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venerdì, Maggio 31, 2024

Cop27, la finanza climatica alla prova dei fatti

La finanza climatica come pilastro per la lotta ai cambiamenti climatici. Da lì possono arrivare i fondi necessari. A patto di eliminare il greenwashing e non limitarsi a gesti simbolici. I timori ci sono, visto che il mondo finanziario è scettico e gli Stati occidentali sono spaventati dalle possibili compensazioni del meccanismo “Loss and Damage”

Tiziano Rugi
Tiziano Rugi
Giornalista, collaboratore di EconomiaCircolare.com, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri. Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

Di finanza climatica si parla da tempo: sperare di rispettare gli impegni per contrastare il riscaldamento globale basandosi solo sui finanziamenti pubblici è impossibile, mentre incanalare quelli privati, finora rivolti soprattutto verso attività inquinanti, potrebbe essere la svolta di cui il Pianeta ha bisogno. Di soldi ne servirebbero molti. Almeno mille miliardi di dollari di finanziamenti privati e altri mille pubblici entro il 2030, ha detto l’inviato dell’Onu su finanza e clima, Mark Carney. Per tagliare le emissioni, limitare i danni del cambiamento climatico, risanare gli ecosistemi. Ad oggi, invece, gli investimenti non superano i 500 milioni di dollari.

Finanza e sostenibilità, tuttavia, non è il primo accostamento che viene in mente: e non per chiusura ideologica, ma per come sono andate le cose dagli anni Ottanta a oggi passando per Lehman Brothers. È una buona notizia che i lavori del Cop27 nella giornata di mercoledì 9 novembre si siano focalizzati sul ruolo che la finanza e il settore privato potrebbero avere nel fornire capitali per i paesi più vulnerabili alla crisi climatica e all’inflazione delle materie prime alimentari. A patto di non limitarsi a gesti simbolici o addirittura al greenwashing.

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La finanza climatica alla Cop27: quali sono gli obiettivi e come raggiungerli

I soldi provenienti dalla finanza climatica avrebbero tre scopi: riduzione delle emissioni, adattamento al cambiamento climatico e pagare per i danni e le perdite irreversibili provocate dagli effetti del riscaldamento globale (Loss and Damage). Alla Cop26 di Glasgow si era parlato solo di come le grandi banche e i gestori di fondi patrimoniali potessero contribuire a ridurre le emissioni usando la loro leva finanziaria per spingere le società verso la transizione verde, ad esempio costruendo impianti eolici o fotovoltaici.

L’obiettivo del Cop27 è più concreto: convincere il maggior numero possibile di Paesi e aziende a pagare una quota per rallentare il ritmo del riscaldamento globale e fare investimenti che possano contribuire alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici. Secondo le Nazioni Unite, il peso maggiore di capitali dovrebbe provenire dal settore privato, mentre i finanziamenti delle banche per lo sviluppo dovrebbero triplicarsi. Sarebbe necessario, infine, rafforzare i prestiti agevolati dei governi dei Paesi ricchi per offrire condizioni più favorevoli rispetto al mercato: almeno il doppio degli attuali 30 miliardi di dollari entro il 2025.

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Le promesse delle nazioni occidentali al Cop27

Nel 2015 le nazioni occidentali promisero 100 miliardi all’anno fino al 2020 per gli obiettivi di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. Non sono ancora arrivati: alcune nazioni africane, perciò, hanno parlato di “fallimento vergognoso”. Potrebbero arrivare entro il 2023, ma l’attuale congiuntura economica e situazione geopolitica rende complicati gli sforzi per raccogliere finanziamenti e non c’è alcuna certezza sulle date.

Per questo il rappresentante del Kenya ha chiesto “di non replicare i ritardi verificatisi per l’erogazione dei 100 miliardi” e di stabilire l’entità in basse ai reali fabbisogni delle nazioni interessate. Sugli importi è intervenuto anche il rappresentante delle Maldive, a nome dell’Alleanza dei piccoli Stati insulari (Aosis), chiedendo donazioni o finanziamenti a tasso agevolato e di facile accesso: “Dobbiamo fare in modo che i nostri livelli di indebitamento non aumentino”, ha spiegato.

