un’unica lista di ricambi accessibile a tutti, spostando sui produttori l’onere di dimostrare, caso per caso, quali componenti presentino un rischio specifico, concreto e documentabile. La questione non è dunque se la sicurezza debba essere tutelata, ma chi debba provare l’esistenza del rischio e con quale livello di evidenza.

Leggi anche: Come e perché diventare volontari dei Repair Café: i luoghi che insegnano a riparare invece che sostituire
Competitività e regolamentazione
Un secondo nodo riguarda la sostenibilità economica degli obblighi proposti. I produttori europei hanno richiamato più volte il tema del level playing field: requisiti come lo stoccaggio dei ricambi per più anni, la consegna entro tempi garantiti e il limite massimo al prezzo dei componenti generano costi logistici e organizzativi rilevanti. Il rischio, secondo l’industria, è che questi costi ricadano soprattutto sulle imprese più esposte alla sorveglianza del mercato europeo, mentre i concorrenti extraeuropei potrebbero operare con minori controlli effettivi.
La tensione è strutturale. Più si alza l’ambizione sulla disponibilità dei ricambi, più aumentano i costi di magazzino e di distribuzione; ma più aumentano questi costi, più diventa difficile rispettare soglie di prezzo come quella del 30% rispetto al costo del prodotto nuovo. In altre parole, la stessa misura pensata per rendere la riparazione economicamente conveniente potrebbe entrare in tensione con gli obblighi necessari a garantirne la fattibilità materiale.
In sede di consultazione, alcuni stakeholder hanno proposto una modifica del requisito sui tempi: non più obbligo di consegna entro un termine fisso, ma obbligo di spedizione entro quel termine. In questo modo il produttore non sarebbe responsabile dei ritardi imputabili ai vettori. Il JRC ha però mantenuto una posizione prudente: dal punto di vista del consumatore, la soglia rilevante non è il momento in cui il ricambio viene affidato al corriere, ma quello in cui arriva effettivamente a destinazione e consente di completare la riparazione.
Quali prodotti includere: il perimetro resta controverso
Il terzo asse di confronto riguarda l’ambito di applicazione. L’esclusione di prodotti come utensili elettrici, giocattoli elettronici e droni ha suscitato reazioni critiche da parte di alcuni stakeholder. Le organizzazioni per il diritto alla riparazione hanno richiamato, in particolare, il caso degli utensili elettrici, indicati come una delle categorie più frequentemente portate nei Repair café europei. È stata inoltre segnalata l’esistenza di esperienze nazionali già attive, come gli indici di riparabilità applicati ad alcune tipologie di attrezzi da giardino.
La risposta del JRC non ha escluso la rilevanza tecnica di questi prodotti, ma ha richiamato un criterio di gestione del processo. L’elaborazione di requisiti orizzontali richiede infatti un equilibrio tra ampiezza dello scope e capacità di analisi: includere troppe famiglie di prodotto nella stessa fase rischierebbe di rendere il lavoro meno governabile e di indebolire la precisione dei requisiti.
Il punto resta aperto. L’esclusione attuale non equivale necessariamente a una valutazione di irrilevanza, ma riflette una scelta di priorità metodologica. Questo lascia spazio a possibili estensioni future, soprattutto se gli stakeholder saranno in grado di fornire dati sufficienti su frequenza dei guasti, domanda di riparazione, disponibilità dei ricambi e impatti ambientali evitabili.

Leggi anche: L’indice di riparabilità, l’etichetta UE che ci fa capire cosa può essere davvero riparabile
Il limite di una lista unica di componenti
Il quarto nodo è il più metodologico e riguarda la natura stessa dei requisiti orizzontali. Alcuni produttori di apparecchiature e rappresentanti degli organismi tecnici di normazione hanno messo in discussione la possibilità di applicare un’unica lista di componenti prioritari a prodotti molto diversi tra loro. Un paio di auricolari wireless, un monopattino elettrico e una macchina da caffè condividono forse alcuni obiettivi di riparabilità, ma non necessariamente gli stessi componenti critici, gli stessi guasti ricorrenti o gli stessi rischi d’uso.
Il riferimento tecnico è la norma EN 45554, che individua i priority parts a livello di singolo gruppo di prodotto. La logica è che i componenti più rilevanti per la riparabilità non sono astratti, ma dipendono dalla funzione del prodotto, dalla probabilità di guasto e dall’impatto che la rottura di una parte ha sull’uso complessivo dell’apparecchio. Ciò che è essenziale per un monopattino può essere marginale per una macchina da caffè; ciò che si guasta spesso in un dispositivo portatile può non essere significativo in un prodotto da banco.
È stata sollevata anche un’obiezione ulteriore: rendere obbligatoriamente rimovibili componenti che raramente si guastano potrebbe, in alcuni casi, indebolire la robustezza meccanica del prodotto, producendo un effetto opposto a quello desiderato. Un prodotto più smontabile non è automaticamente un prodotto più durevole, se la maggiore accessibilità compromette la stabilità o la resistenza di alcune parti.
Il JRC ha risposto di non aver trovato, nell’analisi delle dichiarazioni ambientali relative a prodotti già soggetti al regolamento sugli smartphone, evidenze empiriche di questo trade-off tra riparabilità e durabilità. Allo stesso tempo, ha invitato gli stakeholder a presentare dati specifici. È qui che il confronto si sposta dal principio alla prova: non basta affermare che un requisito orizzontale sia troppo generico o troppo rischioso, occorre dimostrarlo con evidenze tecniche verificabili.
Leggi anche: RREUSE, Neva Nahtigal: riparazione e dimensione sociale dell’economia circolare
Torna Intelligenza Circolare
La riflessione su questi temi proseguirà nella seconda edizione di Intelligenza Circolare, l’evento internazionale in programma il 1° ottobre 2026 a Roma, che EconomiaCircolare.com organizza con ISIA Roma Design come espressione del lavoro del proprio osservatorio sulla transizione ecologica e digitale. L’edizione 2026 dedicherà particolare attenzione ad alcuni passaggi europei decisivi — dal futuro Circular Economy Act all’attuazione del Regolamento Ecodesign, fino alla Strategia per la Bioeconomia — proseguendo un confronto che nella prima edizione ha già coinvolto imprese, istituzioni, società civile e centri di ricerca anche da Belgio, Argentina, Brasile ed Ecuador, valorizzando più di quaranta best practice ecoinnovative.
Se pensi di averne una e vuoi diventare partner dell’evento, visita il sito e compila il form.
© Riproduzione riservata



