È stato presentato, come annunciato durante la London Climate Action Week, il report finale della prima Conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili, ospitata ad aprile a Santa Marta, in Colombia, e co-organizzata dai governi di Colombia e Paesi Bassi. A consegnarlo nelle mani della Presidenza della COP30 le co-chair della conferenza, Irene Vélez Torres, Ministra dell’Ambiente e dello Sviluppo sostenibile della Colombia, e Stientje van Veldhoven, Ministra per la Politica climatica e la Crescita.
Non si tratta di un passaggio tecnico, né dell’ennesimo documento diplomatico destinato a sedimentare in qualche archivio della governance climatica internazionale. Santa Marta rappresenta qualcosa di più netto: il tentativo di trasformare una formula ormai entrata nel lessico negoziale — “transitioning away from fossil fuels” (TAFF) — in un processo politico concreto, ovvero in strumenti, obblighi e cooperazione internazionale.
Fu alla COP28 di Dubai che la comunità internazionale riuscì finalmente a nominare per la prima volta la necessità di avviare una transizione fuori dai combustibili fossili nei sistemi energetici. Una frase inserita in un testo, per quanto rappresenti un passo avanti, non basta tuttavia a chiudere miniere, fermare trivelle, revocare licenze e riconvertire economie dipendenti da petrolio e gas. Non basta neppure a protegge lavoratori e lavoratrici o a liberare i Paesi del Sud globale dal ricatto del debito e della dipendenza estrattiva. Questa distanza – spesso siderale – tra l’enunciazione e l’attuazione è esattamente lo spazio politico dentro cui è nata la conferenza Santa Marta.

A Santa Marta si sono riuniti due mesi fa 57 Paesi e oltre 1.000 stakeholders: popolazioni indigene, movimenti sociali, organizzazioni della società civile, sindacati, giovani, scienziati, istituzioni finanziarie, governi locali, parlamentari, comunità afrodiscendenti, gruppi religiosi, settore privato. Il report che ne è emerso parla di una “coalition of doers”, non più di “volenterosi” ma “di chi è disposto ad agire”, andando oltre il minimo comune denominatore che troppo spesso paralizza i negoziati climatici. È una formula interessante perché sposta il baricentro: non più attendere l’unanimità impossibile di un sistema multilaterale bloccato dai veti incrociati, dagli interessi dei petrostati e dall’invasione delle lobby fossili negli spazi negoziali; ma costruire convergenze tra chi vuole avanzare.
Il documento ribadisce che per uscire dai fossili non basta agire dentro la cornice della Convenzione ONU sul clima; che se la UNFCCC resta indispensabile, non si può ignorare che non ha ancora prodotto strumenti sufficientemente operativi per governare il declino di carbone, petrolio e gas. In altre parole: per decenni gli strumenti di governance climatica non sono riusciti a impedire che si continuassero ovunque a promuovere investimenti, infrastrutture, trattati commerciali e sistemi finanziari per espandere i combustibili fossili. Mentre non si è ancora costruito un quadro internazionale per organizzarne la fine.
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Le proposte operative e i percorsi di azione
Il report individua 10 messaggi chiave, di visione, che ribadiscono che la transizione dai combustibili fossili è una priorità storica, che le tecnologie e le condizioni esistono, che è necessaria una trasformazione economica, politica, sociale e istituzionale che deve essere basata sui diritti e radicata nei territori. E che ci vogliono diversi livelli di azione: nazionale e internazionale.
Per metterli a terra, il documento distilla le discussioni di Santa Marta elencando una serie di proposte operative divise in cinque percorsi tematici, che mirano a trasformare l’impegno generico a “transitare fuori dai combustibili fossili” in un’agenda concreta .
Il primo percorso riguarda la costruzione di una coalizione globale per l’uscita dai fossili. La proposta è mantenere vivo il processo avviato a Santa Marta attraverso una metodologia comune, un piano di lavoro intersessionale e un coordination group composta dai Paesi co-organizzatori della prima e della seconda conferenza: Colombia, Paesi Bassi, Tuvalu e Irlanda. L’obiettivo è dare continuità politica al processo, preparare la seconda conferenza del 2027 e garantire che lo spazio resti aperto, partecipato e non catturabile dagli interessi dell’industria fossile, facendo in modo di trasformare il cammino in una piattaforma stabile di cooperazione tra governi, società civile, comunità, scienza, sindacati e movimenti.
Il secondo percorso punta a collegare Santa Marta agli altri processi internazionali. Per questo ha previsto la consegna del report alla Presidenza della COP30 e prevede il collegamento con il gruppo di lavoro COP30 sulla transizione dai combustibili fossili, l’allineamento con la Global Climate Action Agenda 2026-2030 e il contributo al secondo Global Stocktake. Il messaggio è che la transizione fuori da carbone, petrolio e gas deve diventare una priorità trasversale, capace di entrare nei dossier su clima, energia, finanza, commercio, debito, fiscalità e sviluppo.