Nei giorni scorsi c’è stato un impegno a svincolare fondi anche per il terzo obiettivo, le “perdite e danni” causati dai disastri climatici già subiti dai Paesi vittime degli effetti del riscaldamento globale, nonostante il meccanismo specifico che questi Paesi chiedono per far fronte ai danni causati da inondazioni o siccità incontri una certa riluttanza tra le nazioni più ricche, e inquinanti: temono di obbligarsi a versare in futuro enormi cifre di compensazione.

Nonostante ciò, singoli Stati si stanno muovendo in maniera autonoma. La Danimarca poche settimane fa ha previsto uno stanziamento di 13 milioni di euro di compensazioni. La Germania ha annunciato un contributo di 170 milioni di euro nel 2023 per l’iniziativa “Global Shield”. L’Austria ha impegnato 50 milioni di euro per perdite e danni nei prossimi quattro anni, la Scozia un totale di 7 milioni, il Belgio 2,5 milioni di euro. Il timore degli ambientalisti, tuttavia, è che ci si fermi a gesti simbolici, al limite della filantropia, senza arrivare a un sistema strutturale.

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L’Onu presenta una lista di progetti finanziabili per vincere lo scetticismo

L’altro ostacolo da superare è lo scetticismo del mondo della finanza, che considera gli investimenti verdi nei Paesi in via di sviluppo troppo rischiosi. Un dirigente di un fondo di investimenti, inoltre, ha fatto notare a Bloomberg che a spingerli fuori dai mercati emergenti ha contribuito proprio la Tassonomia Ue e le altre normative equiparabili sulla finanza sostenibile, perché incoraggiando ad eliminare dai portafogli attività ad alta intensità di carbonio, ha fatto arrivare più capitali nei mercati sviluppati, ricchi di tali opzioni e meno nei mercati emergenti, dove gli investimenti Esg sono più rari.

Nel tentativo di rispondere alle perplessità, i funzionari delle Nazioni Unite hanno presentato una lista di progetti finanziabili in tempi rapidi per un valore complessivo di 120 miliardi di dollari. Tra questi un progetto da 3 miliardi di dollari per trasportare acqua tra Lesotho e Botswana e un piano da 10 miliardi per migliorare la rete di acqua pubblica delle Mauritius. Un modo per incoraggiare, con proposte chiare e accurate, il finanziamento da parte delle banche e attrarre capitali privati.

Il partenariato pubblico-privato proposto dagli Stati Uniti

 Gli Stati Uniti hanno presentato alla Cop27 un partenariato pubblico-privato con la Fondazione Rockefeller e il Bezos Earth Fund per accelerare la transizione energetica nei Paesi in via di sviluppo. A parlarne è stato l’inviato statunitense per il clima, John Kerry. Questa partnership mira a creare un “acceleratore di transizione energetica” puntando alla chiusura delle centrali elettriche a carbone prive di sistemi di cattura del carbonio e alla diffusione di energie rinnovabili.

I finanziamenti arriverebbero dal mercato dei crediti di carbonio. Microsoft o Pepsi hanno manifestato interesse: acquisterebbero crediti di carbonio emessi dall’acceleratore per finanziare la transizione green in nazioni come la Nigeria, presente al lancio del progetto. L’uso dei crediti di carbonio, tuttavia, è stato criticato da esperti di mercato perché rispecchia un fallito sistema di compensazione creato decenni fa in cui si consentiva il flusso di denaro da aziende verso progetti verdi che sarebbero stati comunque avviati.

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Il primo nemico è il greenwashing

Numerose associazioni ambientaliste hanno parlano esplicitamente di greenwashing. Le promesse di carbon neutrality delle aziende, fanno notare commentando le parole di Kerry, dovrebbero basarsi sulla riduzione delle emissioni e non sulla loro compensazione acquistando crediti di carbonio “a buon mercato”. Continuando a inquinare il Pianeta. È questo il vero tema in tutti i dibattiti sulla finanza sostenibile e climatica.

Non basta creare un ecosistema favorevole agli investimenti verdi: va anche protetto con strumenti adeguati per individuare rapidamente chi se ne approfitta, spacciando come sostenibili investimenti che tali non sono e scartare rapidamente le proposte poco efficaci. Insomma, il nemico pubblico numero uno è il greenwashing. Difficile, però, da combattere in un settore, come la finanza, dove le lobby hanno un potere indiscusso: vedi quanto successo con nucleare e gas nel dibattito europeo sulla tassonomia. Mentre a livello di finanziamenti pubblici nazionali, si temporeggia.

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