La deregolamentazione UE è un via libera per le aziende fossili? Il caso della CCS nel report di CEO

Nel nome della competitività, la Commissione ha consentito l'accesso a procedure semplificate e permessi accelerati per infrastrutture industriali ed energetiche che necessiterebbero di un severo scrutinio. È il caso del progetto di Eni e Snam sulla CCS a Ravenna nell’analisi di Corporate Europe Observatory

Carlotta Indiano
Carlotta Indiano
Classe ‘93. Giornalista freelance. Laureata in Cooperazione e Sviluppo e diplomata alla Scuola di Giornalismo della Fondazione Basso a Roma. Si occupa di ambiente ed energia. Il suo lavoro è basato su un approccio intersezionale, femminista e decoloniale. Scrive per IrpiMedia e collabora con altre testate.

C’è anche Callisto Mediterranean CO₂, il progetto di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica di Eni e Snam e la francese Air liquide sulle coste emiliane dell’Adriatico, tra i casi studio del Corporate Observatory Europe, una ong che si occupa di esporre l’influenza che le grandi lobby aziendali esercitano sulle istituzioni UE

Callisto è la versione estesa e transnazionale del progetto di stoccaggio della CO₂ di Ravenna CCS (carbon capture and storage) pensato da Eni e Snam per la decarbonizzazione dell’area industriale del ravennate. Qui Eni userà i vecchi giacimenti esauriti per conservare la CO₂  di quelle industrie disposte a investire per catturare le proprie emissioni, convogliate in un’infrastruttura non ancora esistente (circa 100 chilometri  in totale), e pagare una tariffa stabilita dal mercato.  

Come si legge sul sito di Snam “il progetto Ravenna CCS, condotto in joint venture con Eni mira a creare una filiera integrata di CCS consentirà alle attività produttive di ridurre le proprie emissioni trasportando la CO₂ catturata dai loro camini verso giacimenti di gas esauriti nel Mare Adriatico”. 

Ravenna CCS in quanto parte di Callisto Mediterranean CO₂  è incluso nell’elenco dei Progetti di Interesse Comune (PCI) europei e dunque gode di procedure di valutazione più rapide e semplificate, oltre che essere candidabile ai fondi europei per la decarbonizzazione come l’Innovation Fund e il Connecting european facility (CEF).

Proprio su questo aspetto si concentra il report di CEO che denuncia una martellante pressione da parte delle lobby industriali sulle istituzioni europee per ottenere una semplificazione delle procedure di valutazione di impatti e rischi per progetti di estrazione e infrastrutture industriali ed energetiche, tra cui quella per la CCS. 

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Italia e  Germania, campioni di CCS

Per continuare a utilizzare combustibili fossili, l’Unione Europea sta pianificando di costruire 19mila chilometri di condotte per il trasporto della CO₂, da convogliare nei giacimenti esauriti. Ma l’ong mette in guardia sui rischi evocando quanto già accaduto negli Stati Uniti, che dispongono già di oltre 8000 km di gasdotti per la CO₂ per il trasporto del gas verso i giacimenti petroliferi. La rottura di una condotta per l’anidride carbonica nella contea di Yazoo, nello stato del Mississippi, ha sprigionato una nube invisibile che si è diffusa rapidamente rendendo l’aria più asfissiante.

Per l’ong Corporate Observatory Europe i rischi in Europa, tra l’altro, aumenterebbero per via di una maggiore densità di popolazione. Dal report, Germania e Italia emergono come i principali promotori politici e industriali delle infrastrutture per la CCS in Europa, nonostante una forte opposizione interna da parte di organizzazioni della società civile e comitati locali. A marzo 2026 il cancelliere tedesco Friedrich Merz e la presidente Giorgia Meloni hanno chiesto una semplificazione delle leggi comunitarie in materia di autorizzazioni per “accelerare in modo sostanziale le procedure amministrative in tutti i settori”, come riporta Politico.

