Se l’Europa vuole investire sul nucleare deve accettare una conseguenza: il rinascimento di Vladimir Putin. Non se ne parla molto, quasi fosse possibile separare i nuovi piani di sviluppo sull’energia atomica dal dominio di Rosatom, il colosso statale russo che esercita un grande potere sulla filiera globale e sulle tecnologie che alimentano la maggior parte dei reattori europei. Ma chi conosce la repressione del Cremlino e la sua capacità di influenza attraverso l’energia atomica sa che questa scissione non è fattibile.
“Anche se chiudessimo gli occhi davanti a tutti i problemi associati al nucleare, stampassimo il denaro mancante, resterebbe almeno un problema sgradevole. Oggi una vasta espansione del nucleare, in Europa e a livello globale, è impossibile senza la Rosatom di Putin, con la sua enorme capacità di arricchimento dell’uranio e le sue risorse per costruire centrali nucleari. Durante i quattro anni di guerra, le forniture russe di uranio arricchito all’Unione europea non sono né cessate né diminuite, segno della portata di questa dipendenza”. Arriva dritto al punto, ci tiene a essere inequivocabile e a discutere di energia atomica nominando il vero gestore della filiera. Ascoltare Vladimir Slivyak, attivista russo e fondatore nel 1989 di Eco-Zacchita, una delle prime organizzazioni ecologiste del paese, aiuta a smorzare l’entusiasmo per il ritorno del nucleare a Bruxelles.
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“Un solo mandato: alimentare l’industria bellica”
Minacciato e arrestato più volte durante le mobilitazioni della società civile, dichiarato agente straniero dal Cremlino con l’accusa di aver diffuso informazioni false sull’esercito russo durante l’invasione dell’Ucraina, Slivyak vive da diversi anni in Germania, dove continua a sfidare i giganti del fossile e dell’uranio, cercando di mantenere alta l’attenzione sulle questioni ambientali in Russia. Dopo aver scatenato un’ondata di proteste contro la costruzione di nuove centrali atomiche nel paese, nel 2014 la sua organizzazione finisce sulla lista nera di Putin. Nonostante la stretta repressiva sui movimenti sociali, le associazioni come quella di Slivyak sono riuscite a diffondere una coscienza ecologista nell’era post-sovietica, raggiungendo anche la Russia profonda, i villaggi siberiani e le località più remote della Federazione, dove il saccheggio ambientale e l’impoverimento del popolo costituiscono da sempre le vere fondamenta del putinismo. “Quando si è in una condizione di povertà assoluta non si pensa molto all’ambiente, si pensa al pane per sé e per la propria famiglia. Ed è proprio questo che i capitalisti sfruttano molto bene: sanno di poter inquinare liberamente e realizzare profitti enormi quando nessuno protesta. Inoltre, la situazione è ormai degenerata. Le grandi aziende statali hanno solo un mandato: alimentare l’industria bellica. Trent’anni fa non avremmo mai immaginato che la situazione potesse diventare così grave”, racconta Slivyak a EconomiaCircolare.com.

Il minireattore nucleare di Pevek
Per attivisti come Vladimir, le lotte ecologiste sono il modo di affermare un’altra idea di paese. Anche se oggi appare irrealizzabile e lontana, protestare contro i colossi dell’energia significa mantenere la possibilità stessa dell’alternativa. Bloccare l’espansione del nucleare è parte di questa lotta; vuol dire sabotare l’esistente e rivendicare una Russia libera dalla guerra permanente e da un sistema di potere che affama, uccide e inquina. Per questo l’attivista russo non concepisce l’attesa febbrile per i mini reattori modulari (SMR – Small Modular Reactor), ossia le piccole centrali a fissione con una potenza compresa tra 50 e 300 MWe. Una tecnologia che sta seducendo anche le big tech come Microsoft e Google, affamate di energia per i data center e per far funzionare le loro intelligenze artificiali. Per ora, in Occidente, è tutto su carta e nei piani di investimento, mentre in Russia c’è un posto che può raccontare qualcosa di concreto su questa tecnologia.
