Onufrio: “A parte qualche serie TV, credo che su Chernobyl in Italia ci sia stata una grande rimozione”

Ricordiamo con Giuseppe Onufrio il disastro della centrale nucleare di Chernobyl a 40 anni dall’esplosione che contaminò mezza Europa: “Con Chernobyl siamo di fronte alla più grande catastrofe nucleare civile della storia”

Daniele Di Stefano
Daniele Di Stefano
Giornalista ambientale, redattore di EconomiaCircolare.com e socio della cooperativa Editrice Circolare

“Nel 1986, quando è successo, ero ricercatore all’Enea e lavoravo a Roma, da dove ho seguito il flusso delle notizie. Molti anni più tardi, quando sono diventato consigliere di amministrazione dell’Agenzia per l’Ambiente, uno dei tecnici dell’Enea che si occupava di gestire i dati sul reattore venne da me a dirmi: ‘Dottore, ma lei lo sa che quando c’è stato l’incidente a Chernobyl per un sacco di tempo abbiamo pensato che ci fossero errori nei dati: nessuno di noi si aspettava un tale flusso di radioattività da un impianto così lontano’”.

Giuseppe Onufrio, fisico di formazione, voce autorevole dell’ambientalismo e dell’antinuclearismo italiano, ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (ANPA, oggi ISPRA), è stato direttore scientifico dell’Istituto Sviluppo Sostenibile Italia (ISSI, oggi Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile) e poi in Greenpeace Italia ha ricoperto prima il ruolo di direttore delle campagne e poi quello di direttore esecutivo. Lo sento alla vigilia dei quarant’anni trascorsi da quel 26 aprile 1986 quando, all’1 e 23 durante un test di sicurezza, il reattore 4 della centrale di Chernobyl esplose contaminando vaste regioni di quelle che oggi sono Ucraina, Bielorussia e Russia e anche, a causa dei venti, gran parte dell’Europa occidentale.

Cosa ha significato Chernobyl per l’Italia?

Nel 1986 ero già attivo nel movimento antinucleare da anni. Le conseguenze dell’incidente sono andate ben oltre quello che si poteva immaginare anche nel fronte antinucleare: nessuno di noi pensava che l’incidente in un impianto potesse avere delle conseguenze su scala continentale. Cernobyl ha cambiato qualcosa a livello globale. Se guardiamo il trend nell’installazione di nuovi reattori osserviamo che il momento in cui il numero di nuove installazioni allacciate alla rete a livello globale inizia rapidamente a scendere è proprio Cernobyl: come raccontiamo nel libri scritto insieme a Gianni Silvestrini (“L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili”, Edizioni Ambiente) dopo l’86, dopo Chernobyl,  c’è una rapidissima diminuzione dei nuovi reattori allacciati alla rete.

Chernobyl nucleare

Come sappiamo, in Italia questo ha portato anche al referendum abrogativo sul nucleare del novembre 1987. Qual era la situazione nel nostro paese?

La centrale del Garigliano era già stata chiusa nell’82, mentre erano attive le centrali di Trino Vercellese, Latina e Caorso. Caorso aveva iniziato a produrre nell’84, ma nel giro di tre anni aveva già avuto 100 arresti rapidi (SCRAM): era quindi un impianto, il cui progetto fu cambiato in corso d’opera, che ha avuto sempre dei problemi. Poi c’erano due reattori in costruzione a Montalto di Castro.

Quando si andò a votare per i referendum di fatto l’Italia aveva due piccoli reattori: più piccoli di quegli SMR (Small Modular Reactor, piccoli reattori modulari appunto, ndr) da 3-400 megawatt (MWe) che si vorrebbero realizzare oggi.

Voglio ricordare anche che i reattori in costruzione a Montalto di Castro erano stati lanciati con il piano energetico nazionale proposto dal ministro Carlo Donat-Cattin nel ’75: un piano che prevedeva 20.000 MWe. Quindi, al momento del referendum, il faraonico piano di Donat-Cattin (faraonico per l’epoca) era stato già ridotto del 90%: dopo 12 anni dal lancio del piano i reattori in costruzione erano solo due.