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Nel frattempo in Germania le comunità si oppongono all’imposizione di infrastrutture per la CO₂ dal 2009 e stanno combattendo i nuovi piani federali per una vasta rete di condotti per l’anidride carbonica (definiti anche CO₂odotti) dotti in aree densamente popolate. A Ravenna i comitati Fuori dal Fossile e Ravenna Partecipata sono strenui oppositori dell’opera, soprattutto per la prossimità delle condotte ai siti Natura 2000, destinati alla protezione di aree naturali di pregio, e per i rischi sismici e alluvionali della regione emiliana. L’etichetta di “interesse pubblico” garantita dal governo italiano e dall’inserimento del progetto nei PIC ha consentito però di ignorare le richieste della società civile.

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Le pressioni sull’UE sono ancora una volta fossili

La relazione di CEO traccia l’influenza delle lobby in diversi grandi gruppi di interesse governati da aziende petrolifere. L’associazione internazionale dei produttori di gas e petrolio – che rappresenta gli interessi di BP, ExxonMobil, Shell, TotalEnergies, Eni, Equinor – ha annunciato il lancio della Coalizione informale per le autorizzazione (Informal permitting coalition, IPC) per richiedere un framework normativo più veloce e semplificato per le infrastrutture di trasporto della CO₂. Il timore espresso dalla coalizione riguarda il ruolo delle autorità ambientali “che continuano a non essere soggette al principio del silenzio assenso con ritardi nella fase più critica”, come scrivono su Linkedin

Questa azione pubblica costante, unita allo sforzo economico e ai ripetuti incontri con le istituzioni europee, sono stati gli ingredienti per una ricetta collaudata e vista mille volte. Gli stessi settori che negli ultimi decenni hanno esercitato pressioni per ottenere una riduzione delle misure di tutela ambientale e sanitaria – industria mineraria, chimica, petrolifera e del gas – hanno messo in guardia la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen che una reindustrializzazione dell’Europa non sarà possibile a meno che l’UE non riduca drasticamente anche le norme e i regolamenti ritenuti un freno alla “competitività”. 

In sintesi, la tanto agognata competitività europea delle industrie in crisi, scrive la ong, non è altro che un esercizio retorico utilizzato dalle istituzioni e dalle lobby per subordinare il welfare, la salute dei lavoratori e la tutela ambientale agli interessi delle grandi imprese. Una falsa narrazione che nasconde le ambizioni dei comparti industriali: permessi facilitati, procedure veloci e meno vincoli, nonché una buona dose di fondi pubblici attraverso l’etichetta di “progetti strategici”. 

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La lunga lista delle normative semplificate

Tra i target normativi indeboliti dall’industria vengono citati il recente Industrial Accelerator Act di marzo 2026, che mira ad accelerare la produzione industriale promettendo di snellire e semplificare il rilascio di permessi per infrastrutture, miniere e condotte; il Critical Raw Materials Act di maggio 2024 che ha ristretto i tempi di autorizzazione per nuove miniere a 27 mesi; l’Environmental Omnibus che include una proposta di velocizzare i processi di valutazione di impatto ambientale semplificando le leggi a protezione dell’acqua e della natura; il Grids Package di fine 2025 che contiene una proposta per accelerare le procedure di concessione dei permessi per i progetti di infrastrutture energetiche e, infine, la proposta, annunciata, sulle infrastrutture di CO₂ per consentire di facilitare i permessi sulle condotte.  

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Dopo le elezioni europee di giugno 2024, il mantra della Commissione è diventato quello della competitività. Nel suo nome, tuttavia, la sensazione diffusa, e rimarcata dall’ong Corporate Observatory Europe, è che questa accelerazione, fatta di procedure semplificate e valutazioni ambientali blande, vada a tutto vantaggio delle imprese, specie se fossili e di grandi dimensioni, a discapito dell’ambiente e di chi lo vive.

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