Si trova tra i ghiacci dell’Artico, nel porto di Pevek, la città più settentrionale della Russia. Qui, dal 2019 è ormeggiata l‘Akademik Lomonosov, una centrale galleggiante con due reattori nucleari da 35 MW che fornisce elettricità e acqua calda a quasi 50mila cittadini e al complesso minerario della regione. Slivyak ci tiene a dire che “questa centrale nucleare galleggiante non è una novità: si tratta di una tecnologia molto datata in Russia, già utilizzata in passato nei sottomarini nucleari e nelle navi rompighiaccio.

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SMR e non proliferazione nucleare
La costruzione di questa centrale è durata tredici anni ed è costata 4 volte di più rispetto al budget originario“. Inizia nel 2008 la genesi dell’Akademik Lomonosov, nei cantieri navali Baltijskij di Pietroburgo, tra fermi e riprese, dopo il continuo soccorso economico del governo a Rosatom e alle sue controllate, diventerà una nave nucleare solo nel 2013 con un costo finale di 740 milioni di dollari. Attraccherà a Pevek nel 2019, tra le proteste di Greenpeace Russia e di alcuni cittadini preoccupati di dover convivere con una “Chernobyl che galleggia”. Perché rincorrere questa tecnologia? A chi conviene? Slivyak spiega che l’elettricità dalla centrale galleggiante è “sette volte più costosa rispetto a quella dei grandi impianti nucleari. Il combustibile necessario per questi reattori è uranio arricchito al 20% circa, il che potrebbe sollevare preoccupazioni in materia di non proliferazione nel caso in cui tali reattori venissero forniti a paesi instabili e teatro di conflitti in corso, come sta valutando di fare la Russia”.
Scorie vere e modularità presunta
Se restiamo ancora al porto di Pevek, il pioniere dei mini reattori mostra molti tratti in comune con i suoi predecessori. Di certo lascerà la stessa eredità delle centrali tradizionali: la gestione delle scorie nucleari. Forse è questa l’unica promessa che manterrà, visto che resta difficile trovare riscontro della principale innovazione di questi impianti, ossia la modularità. Non c’è traccia infatti di una produzione in serie di centrali come l’Akademik Lomonosov, non esistono cantieri e stabilimenti che possano raccontare la fabbricazione di massa di questi container radioattivi. E poco si sa sull’impatto ambientale che la centrale sta avendo sull’ecosistema artico. “Il governo russo mantiene tutte le informazioni sul Lomonosov al di fuori del dominio pubblico ed è impossibile ottenere informazioni indipendenti da un luogo così lontano. Pertanto, per ora è impossibile ottenere informazioni veritiere sulle conseguenze ambientali provocate dall’impianto”, specifica l’attivista.
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Una nuova dipendenza
Senza garanzia di modularità, cosa può assicurare l’apertura al nucleare come alleato per la decarbonizzazione? Secondo Slivyak in Europa “esistono almeno due condizioni indispensabili per una rinascita nucleare: fare pace con Putin e iniziare a considerare il denaro alla maniera di Putin, partendo dal presupposto che il denaro sia infinito e che l’efficienza economica sia un concetto privo di significato. È del tutto evidente che per Putin l’obiettivo principale è creare dipendenza dalla tecnologia e dalle forniture russe, dipendenza che si traduce perfettamente in una significativa influenza politica”. Eppure sta accadendo: a Bruxelles si discute di nucleare come di una grande possibilità di affrancarsi dal petrolio e dal gas. Anche Roma sogna una nuova era dell’atomo, tanto che il governo ha smesso di parlare di eolico e di fotovoltaico. Persino durante le discussioni politiche sulla guerra in Iran e sulla crisi di Hormuz le voci della maggioranza evocano il ritorno del nucleare come la fine delle strozzature energetiche inflitte dai combustibili fossili. E intanto il ministro Pichetto Fratin parla di navi mercantili a propulsione nucleare come prima sperimentazione dei mini reattori. Più che la fine dei fossili, il ministro dell’ambiente ora sogna una flotta atomica, il suo Akademik Lomonosov. Ma non è detto che questo progetto sia in grado di galleggiare.
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