In sintesi, quindi, quando qualcuno dice che nell’87 abbiamo “rinunciato” al nucleare dimentica di dire che una centrale era già chiusa, quella più grande aveva continui problemi, altre due erano piccoline e del piano Donat-Cattin erano rimaste solo i due reattori in costruzione a Montalto di Castro. Alla fine non abbiamo perso granché.

Quando penso a Chernobyl mi sembra sia stata una delle prime “aree di sacrificio” globali, dopo Bophal, ad esempio. Una sorta di caso paradigmatico. Che ne pensa?

Non sono d’accordo. Le aree di sacrificio sono aree che vengono occupate in funzione di servizi da offrire. Nel caso di Chernobyl non c’è nessun servizio: quello che serviva era produrre kilowattora, ma nessuno ci aveva costretto a farlo col nucleare. Il nucleare costruito in Russia come negli Stati Uniti e come in tutte le potenze nucleari nasce come progetto legato al settore militare. Il motivo per cui storicamente viene avviata la produzione in campo civile è che una potenza nucleare può farsi la bomba con i laboratori, ma se vuole un arsenale ha bisogno di tecnologie, materiali e personale che sono disponibili solo se c’è anche un’industria civile.

Con Chernobyl siamo di fronte alla più grande catastrofe nucleare civile della storia. Attorno a Chernobyl abbiamo 150 mila chilometri quadrati di zone ufficialmente contaminate. Ci vivono 2 milioni e 300 mila abitanti in Ucraina, 1 milione e 600 mila in Russia, 1 milione e 100 mila in Bielorussia. Questa è l’area ufficialmente contaminata, oltre ai 10 mila chilometri quadrati di terreno del tutto inutilizzabile ancora per un paio di secoli.

Ex post possiamo dire che quando il nucleare è stato promosso prometteva una sicurezza e una probabilità di incidenti gravi molto più bassa: ma così non è stato. Perché la fusione del nocciolo dei reattori è stata più frequente di quella che ci si aspettava. Chernobyl ha mostrato che le conseguenze dell’incidente all’impianto che sta producendo elettricità all’interno di un paese possono coinvolgere direttamente tre paesi e milioni di persone, e impattare a scala continentale. Non credo si possa dire che questa sia solo un’area di sacrificio.

Abbiamo coltivato a dovere il ricordo di quella tragedia?

Dal punto di vista industriale e istituzionale certamente sì, c’ è stato sicuramente un cambiamento: perché i criteri di sicurezza per le centrali nucleari sono stati resi più severi dopo Chernobyl, così come dopo Fukushima.

Pensiamo ad esempio alla centrale EPR di Flamanville, in Francia, oggi allacciato alla rete ma non ancora in produzione commerciale: una nuova versione dei reattori ad acqua pressurizzata EPR che teneva conto dell’incidente di Chernobyl. Nel 2011, dopo l’incidente di Fukushima, vennero eseguiti “stress test” sulle centrali un po’ in tutto il mondo, anche in Europa. Bene, si è scoperto che l’EPR allora in costruzione a Flamanville era esposto allo stesso rischio di Fukushima: sia perché costruito in un’area a rischio tsunami nell’Atlantico; sia perché, cosa più grave, i generatori diesel non erano posizionati in maniera sicura. A Fukushima, infatti, con lo tsunami l’acqua dell’oceano entra nell’impianto e blocca i generatori che avrebbero dovuto raffreddare il reattore.

Ma c’è un altro fattore di rischio che oggi, nel quarantennale di Chernobyl, è diventato di attualità.

Ci racconti.

Del fatto che gli impianti nucleari possono essere oggetto di minacce durante un conflitto armato. Il nuovo sarcofago sulla centrale di Chernobyl, ultimato nel 2019 con una spesa di oltre un miliardo e mezzo di euro, nel 2025 è stato colpito da dei droni, che secondo il rapporto pubblicato ieri da Greenpeace sarebbero droni russi. Il sarcofago è stato costruito perché il primo sarcofago di Chernobyl ha delle parti pericolanti: quello ultimato nel 2019 dovrebbe servire a fare uno smontaggio controllato del vecchio ed evitare che polveri contaminate escano fuori. Oggi però il ‘nuovo’ sarcofago è stato bucato dall’impatto dei droni e il sistema di raffrescamento è danneggiato: si parla di mezzo miliardo di euro di danni.