Il terzo percorso è il più operativo: costruire roadmap nazionali e regionali per l’uscita dai fossili, allineate all’obiettivo di 1,5°C. Le linee d’azione suggerite sono quattro: sviluppare piani scientifici e basati sui diritti per accompagnare la riconversione economica, industriale e occupazionale dei territori dipendenti dai combustibili fossili; accelerare la sostituzione dei fossili con energia pulita, rafforzando rinnovabili, elettrificazione, efficienza energetica, reti e infrastrutture; garantire accesso all’energia pulita per comunità rurali, remote e marginalizzate, attraverso sistemi distribuiti, mini-grid, comunità energetiche, incentivi all’accessibilità e formazione tecnica locale; infine, pianificare la riduzione e la chiusura definitiva dell’estrazione fossile, anche attraverso moratorie su nuove licenze, zone libere dai fossili, piani di chiusura, mappatura degli asset, gestione degli stranded assets, monitoraggio delle responsabilità ambientali e strumenti comuni di cooperazione, inclusi possibili strumenti vincolanti come trattati.
Il quarto percorso affronta il nodo economico-finanziario della transizione. Molti Paesi, soprattutto del Sud globale o fortemente dipendenti dalle entrate fossili, non possono uscire da petrolio, gas e carbone senza affrontare debito, costo del capitale, fiscalità e accesso alla finanza. Le proposte individuate includono strumenti come ristrutturazione e cancellazione del debito, debt-for-transition swaps, fondi sovrani per la transizione, piattaforme Paese per coordinare investimenti e piani nazionali, maggiore ricorso a finanza a fondo perduto e non generatrice di nuovo debito, garanzie pubbliche, meccanismi di condivisione del rischio e riforme delle banche multilaterali di sviluppo. Si insiste anche sulla necessità di tassare meglio rendite, extra-profitti e flussi di ricchezza legati ai fossili, contrastare evasione e flussi finanziari illeciti, e liberare risorse pubbliche per diversificazione produttiva, protezione sociale e infrastrutture pulite. Un punto centrale rimane la riforma dei sussidi fossili e degli incentivi finanziari. La riforma dei sussidi non viene considerata una misura contabile, ma un passaggio redistributivo: togliere risorse alle fossili e usarle per rendere la transizione socialmente sostenibile. Le risorse risparmiate dovrebbero essere reinvestite in rinnovabili, accesso all’energia, trasporto pubblico, efficienza energetica e protezione sociale per le famiglie vulnerabili.
Il quinto percorso allarga il campo a commercio, produzione e investimenti. La proposta è allineare Paesi produttori e consumatori per decarbonizzare progressivamente i flussi commerciali e costruire mercati verdi. Ovvero: mappare le relazioni commerciali, sviluppare partenariati per trasferimento tecnologico e condivisione di conoscenza, sostenere prodotti e filiere a basse emissioni, promuovere diversificazione economica e rendere coerenti politiche climatiche, industriali, commerciali e di sviluppo.
L’ultima azione riguarda infine i sistemi internazionali di investimento. Sotto la lente d’ingrandimento: i trattati di investimento e i meccanismi di arbitrato investitore-Stato, come l’ISDS, individuati come ostacoli all’azione climatica, perché possono esporre i governi a contenziosi e richieste di compensazione quando decidono di limitare o chiudere attività fossili. Per farvi fronte si propone di mappare gli accordi esistenti, valutare i meccanismi di dispute settlement che possono frenare la transizione, rafforzare le capacità legali dei Paesi, promuovere scambi tecnici e preservare lo spazio politico degli Stati per adottare misure climatiche e di giusta transizione. A questo si aggiungono richiami a trasparenza dei contratti, due diligence ambientale e sui diritti umani, responsabilità d’impresa e garanzie contro land grabbing, green colonialism ed esternalizzazione dei costi sui territori vulnerabili.
La transizione, insomma, si legge tra le righe e nelle proposte emerse, non è una semplice sostituzione tecnologica: cinque percorsi indicano chiaramente che l’uscita dai combustibili fossili va trattata come una trasformazione di sistema, energetica, industriale, fiscale, finanziaria, commerciale, sociale e democratica. Non si tratta solo di cambiare fonte, passando dal fossile al rinnovabile, lasciando intatti rapporti di potere, disuguaglianze, economie di rendita, concentrazione della ricchezza, militarizzazione delle rotte energetiche e sacrificabilità dei territori. Uscire dai fossili significa trasformare sistemi produttivi, commercio internazionale, finanza, fiscalità, politiche industriali, lavoro, welfare, modelli di sviluppo. Significa dire che la crisi climatica non è un problema atmosferico: è una crisi di potere.