 Questo è un altro elemento di rischio che come antinucleari abbiamo sempre evidenziato: durante un conflitto la tecnologia nucleare può essere considerata un obiettivo militare. È successo nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina a Zaporizhia. Le truppe russe sono entrate nell’area di esclusione di Chernobyl, apparentemente senza esserne consapevoli. Il cesio radioattivo, che ci mette tre secoli per ridurre la radioattività ad un millesimo di quella iniziale, fuoriuscito con la fusione del nocciolo era coperto dalle foglie ma smuovendo il terreno per fare le trincee è stato portando in superficie. E infatti quando Greenpeace è andata lì, con dei misuratori collocati su droni ha visto che i picchi dell’attività erano il triplo di quelli che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica di Vienna aveva comunicato prima del passaggio dei soldati.

E poi c’è la centrale di Zaporizhia. L’invasione russa ha danneggiato più volte le linee elettriche, e sappiamo anche che l’elettricità serve alla centrale perché serve per raffreddare i reattori, anche se i reattori sono in situazione di arresto. I danni alla rete hanno messo quindi in costante allarme i lavoratori della centrale. E poi i russi hanno utilizzato l’area come base di lancio: di fatto una centrale usata come uno scudo da cui colpire le città ucraine.

E dal punto di vista sociale, abbiamo fatto tesoro di Chernobyl?

A parte qualche serie televisiva, credo che in Italia ci sia stata una grande rimozione. Dopo i referendum dell’87 e del 2011, coi quali abbiamo di fatto chiuso col nucleare (abbiamo delle capacità ingegneristiche perché qualche azienda è rimasta consulente di imprese straniere, però non abbiamo un’industria nazionale da quasi 40 anni) c’è stata una grande rimozione, con una campagna molto serrata, anche sui social. Una campagna pro nucleare – non solo in Italia – che ha sostanzialmente un’origine militare.

Nelle economie di mercato il nucleare comunque è morto, è morto un po’ di suo. Perché i costi sono diventati eccessivi, perché le rinnovabili costano sempre meno e spingono in una direzione tecnologica per la quale la coesistenza tra generazione rinnovabile e nucleare è estremamente difficile.

Le rinnovabili sono flessibili e chiedono alla rete una flessibilità che il nucleare non può avare. Lo vediamo in Francia: un rapporto presentato al Senato ha mostrato come nel giro di pochi anni, con la piccola crescita del fotovoltaico, la quota di energia di flessibilità è passata da 15 a 30 Terawattora: questo crea problemi agli impianti nucleari. E i francesi sono più bravi di altri a far seguire un po’ ai reattori le richieste variabili della rete. Ma nessuna potenza nucleare può chiudere il settore: per ragioni strategiche e militari e per gestire le flotte di sottomarini e portaerei a propulsione nucleare.

 Si parla molto dei piccoli reattori modulari (SMR) da piazzare liberamente al servizio delle imprese. Che ne pensa?

Oggi si racconta dei piccoli reattori modulari – che pure non esistono ancora a livello commerciale – come lo strumento per fare l’ultimo miglio in uno scenario dominato dalle rinnovabili. Ma questa convivenza tra nucleare e le rinnovabili in realtà non ci può essere, per varie ragioni. La prima è appunto la dubbia flessibilità degli impianti nucleari. Ma se anche ci fosse un tipo di tecnologia che garantisse la flessibilità necessaria, faccio osservare che tutte le proiezioni di costo che vediamo sono molto fantasiose e molto lontane dai dati del mercato.

Il nucleare non andrebbe bene nemmeno per produrre l’idrogeno che oggi potrebbe aiutare la decarbonizzazione dei settori cosiddetti hard-to-abate. Per produrre cemento, vetro, ceramica servono temperature oltre i mille gradi: fin lì l’elettricità oggi non ci arriva. Ci potrebbe arrivare l’idrogeno: però, per fare l’idrogeno, il nucleare è fuori gioco.

Gli elementi di costo per produrre idrogeno sono quelli legati al costo dell’elettrolizzatore e al costo dell’elettricità. Col nucleare che costa da tre a sette volte rispetto a un kilowattora rinnovabile il prezzo dell’idrogeno sarebbe inaccessibile. Mentre una combinazione di solare ed eolico (a terra) e di altre rinnovabili consente costi molto inferiori dell’elettricità, elemento base per produrre idrogeno a basse emissioni.

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