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L’appello di 200 artisti per un trattato vincolante sui fossil fuels
Per questo è rilevante che, proprio nelle stesse ore, oltre 200 artisti, artiste, musicisti, attori, registe, fotografi e performer abbiano firmato una lettera aperta a sostegno della campagna per il Fossil Fuel Treaty, uno degli strumenti che accompagnano, pur senza sovrapporsi, il percorso di Santa Marta e che chiede l’adozione di un trattato vincolante che disciplini i tempi e i modi dell’abbandono dei combustibili fossili. Tra loro Brian Eno, Jane Fonda, Susan Sarandon, Jameela Jamil, Robert Smith, Misan Harriman, Mundano, La Linterna, insieme a figure che da tempo sostengono la campagna, da Emma Watson a Mark Ruffalo, dai Massive Attack ai Coldplay. Il mondo della cultura entra formalmente nel movimento internazionale per il Trattato, affiancando Paesi, scienziati, professionisti della salute, leader religiosi, parlamentari, città, sindacati, comunità indigene e oltre un milione di persone nel mondo.

Foto: Ministero dell’Ambiente della Colombia
In una sfida come quella climatica, che è culturale oltre che politica, la cultura serve a ridisegnare l’immaginario. Per decenni l’industria fossile ha occupato anche quello: ha venduto il petrolio come progresso, il gas come sicurezza, il carbone come sviluppo, le grandi opere come modernità, l’estrazione come destino. Ha costruito un racconto potente, capace di far apparire inevitabile ciò che è invece frutto di scelte politiche, sussidi pubblici, violenza ambientale e cattura democratica. Riappropriarsi di questo racconto, e capovolgerlo a favore della necessità di una svolta, aumentando la consapevolezza che la crisi climatica alimenta eventi estremi, guerre, disuguaglianze, migrazioni forzate, perdita di biodiversità, malattie, impoverimento, devastazione dei territori è fondamentale per rendere, per dirla con le parole di Alex Langer, quella trasformazione ecologica “socialmente desiderabile” oltre che irrimandabile.
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Santa Marta dopo le elezioni in Colombia
Dentro il promettente percorso aperto nel Caribe ad aprile pesa però, e non poco, il risultato delle elezioni in Colombia. Il report arriva infatti subito dopo la vittoria di stretta misura alle elezioni presidenziali, di Abelardo de La Espriella, candidato della destra sostenuto da Donald Trump, in un Paese che con il governo Petro aveva assunto una leadership internazionale coraggiosa sulla necessità di uscire dai combustibili fossili. Se le promesse elettorali di rilancio della produzione petrolifera e apertura al fracking dovessero tradursi in linea di governo, il processo di Santa Marta potrebbe perdere uno dei suoi motori politici più simbolici.
Sarebbe un colpo? Sì. Sarebbe la fine del processo? No. Proprio il voto colombiano dimostra perché Santa Marta non può dipendere dalla traiettoria di un solo governo, per quanto importante. Se il phase-out dei fossili resta legato alla volontà politica contingente di singoli esecutivi, sarà sempre vulnerabile alle oscillazioni elettorali, alle campagne di disinformazione, alle pressioni dell’industria, alla paura sociale costruita intorno ai temi della sicurezza e dell’occupazione. La transizione ha bisogno di diventare istituzione, cooperazione, diritto internazionale, architettura finanziaria, mandato multilaterale. Deve radicarsi nei territori e al tempo stesso superare i confini nazionali.
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Verso Tuvalu 2027
La prossima tappa sarà nel Pacifico, nel 2027, co-ospitata da Tuvalu e Irlanda. Non è un passaggio qualsiasi. Tuvalu è uno dei Paesi che rischiano letteralmente la cancellazione fisica a causa dell’innalzamento del mare. Portare lì il processo significa ricordare che l’uscita dai fossili non è una preferenza ideologica, ma una questione di sopravvivenza per intere comunità, culture, lingue, memorie, territori. Significa anche dire che il mondo non può più chiedere ai Paesi più vulnerabili di limitarsi a testimoniare la propria scomparsa nei vertici internazionali.
Da qui a Tuvalu, il rischio è che Santa Marta venga neutralizzata nel linguaggio morbido della diplomazia: dialoghi, roadmap, sinergie, partenariati, iniziative volontarie. La differenza la farà la capacità di trasformare il report in mandato politico: definire criteri per lo stop alle nuove licenze, costruire strumenti di finanza pubblica per la transizione, affrontare il nodo del debito, proteggere lavoratori e lavoratrici, garantire partecipazione effettiva alle comunità, impedire che la transizione riproduca nuove forme di estrattivismo.
Anche l’Europa e l’Italia dovrebbero sentirsi chiamate in causa. Non si può invocare la leadership climatica mentre si continua a trattare il gas come fonte energetica chiave, mentre si costruiscono infrastrutture destinate a durare decenni, mentre si difendono interessi industriali incompatibili con il limite di 1,5°C. Sostenere il processo Santa Marta e il Fossil Fuel Treaty significa stare dalla parte di una transizione governata democraticamente. Santa Marta ha aperto una porta. Ora bisogna impedire che venga richiusa.
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